Felici in questa vita? Ma a che prezzo?

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Questa domanda sottintende scetticismo sulla possibilità di una vita felice. L’abbiamo sentita pronunciare spesso e, forse, noi stessi abbiamo trasmesso ad altri questo tipo di messaggio. Con questa impostazione pregiudiziale, la felicità, che è nelle nostre aspirazioni più profonde, diventa una scelte senza spazi vitali per essere praticata e finisce nel lungo elenco di altre buone cose che oggi sono presentate come strutturalmente, e non solo funzionalmente, irrealizzabili. Semplice e lapidaria, questa domanda (priva forse di una lettura che non sia quella del prendere atto di un senso comune già esistente, che condiziona troppi nostri pensieri) si propone solo di allarmarci sulla possibile perdita di nostre presunte sicurezze conquistate. Se non ricorriamo alle banalità di qualche ideologia (che, per esempio, sul diritto al profitto e alla sicurezza individuali, basa un suo credo fondamentalista), su questa stessa domanda è bene interrogarci e confrontarci sia per riflettere sul senso con il quale è stata strutturata, sia per non rischiare di dimenticare che se ci astenessimo, anche solo per pigrizia, dal cercare le risposte agli equivoci proposti da questo tipo di domande, in realtà non possiamo immaginare di essere rimasti neutrali, ma dobbiamo essere consapevoli che abbiamo comunque fatto una scelta e forse anche la peggiore.

La felicità non è una merce e non ha prezzo, ma esistono fraudolenti «surrogati» che sono solo inservibili, dannosi e socialmente costosi, falsi. Ma se la felicità non può essere messa in vendita, i suoi surrogati, invece, si vendono bene: sono facilmente modificabili, adattabili alle mode e possono diventare consumi tanto più di successo quanto più sono capaci di proporre significati immateriali ad alto valore commerciale aggiunto. Il loro prezzo non è, però, solo quello misurato dal denaro speso o perso per il loro acquisto, ma soprattutto quello delle scelte (distruttive e senza senso) e delle rinunce, alle quali, questa «snaturata» felicità, ci costringe.
Non entro nel merito delle valutazioni sui perversi calcoli individuali di potere o sui comportamenti egoistici (dei più forti a danno dei più deboli) o sulle ipocrisie e sprovvedutezze diffuse messe in campo, perché tutte queste cose, pur se hanno notevoli costi sociali, non sono ben definibili, anche perché mi sembra riguardino quell’ambito personale (della gestione della propria coscienza) che coinvolge specifiche responsabilità soggettive da parte di ogni individuo e che, quindi, non può essere affidato alla valutazione offerta da un’opinione, cioè da un valutazione ancora soggettiva e per di più esterna, comunque arbitraria almeno perché non istituzionalmente definita).
Vorrei, però, che ciascuno potesse, invece, riflettere sul valore e sui significati delle vere «rinunce» che sono imposte a chi volesse perseguire la felicità, ma si dovesse trovare ingannato e incatenato dalle forme deviate di un suo surrogato. Sono, infatti, rinunce disumane che alienano l’autonomia e le libertà delle persone e delle loro comunità, che torturano i malcapitati, che trasformano le relazioni sociali in occasione di competizioni distruttive, di scontri, di conflitti, corruzione, di subalternità, che fanno collassare la ricerca di una propria identità nell’individualismo, negli atteggiamenti ipocriti del perbenismo e dell’opportunismo, nelle avidità, in risentite forme di malvagità.
Sono rinunce, attivate da uno stato delle cose precostituito e apparentemente neutrale, che trasformano tutti in individui anonimi e replicanti ai quali appare normale e anzi liberatorio che gli sia stato sottratto il rendiconto delle fastidiose consapevolezze e responsabilità e che siano state impedite le interferenze da parte di altre libertà personali e collettive. Molti sentono come una maledizione che colpisce il genere umano quella condizione che li può portare a provare il malessere di una propria impotenza ad assumere responsabilità, ma con le immediate e semplici rimozioni offerte dai gratificanti meccanismi di compulsione al consumo, di esercizio del potere, di possesso delle cose, di esclusività dei propri privilegi, sanno che ne possono venire fuori e considerano fondamentale questa scelta. Ci sono prove, testimoniate da vittime, carnefici e perfino da indifferenti che, liberati da profonde depressioni generate dal non avere la percezione di una propria e distinta esistenza, attestano l’efficacia di questi meccanismi anche se agiscono in modo perverso contro se stessi inibendo le sintonie relazionali, la ricerca del senso dell’esistere, la ricerca della felicità e quella sua dimensione che permette all’uomo di operare riconoscendo le proprie più profonde aspirazioni a partecipare, ciascuno con la propria diversità e tutti con le loro possibili sinergie, alla vitalità creativa degli equilibri naturali.
La felicità non essendo dunque una merce vive fuori dai contesti del mercato e non risponde ai suoi perversi meccanismi, ma può solo abitare il presente dei nostri pensieri e, se accolta nella sua dimensione, diventa energia del vivere, fertile e gratuita. Non è possibile, perciò, richiamarla da qualche racconto del passato o da qualche progetto di futuro e non può neanche essere trasferita o ricevuta in cambio di qualunque altra cosa.
Nelle ceneri del passato e nei cambiamenti proposti per il nostro futuro, non c’è, infatti, quell’oggi, quel contesto personale, unico e originale di vita vissuta che accompagna una felicità trovata e non solo immaginata o addirittura acquistata nelle forme di una sua vantata presenza. La felicità non è neanche un marchio che può essere attribuito a un bene o a un servizio (magari per favorirne un più ampio consumo), non è un premio per i vincitori di competizioni commerciali o tecnologiche, che oltretutto sono realtà già costruite per bastare a se stesse. Queste, infatti, non rincorrono ciò che considerano l’astratto senso del vivere offerto dalla felicità, ma le concrete e economicamente remunerative soddisfazioni dei propri successi.
La felicità è, in realtà, un bene troppo complesso per poterne trarre profitti significativi e immediati. Ma, soprattutto, la felicità, per chi opera per costruire e vendere certezze, è un minaccioso fattore di sovversione per la sua devastante capacità di distrarre dai meccanismi compulsivi dei consumi e di sottomissione al potere. E questo è un vero problema perché anche scendere in campo per neutralizzarlo potrebbe essere causa di incontrollabili instabilità proprio per chi dovesse decidere una tale azione. Oggi, nelle società più avanzate, questo temuto fattore di sovversione, viene, però, sottilmente combattuto in modi efficaci: la felicità non viene negata, ma è astutamente minimizzata come vacua utopia contrapposta alla concreta gratificazione del possesso delle cose e del vanto di una loro esclusività. È una strategia che fa presa sia per l’immediatezza delle gratificazioni, sia perché orienta verso una visione semplice del vivere: quella proposta dalle spirali del «produci e consuma».
La felicità non è però un frutto spontaneo di un Eden e se non è cercata e curata, anche dopo averla incontrata, e se non è alimentata da una creatività vitale, toglie il disturbo e non può essere certamente trattenuta con la forza. La felicità è sempre pronta, ma solo per chi la cerca iniziando dall’essere se stesso. La felicità non è, invece, pronta per chi, anche con la buona fede dello sprovveduto, in un mondo eterodiretto, accetta, senza apparente colpa, di svolgere ruoli neutrali (per esempio, di primo stadio di quel processo finalizzato allo smaltimento di risorse che diventano rifiuti già nel momento del loro approvvigionamento e impiego nei processi di produzione-consumo). Forse, però, proprio questo scenario, un giorno (si spera immediatamente prossimo) potrà far comprendere quali sono gli effetti dell’assenza di una felicità e quali sono le condizioni per poterla cercare.
Oggi rischiamo tutti di perderci in valutazioni pietose sul ridimensionamento, accettato con la drammatica e terminale direzione scelta dalle nostre società a sviluppo avanzato che hanno lasciato al liberismo (come ideologia che sostiene il libero mercato e i consumi estremi delle risorse naturali) la «creatività» distruttiva di governare il mondo. Tutto, così, è stato indirizzato ai soli esasperati fini del profitto, perfino arrivando ad inventare inesistenti masse di denaro (più di una decina di volte quella reale misurata dal Pil mondiale) messe in circolazione non per favorire l’economia reale, il lavoro, il welfare, la solidarietà internazionale (tutte opportunità mancate sulle quali si potevano sviluppare propositi fattibili di ricerca della felicità), ma solo per fare, senza senso, soldi con i soldi, per depredare risorse economiche, per tenere sotto lo scacco (del debito finanziario contratto) anche le scelte socio-politiche di intere città, nazioni e di interi continenti.
Ma, poi, un giorno qualcuno si troverà a dover fare drammatici conti con il tracollo finale di questa assurda realtà della quale, purtroppo, almeno per omissioni, siamo diventati complici. Quel giorno ci troveremo, forse, di fronte alla scomparsa del perverso sistema liberista che ci aveva asserviti e aveva condizionato la nostra sopravvivenza, ma ci troveremo anche del tutto impreparati al cambiamento e senza la disponibilità di una alternativa costruttiva e condivisa. Avverrà, allora, una restaurazione che ci riporterà indietro di molti secoli? Forse ad un sistema di potere di tipo medioevale? In questa prospettiva sembra si possa interpretare lo sviluppo di interi quartieri fortificati in alcune città nordamericane: sono i nuovi castelli fortificati dei moderni feudatari e delle loro corti.

L’attuale sistema globale è un sistema complicato per fare cose banali e senza senso. È un sistema che non solo non crea una cultura e un’organizzazione socio-economica per il progresso umano, ma che ha reso intere popolazioni del tutto dipendenti da un distruttivo individualismo che disgrega condivisioni e sinergie e che sull’egoismo ha costruito edifici che sono solo mucchi di polvere e di sabbia (e questa, forse, non è solo una metafora). È, dunque, molto improbabile che potremo disporre anche solo di un’alternativa (sociale, politica, economica, culturale) per riprendere a sperare. Di occasioni di felicità da condividere non ce ne saranno, forse, neanche per poterne parlare. Questo, allora, sarà il prezzo vero di una scelta mancata di ricerca di felicità.
Di questo prezzo, però, non si troverà nessuno che ne dovrà rispondere (come è stato dimostrato per il prezzo che, pur se inconsapevoli, stiamo ancora pagando per le più recenti crisi finanziarie). Carnefici e vittime si troveranno tutti dalla parte di che è stato truffato. Continueranno, invece, a godere, di ampi profitti, gli imprendibili organizzatori dei mercati globali. Chi di questi, poi, dovesse essere preso con le mani nel sacco e si dovesse trovare a risponderne potrà sempre sfruttare (come è già avvenuto) l’alibi di una fantasiosa e inesistente neutralità, del proprio operare, arbitrariamente sostenuta dagli sfuggenti principi delle ideologie mercatiste. Il mercato, come regolatore universale e neutrale dei commerci, è in realtà il gestore (di parte, e in pieno conflitto di interesse) di tutte le scelte, imposte ai popoli e ai loro territori miseramente sottomessi al mondo della finanza. Un mondo ambiguamente presentato come autonomo e vincente, salvo poi che si trovi a dover miseramente ricorrere al finanziamento del tanto vituperato bene comune dello Stato, invece di prendere atto del proprio fallimento, e del conseguente obbligatorio abbandono delle scene, così come chiede la tanto invocata legge del mercato. Un concetto di mercato che è, dunque, inaffidabile (o meglio maliziosamente ambiguo) e senza senso per l’inconsistenza di riferimenti specifici alla complessità e alla valutazione nel merito della diversità umana: tutto come se l’economia del libero mercato fosse solo un registratore meccanico di quanto avviene, che non valuta le portate sociali, politiche, culturali, delle scelte economiche, che però ha potere decisionale su ogni cosa (proprio secondo le caratteristiche dei sistemi feudali, proprio come viene sostenuto da molti liberisti per vocazione, ma anche da molti economisti sostenitori del mercato globale dei consumi). In questo scenario le politiche di welfare, che avrebbero dovuto permettere uno scambio (per quanto perverso) fra risorse naturali saccheggiate e lavoro messo a disposizione dell’umanità, sembrano versare, oggi, in condizioni terminali. Questo problema riguarda, in particolare, la condizione di una quantità esplosiva di giovani e di espulsi dal lavoro, che non trovano occupazione. Una situazione che prima ancora di essere uno scandalo epocale andrebbe denunciato come un’umiliazione vergognosamente globale per tutta l’umanità.