Non è tutto verde quel che luccica

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Re:Common, Altreconomia edizioni

Nei giorni di Rio+20 Altreconomia edizioni pubblica «Non è tutto verde quel che luccica», il libro che racconta la prima «crisi di crescita» della cosiddetta economia verde. «Non permettiamo che la green economy ci venga scippata da finanza e multinazionali»: questo l’allarme, rilanciato in modo chiaro e documentato da Re:Common, gruppo impegnato per una gestione democratica dei beni comuni.

L’obiettivo di creare un’economia verde (ossia di spostare i cicli economici verso produzioni e consumi che rispettino i cicli naturali) non porterà infatti un reale giovamento se la green economy replicherà i meccanismi della vecchia economia «fossile», fondata su profitto e speculazione finanziaria. Ad esempio i bamboo bond, ovvero il titolo messo sul mercato da EcoPlanet Bamboo per l’appetito degli investitori o altri in cui la logica del business as usual abbraccia il rispetto dell’ambiente.

La green economy non può infatti essere un mero strumento per risollevarsi dall’attuale crisi economica, ma può essere l’occasione per cambiare strutturalmente il sistema che l’ha provocata: oppure si rivelerà l’ennesima bolla verniciata di verde. La sfida è rendere «democratica» questa transizione. Ma sta accadendo? Così risponde l’introduzione del libro: «La crisi si ha quando “il vecchio muore ed il nuovo non può nascere”, sosteneva Gramsci. Ed oggi sembra che il vecchio (…) stia ancora controllando con il suo pensiero unico ed egemonia culturale il dibattito sull’economia verde intesa come un’economia basata esclusivamente sul mercato…».

Un libro che spiega, con dovizia di esempi e in modo accessibile, l’assalto ai «mercati naturali», che prevede la creazione di nuovi «beni commerciabili», quali i permessi di emissioni del carbonio e i loro derivati o la Borsa verde. O il meccanismo in corso di «monetizzazione della natura», con relativi certificati e titoli. Per non rischiare la «bolla verde» e la subitanea finanziarizzazione della green economy, con l’acqua o altre risorse che diventano commodities, la strada maestra è riappropriarsi dei beni comuni, come sanno le comunità che nel mondo si oppongono ai più svariati abusi.

Gli strumenti sono molteplici: dalla rivendicazione di «diritti collettivi» al recupero di beni, come la terra, «di proprietà di tutti». Reti e movimenti stanno già «facendo comunella», anche in Italia per resistere prima di tutto e poi per sperimentare pratiche, costruendo una «società dei beni comuni». Una transizione nella quale anche le categorie «pubblico» (le istituzioni, la finanza pubblica, le regole) vanno ripensate.

L’autore

L’associazione Re:Common ha sede a Roma ed è impegnata a sottrarre al mercato e alle istituzioni finanziarie private e pubbliche, come Banca mondiale e Banca europea per gli investimenti, il controllo delle risorse naturali, restituendone l’accesso e la gestione diretta ai cittadini tramite politiche di partecipazione attiva. Lo strumento utilizzato per raggiungere questi obiettivi così fondamentali per il futuro del Pianeta è quello delle campagne pubbliche contro la finanziarizzazione della natura e per una gestione democratica dei beni comuni, che Re:Common promuove in maniera diretta e a cui partecipa sostenendo l’attività dei movimenti sociali in Italia e nel resto del mondo. www.recommon.org

(Fonte Altreconomia)