Quanto costa ignorare i segnali di pericolo per l’ambiente

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Il rapporto dell’Agenzia europea per l’Ambiente raccomanda l’uso più ampio del «principio di precauzione» per ridurre i rischi in caso di nuove tecnologie non testate e di prodotti chimici. Le intuizioni principali del report sono che la scienza potrebbe essere più rilevante nel processo decisionale, che l’uso più ampio del principio di precauzione potrebbe evitare danni e stimolare l’innovazione e che le «lezioni in ritardo» e gli approcci precauzionali sono profondamente connessi alle odierne crisi

Il report «Late lessons from early warnings 2013» è il secondo volume ad essere edito dall’Agenzia europea dell’Ambiente (Eea) con la collaborazione di una vasta gamma di esperti mondiali.
Il primo volume «Late lessons from early warnings: the precautionary principle 1896–2000», pubblicato nel 2001, passava in rassegna la storia di una serie di casi studi riguardanti i rischi per l’ambiente e la salute pubblica e occupazionale, e poneva la questione se agendo con sufficiente anticipo si sarebbero potuti prevenire i danni occorsi.
Restando attuali ancor oggi i casi studio allora esaminati, l’Eea ha deciso per l’elaborazione di una seconda relazione, tenendo anche conto delle nuove emergenze che si stanno ponendo all’attenzione dell’opinione pubblica come le radiazioni dei cellulari, i prodotti geneticamente modificati, le nanotecnologie, le specie esotiche invasive problematiche per le quali l’approccio precauzionale può svolgere un ruolo molto importante.

Anche nel secondo volume sono presentati un gran numero di casi studi che sono stati selezionati dal curatore dell’opera in collaborazione con il comitato di redazione e un comitato consultivo, dai membri del Comitato scientifico dell’Eea e dal Collegium Ramazzini, accademia internazionale che raccoglie 180 studiosi da 30 paesi e che si occupa di salute ambientale e occupazionale.
Affinché tutti i contributi, scritti da autorevoli esperti, fossero il più possibile oggettivi e omogenei è stato fornito agli autori uno schema in sette punti per la strutturazione dei loro saggi; infine i casi studio sono stati revisionati da esperti dei rispettivi settori (peer review) che hanno fornito il loro feedback sulla base di linee guida editoriali fornite dall’Eea.

Il rapporto è stato progettato, strutturato e redatto per aiutare i politici, i decisori e l’opinione pubblica a:
– capire meglio il modo in cui la ricerca scientifica viene finanziata e come i suoi risultati sono valutati, ignorati, usati nel prendere decisioni tempestive e precauzionali;
– imparare dagli sbagli del passato, affinché se ne commettano meno in futuro, particolarmente in relazione alle relativamente nuove ma già diffuse tecnologie i cui impatti necessitano ancora essere studiati (es. nanotecnologie e i telefoni cellulari);
– essere consapevoli di fattori importanti come i metodi con cui sono stati stimati i costi delle azioni, o inazioni, per alcune tecnologie pericolose e il ruolo che certe imprese/industrie hanno avuto nell’ignorare gli allarmi preventivi e nel delegittimare i presupposti scientifici del principio di precauzione;
– considerare come le leggi, o le disposizioni amministrative, potrebbe essere meglio utilizzate per rendere giustizia a quelle persone (o ecosistemi), che sono stati, o potrebbero essere, lesi da innovazioni mal progettate o mal diffuse;
– studiare il modo migliore per coinvolgere l’opinione pubblica nelle scelte strategiche sulle innovazioni, così come il loro coinvolgimento nella gestione degli ecosistemi.

Il volume si compone di cinque sezioni: A. Lezioni dai pericoli per la salute; B. Lezioni emergenti dagli ecosistemi; C. Tematiche emergenti; D. Costi, giustizia e innovazione; E. implicazioni per la scienza e la governance.

La parte A della relazione inizia con l’analisi dei casi falsi positivi dimostrando che questi sono pochi rispetto ai falsi negativi e che le azioni precauzionali possono stimolare anche innovazioni, anche se il rischio risulta non essere reale o così grave come inizialmente temuto. I restanti capitoli affrontano i casi dei falsi negativi, come il piombo nella benzina, le malattie professionali da berillio, la malattia di Minamata (sindrome da intossicazione da mercurio), l’impatto del Ddt sull’ambiente, facendo emergere tre denominatori comuni: vi era più di un’evidenza a favore dell’attuazione di un’azione precauzionale, vi è stato un comportamento ostruzionista da parte di alcune industrie i cui prodotti danneggiavano la salute dei lavoratori e dell’ambiente, e, infine, l’importanza di una ricerca scientifica indipendente per la valutazione del rischio.

La Parte B si concentra sul degrado degli ecosistemi e sulle sue implicazioni per la società (es. i cambiamenti climatici, le inondazioni, gli effetti degli insetticidi sulle api, la resilienza degli ecosistemi), ponendo l’accento sull’evidenza scientifica quale base per un’azione/inazione, e sui molteplici e complessi fattori in gioco, molti dei quali non pienamente compresi, come le interrelazioni tra scienza, politica e società.

La Parte C prende in esame alcuni prodotti e tecnologie emergenti su larga scala che potenzialmente offrono molti vantaggi, ma che potrebbero essere anche pericolosi per le persone e gli ecosistemi. I casi affrontati comprendono gli incidenti nucleari di Fukushima Chernobyl, le colture geneticamente modificate, la crescente minaccia derivante delle specie aliene invasive, i telefoni cellulari e il rischio di tumori al cervello, le nanotecnologie per giungere a dimostrare che, in generale, le società non stanno facendo tesoro delle esperienze pregresse.

I capitoli della parte D si soffermano, invece, sulle responsabilità delle industrie, sulle carenze decisionali dei governi, sulla legislazione riguardante il risarcimento delle vittime di danni. Ogni capitolo analizza le ragioni che stanno dietro alla pratica prevalente e offre spunti, per esempio, su come i metodi di calcolo dei costi potrebbero essere migliorati, su come i sistemi di assicurazione potrebbero essere utilizzati per risarcire le vittime di danni futuri, e sulle ragioni per cui le aziende spesso ignorano i warmings (allerte) precoci.

I casi analizzati nelle parti A-D sono il presupposto per le considerazioni espresse nell’ultima sezione che riguardano le implicazioni di governance per la scienza, le politiche pubbliche e gli impegni pubblici, e in che modo le pratiche attuali potrebbero essere migliorate per consentire alla società di massimizzare i benefici delle innovazioni, riducendone al minimo i danni.

Le intuizioni principali del report sono che la scienza potrebbe essere più rilevante nel processo decisionale, che l’uso più ampio del principio di precauzione potrebbe evitare danni e stimolare l’innovazione e che le «lezioni in ritardo» e gli approcci precauzionali sono profondamente connessi alle odierne crisi, come quelle legate alla finanza, all’economia, ai cambiamenti climatici e all’uso e alla fornitura di energia e di cibo.