Per difenderci

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Per difenderci dallo smog si è provato di tutto: domeniche a piedi, targhe alterne, città senz’auto, risciò, biciclette elettriche e non… ovviamente i tentativi più seri sono quelli che incidono in modo duraturo: carburanti a basso o nullo tenore di zolfo, benzina senza piombo, biodiesel, metanizzazione degli impianti civili… Si tenta anche d’intervenire in modo strutturale sull’organizzazione della vita quotidiana con nuovi strumenti, almeno per l’Italia, come i mobility manager o i car sharing.
Eppure, nonostante i pericoli per la salute e l’esistenza di tecnologie adeguate, contro il male invisibile dello smog, l’unico rimedio (in verità inutile perché temporaneo) che i nostri amministratori sono in grado di elaborare, è il blocco del traffico. Quest’anno i primi a partire sono stati la regione Emilia Romagna, Torino, Milano. Ma è ancora lunga la strada che ci divide dalla realtà inglese in cui oltre 1.000 tra enti e aziende pubbliche e imprese hanno sviluppato piani di mobilità. È dal 1999 che il governo ha introdotto sette misure fiscali strutturali in favore delle imprese, legate ai rimborsi per gli spostamenti casa-lavoro. Allo stesso modo, in Olanda dal 2001 le imprese possono sostenere come spese deducibili i costi dei propri dipendenti per gli spostamenti casa-lavoro. Forse i ticket trasporto sono un primo timido passo. Intanto dal 2005 i PM2,5 devono essere pari a 40 microgrammi per metro cubo e dal 2010 devono scendere a 20.
«La situazione è drammatica – sostiene Giorgio Cesari, direttore generale dell’Apat – in questo caso solo le città scandinave hanno al momento qualche possibilità di rispettarlo, per quanto i valori di picco attualmente sono al di sopra del valore limite anche per queste. E se il rispetto del valore limite annuo è problematico, ancora più critico è il rispetto riferito alla media giornaliera: 50 microgrammi per metro cubo che non devono essere superati più di 35 volte per anno dal 2005, e più di 7 dal 2010». Insomma, non c’è da perdere tempo.