Così si vive in India

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Nello stile di Roberto Cazzolla Gatti, Biologo ambientale ed evolutivo con un Dottorato di ricerca in Ecologia Forestale, il suo obiettivo coglie quella marginalità che i grandi reportage non colgono per offrire un’immagine preconfezionata e dimostrare una tesi già avanzata. Lui parte dal basso, dalla vita di ogni giorno, dal paesaggio familiare per gli abitanti, per far rivivere le difficoltà e la bellezza di un modo di vivere lontano da noi ormai molti anni

«È come se in India ognuno ritrovasse la propria parte spirituale nascosta. Dispersa in qualche meandro dell’anima e soffocata dalle faccende di una quotidianità ipertecnologica che sta annichilendo l’Occidente». Così si esprime Roberto Cazzolla Gatti nel presentare il suo secondo libro fotografico sull’India («India. I colori dell’anima») dopo quello sull’Indonesia.
Il volume di 119 pagine con 111 foto, è in formato ebook (costo 5 euro) ed è stato edito da Villaggio Globale.
Ma questo non è un libro iconografico ma uno spaccato della quotidianità del pianeta India, con le sue contraddizioni, i colori, la natura e le difficoltà.
Nello stile di Roberto Cazzolla Gatti, Biologo ambientale ed evolutivo con un Dottorato di ricerca in Ecologia Forestale, il suo obiettivo coglie quella marginalità che i grandi reportage non colgono per offrire un’immagine preconfezionata e dimostrare una tesi già avanzata. Lui parte dal basso, dalla vita di ogni giorno, dal paesaggio familiare per gli abitanti, per far rivivere le difficoltà e la bellezza di un modo di vivere lontano da noi ormai molti anni.
Per meglio conoscere i programmi e le scelte dell’Autore, gli abbiamo rivolto alcune domande.

Dottor Gatti perché ha scelto il mezzo fotografico per spiegare certe realtà del pianeta?
Quando viaggio, soprattutto quando lo faccio nel tentativo di comprendere la realtà o per ricerca scientifica, cerco sempre di conservare ogni emozione, ogni particolare su cui si soffermano i miei sensi, nei modi più svariati, dall’acquerello al diario di viaggio, dal documentario alla fotografia.
Credo, però, che sopra ogni altra forma utilizzata dall’umanità per mostrare le realtà complesse e sfaccettate del pianeta, la macchina fotografica rappresenta il compagno di viaggio preferito da ogni esploratore alla ricerca di qualcosa. Non ci sono parole migliori, per spiegare i motivi che spingono a immortalare la realtà con un obiettivo, di quelle utilizzate da Tiziano Terzani: «Per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea».

La fotografia è una tentazione accattivante ma si rischia di restare in superficie e comunque manca un approfondimento storico-economico. Sta già pensando come superare questo limite?
Penso che una foto sia molto più di un’immagine e che in ognuna, se alla base c’è una vera ricerca sociale, ambientale, storica ed economica effettuata prima di scattare da chi ha il privilegio di osservare, siano incluse, come dati invisibili accessori, molte più informazioni rispetto a ciò che uno sguardo superficiale può trovare. Si pensi alle famose foto della bambina in fuga dal napalm in Cambogia o del «Rivoltoso sconosciuto», l’uomo cinese che ferma, con in mano le sue buste della spesa, i carri armati in Piazza Tienanmen. In quelle immagini c’è la storia degli ultimi secoli, il coraggio di un popolo, i diritti civili, la sopraffazione militare, la devastazione delle guerre, etc. Una foto non lascia solo un segno in chi la osserva, ma spesso resta indelebile in colui che l’ha realizzata. Quel bambino magro e rannicchiato in Sudan, col fiato sul collo dell’avvoltoio scattata da Kevin Carter, ha ossessionato l’autore per tutta la vita, tanto da indurlo al suicidio dopo solo due mesi dalla vittoria del Premio Pulitzer.
Una foto è qualcosa che resta per sempre. Che ferma il tempo. È la risposta umana al costante fluire dell’esistenza, alla perdita della memoria. Si fotografa con l’obiettivo di mostrare, ma si finisce sempre per dimostrare qualcosa con l’obiettivo.
Certamente gli scritti o le conferenze pubbliche che accompagnano i reportage fotografici aiutano a comprendere meglio il contesto, ma è l’immagine studiata, cercata, sentita che resta nel cuore di chi la guarda e, a volte, lo solca.

Questo è il secondo libro fotografico, pensa che questo modo di comunicare diventerà una sua costante?
La passione per la fotografia è nata in me sin da bambino. Ho sempre fotografato, più per diletto che per professione, ma negli ultimi anni, in cui ho cercato di mostrare la realtà di un pianeta sempre più vulnerabile per le incoscienti azioni umane attraverso scritti, articoli, libri e dibattiti, mi son reso conto del potere straordinario che ha una fotografia sull’opinione pubblica. Le immagini che ho scattato in Indonesia, pubblicate nel precedente libro fotografico, dell’orango dietro le sbarre di una gabbia, dell’isola rasata a zero per il legname o della collina per metà ricoperta da rigogliosa foresta e per l’altra deforestata per piantare palma da olio, difficilmente potrebbero trovare parole in grado di rappresentare quella realtà, in grado di trasmettere un’emozione così profonda.
In India è accaduto lo stesso. Donne e bambini nei villaggi, rifiuti a cielo aperto dove razzolano animali domestici, un fiume magico e inquinato come pochi, una natura che si fonde con la spiritualità e spesso nasconde i controsensi dell’uomo trovano nella fotografia un significato. Credo ancora nell’importanza della scrittura, delle parole in generale, ed è l’attività che occupa la maggior parte del mio tempo nel tentativo di documentare ciò che avviene sulla Terra, ma gli articoli e i libri senza la fotografia sarebbero storie i cui personaggi vivono solo nell’astratto. Invece ciò che voglio mostrare esiste nel concreto, vive e muore sulla Terra.