Sommersi dal debito

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Alessandro Volpi, Edizioni AltraEconomiaPagine 120 – Costo ? 13,00

Come uscire dalla crisi? Tanti sono gli interrogativi e le risposte che da anni leggiamo sui giornali e ascoltiamo in televisione. Ma la ricetta giusta pare non l’abbia ancora trovata nessuno. Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea e di Geografia politica ed economica alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pisa, ha cercato in un volume snello e dalla copertina accattivante di analizzare le cause e le possibili strade risolutive. «Sommersi dal debito» è il titolo del libro edito da AltraEconomia, in cui l’autore spiega come uscire dalla crisi in maniera sostenibile, specificandolo nel sottotitolo: «Come salvare i conti pubblici con un fisco più equo e una nuova cultura finanziaria e politica».
Volpi fa una disamina dell’attuale stato politico-economico del Bel Paese, soffermandosi in particolare sulla necessità di ridistribuire la ricchezza, attraverso un più equo sistema di prelievo fiscale, e riportare la politica tra la gente, attraverso forme di partecipazione diretta, di cui nei recenti mesi abbiamo avuto qualche prova. Basti pensare all’ondata di partecipazione di cui ha goduto e si è nutrito il movimento che promuove il ritorno ad una gestione pubblica dei servizi integrati territoriali, di cui la gestione dell’acqua è stato e ne è il simbolo, oltre che l’oggetto di un referendum popolare che ha visto nuovamente la gente impadronirsi dell’agenda politica italiana. Dunque, secondo Volpi, è necessario recuperare una dimensione perduta della politica. Occorre recuperare i valori fondanti della Costituzione e rileggerli. Occorre fare un balzo in avanti e guardare ai rapporti sociali con nuovi occhi, mettendo da parte gli obsoleti schemi del passato, in quanto non più rispondenti alla realtà. Per fare tutto ciò è necessario definire «le priorità su cui mettere le risorse ottenute con politiche fiscali che si fondino e perseguano la giustizia sociale e ambientale, …senza questo sforzo la retorica e la politica continueranno a fare danni». L’amministrazione della cosa pubblica, secondo Volpi, è la strada migliore per trasformare il bisogno in diritto. «Su questo – continua – le appartenenze ideali si rafforzano, partendo dalla loro capacità di risolvere bisogni e non di generare nuove contraddizioni e nuove miserie».
Il federalismo invece e le conseguenze connesse a questo stravolgimento storico, tanto sbandierato ma ancora inattuato, sconta oggi, secondo l’autore, le mancanze tipiche di una visione non lungimirante. Una visione fondata sull’impoverimento progressivo degli enti periferici a discapito stesso del concetto di federalismo, con l’obiettivo non dichiarato di coprire i costi altissimi che i cittadini pagano per il debito e gli interessi sul debito, cresciuti nei palazzi romani e negli sprechi sui territori dagli anni Ottanta ai giorni nostri. In realtà Volpi è convinto che la riforma fiscale sia «la madre di tutte le riforme». Insiste sul punto affermando che «se la riforma fiscale si traduce nella riduzione del carico fiscale senza aumentare il gettito, allora il welfare diventa l’oggetto della ristrutturazione e la riforma fiscale acquisisce i contorni della profonda trasformazione dei meccanismi di salvaguardia e tutela sociale. Se invece il taglio delle agevolazioni serve, come detto, a finanziare il rientro dal deficit, i rischi di ingiustizia sociali sono altrettanti evidenti». In effetti «l’unica vera imposta abolita, l’Ici sulla prima casa, ha creato un buco nei trasferimenti dallo Stato che ha messo in ginocchio tutti i Comuni, finendo per privare i cittadini di servizi essenziali… In attesa dell’Imu il federalismo fiscale non è altro che la fiscalizzazione dei trasferimenti statali, per cui lo Stato incassa e trasferisce chiamando i trasferimenti fiscalizzazioni, un’operazione sostanzialmente lessicale».
«In tanto il debito pubblico tra gennaio e luglio 2010 (sicuramente i dati più aggiornati che l’autore ha potuto analizzare durante la stesura, N.d.R.) è cresciuto di ben 50 miliardi di euro, pari a 236 milioni al giorno… Si tratta di un’esplosione avvenuta senza interventi strutturali, come è accaduto in altri Paesi».
Questa la conclusione a cui i conti sono giunti dopo decenni di politica scellerata, incardinata in un sistema finanziario internazionale non più imbrigliato dalla politica. Sistema sempre più condotto da grandi manager preparati e capaci, che al confronto con i leader politici degli ultimi decenni vengono percepiti come degli Dei. Ai tecnici che indirizzano la via l’arduo compito di riportare la politica ad un livello minimo per poter ripartire con il dialogo in un Paese che più che mai rischia che «populismi, egoismi, xenofobia, ignoranza e povertà facciano a brandelli… un modello di cui vanno portate in salvo le grandi tradizioni e i fondamentali patrimoni simbolici. In sintesi il modello deve essere abbandonato, ma salvando le strutture vitali».