Qualità della vita, non solo energia elettrica

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Oggi la «mancanza di energia» che viene minacciata, i «rifiuti che produciamo» e che si lasciano accumulare fin sotto casa, nella realtà costruita dalle immagini del «fare le cose», non sono «problemi», ma solo situazioni, imposte, previste e prevedibili, che sarebbero ingiustificabili ai nostri occhi, se, poi, non fossero anche interpretabili come occasioni, ricercate e strutturate per alimentare il mito del successo.
Rischiose centrali nucleari, offerte come strumenti prodigiosi di tecnologie avanzate, inceneritori, non ben identificati, prodigiosamente trasformati in improbabili termovalorizzatori, non sono, dunque, soluzioni di problemi, ma opportunità (capitate o fatte capitare, per costruire il successo del fare, per dare risalto alla bontà dei suoi meccanismi di intervento). Sono opportunità messe in atto e vincenti solo perché simmetricamente interfacciabili con tecnologie già esistenti. Se rileggiamo molte «cose fatte» nella storia dell’uomo potremmo meravigliarci quanto questo meccanismo nel tempo sia stato già sperimentato e quanto fino ad oggi questo stesso meccanismo si sia diffuso fino a condizionare pesantemente le nostre visoni del mondo, i nostri comportamenti e i nostri consensi.
In favore di uno «sviluppo elettrico» dei consumi del nostro paese si vorrebbero invocare, dunque, «scelte tecnologiche avanzate» contrabbandate come successi in favore di «scelte per il progresso umano».
Si parla di nucleare di terza generazione: molto suggestivo! ma i problemi, quelli sostanziali, connessi alla gestione dei processi, al tipo di combustibile e alle scorie sono praticamente immutati dagli anni 60 del secolo scorso. Si parla di un miglioramento della «qualità della vita umana» connessa alla scelta nucleare, ma la qualità del vivere umano non è una lampadina o un elettrodomestico e non può certamente dipendere dal modo scelto per produrre energia elettrica.
Se ci proiettiamo oltre le devastanti finzioni della realtà che incombono sulle nostre libere interpretazioni, valutazioni e decisioni, possiamo renderci conto che questo tipo di argomenti, tecnologici ed economici (utili per «misurare» l’esistente e «far di conto» per il futuro), pur se rilevanti e da tenere in debita considerazione, non sono gli unici e neanche i più importanti da prendere in esame nel momento delle scelte per lo sviluppo del benessere condiviso di una comunità umana. L’uomo, infatti, è chiamato a riflettere, sulle cose di questo mondo, per andare oltre ciò che sanno già fare le macchine o che sanno proporre gli incerti numeri delle previsioni o le convenienze quantitative, approssimate e sempre curvabili ad interessi preordinati, calcolate dai modelli economici. L’uomo, quando è impegnato a fare scelte e prendere decisioni, non può limitarsi a prendere meccanicamente atto dell’affidabilità, della precisione o di altre qualità fornite ai risultati dagli strumenti di calcolo, per poi agire in stretta conseguenza.
C’è, infatti, da considerare tutta quella dimensione complessa del vivere e del vissuto umano che non può rimanere estranea e sottomessa alle esigenze di un’insensata e temeraria crescita infinita dei consumi e dei conseguenti aumenti sommativi della produzione di ogni sorta di rifiuti.
Non possiamo, cioè, sottovalutare la portata di quelle consapevolezze e responsabilità personali e collettive (frutto di libere esperienze e di


creative relazioni) che sono la sostanza umana e inalienabile nei momenti delle valutazioni e delle scelte.
Non si possono sottovalutare le diversità essenziali delle nostre legittime visioni del mondo, i bisogni di condivisione delle conoscenze ed esperienze umane e la portata dei significati degli impatti sociali, culturali e politici delle applicazioni tecnologiche. Non si possono trascurare tutte quelle relazioni che rappresentano nel loro insieme gli elementi indispensabili per valutare la necessità e la sostenibilità dei cambiamenti. Non possiamo, in altri termini, metterci nella condizione di accettare che il nostro vivere, il nostro futuro di uomini, sia consegnato, una volta per tutte, alle leggi teoriche del mercato, alle sue arbitrarie e multiple infrazioni e deroghe e, tanto meno, alle fuorvianti competizioni puntate al successo del mercato dei consumi e al ribasso dei valori umani.
Se, oggi, dobbiamo preoccuparci, non sarà, dunque, per una mancata produzione di energia elettrica, quanto invece per l’«assenza» e la «sottrazione» di partecipazione, informata e decisionale, del cittadino e delle sue comunità, nei momenti delle scelte. Dovremo cioè preoccuparci proprio di ciò che sta avvenendo oggi con le scelte verticistiche sul nucleare.