Sharm el Sheikh verso un paradiso perduto

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Sharm el-Sheikh è una rinomata località turistica egiziana posta nella parte meridionale della penisola del Sinai e bagnata dal Mar Rosso. Dalla fine degli anni Novanta Sharm El Sheikh ospita regolarmente importantissime conferenze politiche: è infatti teatro di summit internazionali ai quali partecipano tutte le più importanti nazioni del mondo. L’intenzione da parte dell’Egitto più in generale di modernizzare l’apparato statale, ma soprattutto i costumi e la mentalità sociale del proprio popolo, altro non è che un tentativo di preparare meglio il terreno diplomatico per il proprio inserimento nella scena economica dell’Occidente attraverso il turismo.
È, infatti, in atto proprio una trasformazione del tessuto tradizionale egiziano che ben presto lo immetterà nella preziosa cerchia dei paesi musulmani moderati, come la Giordania, la Turchia e la Tunisia, quest’ultima in particolare ancora più avanti nello svecchiamento della legislazione statale: recente è per esempio la legge che bandisce la poligamia e la cruenta e rischiosa pratica dell’infibulazione, cioè della mutilazione genitale femminile.
Il 23 luglio 2005 un attentato terroristico tramite autobomba sconvolge Sharm. Nei due mesi successivi agli attentati la massiccia affluenza del turismo in questa zona si è ovviamente bloccata ed insieme ad essa anche tutto il processo di dimostrazione, agli occhi del mondo occidentale, della sicurezza che questa oasi riusciva a fornire in tutta un’area infuocata dall’estremismo islamico. A due anni esatti di distanza la situazione si è lentamente normalizzata, ma non poche sono le persone che rinunciano ancora adesso ad un viaggio nella terra dei faraoni a causa di quella tragedia.
Se è vero che il turismo è il motore verso la modernità e la diffusione di un benessere economico, nonché sociale, da diffondere in tutto l’Egitto, l’attuale presidente Hosni Mubarak dovrebbe vigilare più attentamente, attraverso un adeguato apparato legislativo nazionale ed internazionale, sulla salvaguardia di un patrimonio ambientale come quello della barriera corallina di Sharm e Marsalham.
Difatti in appena tre anni (è dopo tre anni il mio secondo soggiorno nella zona) ho constatato un particolare degrado dello stato del mare e del suo corallo.
Barche, yacht e moto d’acqua infestano con i loro veleni di scarico i fondali marini e tutta la flora e fauna relativa. Risultato: meno pesci a riva, barriera corallina più arretrata, acqua meno limpida e puzza di benzina nell’aria e sul pelo dell’acqua.
I famosi pontili che danno l’accesso al mare aperto per i nuotatori più esperti sono divenuti porto di attracco per barche di ricconi locali e non; praticamente non più bellezze marine incontaminate e selvagge, ma un vistoso e volgare Porto Cervo del Medio Oriente.
Dunque, se aprirsi al mondo significa adeguarsi agli standard del turismo di consumo e di massa occidentale annullando tutto ciò che di più originario esiste nelle proprie peculiarità nazionali e quindi ambientali, è meglio, a questo punto, rallentare l’adeguamento, selezionando solo il meglio delle abitudini occidentali, preservando il dono che la natura spesso ci offre. Sovente grazie a questo dono noi uomini ci riscattiamo dalla povertà,


sfruttandolo a volte più del logicamente ammissibile.
È un processo comune all’uomo di ogni cultura e religione: progredire per migliorare e distruggere migliorando.