Un secolo fa Schiaparelli…

132

È una delle risposte più attese da decenni e forse da più di un secolo, da quando cioè l’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli annunciò di aver osservato su Marte diversi canali percorsi da acque; che sul pianeta rosso vi fosse acqua è certo, e fino a 2 miliardi e mezzo di anni fa questo liquido tanto prezioso anche sul nostro pianeta, su Marte scorreva con torrenti della portata pari a 35 milioni di metri cubi d’acqua ogni secondo, cioè 24 volte il Rio delle Amazzoni.
L’acqua, secondo le stime degli scienziati, in parte è andata persa nell’atmosfera e si è dissolta, e in parte è finita nel sottosuolo come permafrost ghiacciato.
Ed è proprio da questi giacimenti sotterranei marziani che sembra provenire l’acqua: d’altra parte gli scienziati e i planetologi della Nasa, avevano indicato le aree di discesa dei rover Opportunity e Spirit proprio in base agli indizi più interessanti forniti dai potenti radar e spettrometri delle sonde orbitanti quali i Mars Gobal Surveyor e Mars Odyssey.
Non solo, ma oltre all’acqua, la speranza è di trovare qualche forma primitiva di vita, evolutesi prima che Marte si trasformasse in un grande deserto rosso dalla temperatura polare, con atmosfera rarefattissima, e la cui pressione è appena un terzo di quella terrestre.
Opportunity comunque, non ha finora inviato alcun indizio su forme di vita biologica fossile o non fossile, e comunque (in attesa di nuovi colpi di scena) già la conferma del terreno misto ad acqua è una prima, grande porta che si spalanca su nuovi scenari.
La regione in cui è sceso lo scorso 24 gennaio il rover Opportunity, è ricca di ematite grigia, che sulla Terra si forma al 99 per cento dei casi con acqua, specie in fiumi e laghi. E in effetti, già dalle prime immagini inviate dalla sonda a Pasadena, si notavano zone di terreno molto più scuro rispetto a quelli fotografati dalle sonde Viking (1976), Pathfinder (1997) e Spirit (3 gennaio scorso).
Sono poi state scoperte, dall’analizzatore del veicolo, piccole microsfere che restano ancora assai misteriose: questi granelli di pietra potrebbero essersi formati anch’essi in acqua, ma alcuni geologi planetari pensano che siano il risultato di eruzioni vulcaniche. Anche qui, insomma, ci sarà da lavorare.
Alcuni punti del terreno inoltre, fanno pensare a qualcosa di sedimentario, come se fossero stati accumulati da agenti atmosferici su un pianeta che in passato, era assai simile alla Terra dal punto di vista climatologico.
Il suolo di Marte è attualmente un miscuglio di terriccio e ghiaccio. Qualsiasi forma di vita si sia evoluta su questo pianeta in epoche più calde, stimano i ricercatori, per sopravvivere deve essersi riparata nel sottosuolo ad una profondità dove la temperatura è più mite. Ed è per questo che molti scienziati ritengono che queste forme batteriche si possano trovare anch’esse nel sottosuolo. Sul fondo degli oceani terrestri, ad esempio, si trovano «getti di fumo» d’acqua sulfurea che alimentano forme di vita (tipo batteri) fino a pochi anni fa


sconosciute.
Ecco forse qual è la più importante finestra che è stata spalancata in questi giorni da Opportunity, sonda automatica della Nasa ormai entrata nella storia delle esplorazioni spaziali.
(Antonio Lo Campo)