Le prospettive di una possibile «transizione»

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Il quadro, fin qui delineato, del nostro vissuto, pur nella brevità della sua esposizione, permette di dare plausibili sostegni alla convinzione che i problemi, in esso presenti, non solo sono complessi, ma anche complicati da cattive o insufficienti relazioni e non possono essere certo affrontati solo con le buone intenzioni di qualche illuminato uomo, anche se di profonda scienza e cultura.

Non si tratta né di rimettere in funzione un «vecchio buon modello» (quello del mercato dei consumi, che oggi qualcuno vorrebbe banalmente interpretare solo come deviato da un suo virtuoso percorso) né di immaginare che, il cambiamento necessario, sia un progetto di routine, solo da definire e da realizzare. Qui si tratta, invece, di progettare un nuovo modo di cambiare (dobbiamo cambiare il modo di cambiare) ed è quindi necessaria una «transizione» che ridefinisca un’idea di economia e di società alla luce delle esperienze in atto e non un suo meccanico adeguamento richiesto dagli assestamenti dell’imperante libero mercato dei consumi.

È infatti necessario non ricadere sia in quei sistemi statici nei quali un potere centralizzato governa, senza responsabilità, su un popolo di sudditi devoti ed inermi, sia in quelle mistificanti visioni di finalità e obiettivi, chiari e semplici, che fanno sottovalutare le dimensioni complesse da affrontare per inadeguatezza delle risorse, per il numero limitato di partecipanti attivi in un processo di relazioni globali, per le strumentalizzazione sempre incombenti.

Se oggi siamo di fronte al fallimento di un sogno possiamo forse individuarne le cause nel modo e nelle responsabilità con le quali viene usato il sistema democratico delle deleghe che permette, di fatto, a «pochi» di condizionare, direttamente o indirettamente, l’orientamento di molti e i risultati di un «tutto». Ci impegniamo inutilmente in ingegnerie istituzionali, convinti che le imperfezioni del sistema siano la causa del cattivo funzionamento di uno Stato, e non ci rendiamo conto, invece, che i problemi sono altrove, nelle scarse competenze o nelle interessate distorsioni delle regole, da parte dei decisori politici, e nella scarsa comprensione del valore dell’esercizio delle responsabilità individuali e collettive da parte dei cittadini.

Se oggi siamo di fronte al fallimento di un sogno è, ancora, perché il relativo progetto di cambiamento, se c’è mai stata una volontà di realizzarlo, non poteva essere realizzato affidandolo ad un sistema di contenuti, metodi, alternative e valutazioni che si è dimostrato addirittura impotente anche solo nell’intervenire e porre rimedi e revisioni, per dare tenuta almeno alle prospettive di cambiamento ed evitarne il fallimento. Ci sono dati di fatto (libero mercato, modello economico dei consumi, globalizzazione…) che hanno reso, e continuano a rendere, sempre più complicata la realizzazione di condizioni di cambiamento democratico e che rendono vana la denuncia dei meccanismi fuorvianti che la impediscono.

C’è una velocità del «fare» che viene imposta e che, sostanzialmente, impedisce le decisioni «libere», i consensi «informati», le valutazioni «responsabili», le azioni e le scelte «finalizzate» ad uno sviluppo sociale e culturale non eterodiretto. Vengono così anche scoraggiate quelle «consapevolezze» e «competenze» necessarie per esercitare capacità di analisi e di proposta, di partecipazione, di confronto critico fra varie alternative, di decisione e di verifica dei risultati, di manutenzione e aggiornamento di opere e servizi.

La «transizione», in questo quadro, deve essere pensata come un progetto flessibile, di ricerca e costruzione collaborativa di regole, che parte dai singoli individui e che è possibile condividere nella diversità delle culture, nella pluralità dei riferimenti e delle aspettative di cambiamento. La «transizione» deve avere un carattere empirico nello sviluppo delle proposte e sperimentale nella fase di verifica dei risultati. La «transizione» deve avere un percorso iterativo che rimane tale, anche nelle fasi successive, nella forma di un cambiamento finalizzato e continuo, impegnato a rielaborare le alternative sulla scorta delle insufficienze e dei miglioramenti che è possibile evidenziare nel confronto fra risultati raggiunti e obiettivi che si intendevano perseguire.