Un tentativo italiano di individuare l’origine dello scisma viene boicottato dalla Commissione

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Sardi1-3-15

La discriminazione che ci infligge la Commissione può essere disinnescata solo mediante due operazioni contestuali: a) confrontare le due storie divergenti dei Paesi anti-nucleari e pro-nucleari in materia, e b) verificare con una finalmente duplice e finalmente comparata indagine demoscopica quale scisma cognitivo sia stato generato da quelle due storie divergenti.

Ambedue queste operazioni sono state richieste dalla più recente proposta della Commissione in materia, con la topica del programma di lavoro «NFRP 12 – 2015: Past and recent history of nuclear developments and interaction with society, Storia passata e recente degli sviluppi nucleari ed interazione con la società».
A rispondere a quel bando si sono preparati, come al solito, due consorzi avviati dai paesi pro-nucleari. Uno guidato dagli Svedesi, ed un altro guidato dagli Spagnoli, anzi, più precisamente, dai Catalani. Anche se la data di scadenza del bando era il 17 Settembre 2014 alle 17, quelle due bozze di risposta erano già tratteggiate nella primavera di quell’anno. Ambedue ignoravano la storia del nucleare italiano, e segnatamente quella della sua crisi, a partire dalla morte di Mattei. Nella bozza di progetto dei Catalani, già molto prolissa nella primavera del 2014, tutta la vicenda dei Paesi divenuti anti-nucleari, senza neppure nominare l’Italia, veniva riassunta, testualmente, come un «cambio di vento politico»: tout court. Abbiamo fatto delle avances proprio verso i Catalani, per integrare semplicemente queste loro vistose lacune, senza bisogno di presentare un progetto italiano autonomo, però siamo stati rifiutati senza spiegazioni. Lo stesso è accaduto per la cordata coordinata dagli svedesi, nonostante che i contatti fossero stati tentati attraverso colleghi con cui abbiamo collaborato in progetti precedenti, prevalentemente per la sicurezza stradale ma non solo, e con cui collaboriamo tuttora felicemente ed amichevolmente. Questo tema ci era dunque precluso, come già quello analogo, dell’altra scelta modale.
Ho allora dato la disponibilità, insieme ad una certa parte di alcune reti di ricercatori europei di cui faccio parte, e con molti nuovi ampliamenti, per collaborare con Enea dove la storia passata e recente della materia è ben nota. Il nome originario di Enea «Ente nazionale energia atomica» coincideva con i trattati «Atomi per la pace» ed «Euratom». Tuttavia, questo periodo iniziale di entusiasmo è stato sostituito da preoccupazioni crescenti circa l’ambiente e preferenze per le energie alternative al nucleare, parallelamente ai due referendum italiani che hanno rigettato l’energia nucleare. All’interno delle competenze di Enea restano esempi di atteggiamenti contraddittori della società verso tutte le cose nucleari: una accettazione acritica di una vasta gamma di trattamenti nucleari e delle loro scorie, combinata con un completo rifiuto di qualunque deposito nucleare in tutto il nostro Paese.
Intendevamo avviare anche un dialogo più sereno fra le due parti avverse, che ormai sono arrivate ad accusarsi reciprocamente di follia. Spiegare l’origine delle divergenze rende sempre più ragionevoli gli uni verso gli altri e viceversa, in inglese «saner», che così abbiamo adottato come acronimo del nostro progetto: «SANER, Social Attitudes to Nuclear Energy Risks».

Prima di decidere che Enea fungesse da coordinatore del progetto, invece che altri pure disponibili, lo stesso Enea ha inviato un quesito al Direttore competente, un belga (Paese fra i massimi utilizzatori di nucleare), subito dopo il suo ritorno dalle ferie, prima della fine di Luglio: chiedevamo se i due piccoli reattori esclusivamente sperimentali e non commerciali che Enea tiene operativi non costituissero conflitto d’interesse a tale coordinamento. A tale Direttore competente si chiedeva conferma della nostra convinzione che Enea non poteva essere in conflitto di interesse, stante pure il vincolo che ben due referendum hanno imposto ad Enea, ente pubblico non commerciale, a non sviluppare centrali nucleari. Il Direttore non ha risposto durante tutta l’estate, e quel silenzio interpretato come assenso ci indusse ad abbandonare la scelta di altri coordinatori. Inopinatamente però lui ha risposto alle 16,14 del 16 settembre, cioè otto ore lavorative e tre quarti prima della scadenza del bando: quella sua lunga e cortese email spiegava che Enea non poteva essere il coordinatore del progetto, ma poteva esserne un attivo partner; quindi indicava ad Enea come organizzare utilmente la propria partecipazione, dopo che il consorzio fosse stato ristrutturato con un altro coordinatore. La tempistica stessa della risposta, che impediva di rovesciare i rapporti con tutti i partner del consorzio, ed i suggerimenti su come continuare a lavorare alla stessa topica, ci facevano apparire come scontato che il bando sarebbe stato ripetuto identico, poco dopo. Anche perché lo stanziamento per la topica specifica, per otto milioni di Euro, di cui in questa prima tornata era previsto l’uso di soli due o tre milioni, non era esauribile tutto in questa sola volta.
In attesa del nuovo bando, il 25-27 maggio 2015 sono andato a Stoccolma ad un seminario tenuto dai soliti partecipanti ai progetti menzionati all’inizio di questo articolo, sapendoli interessati anch’essi al lancio di un nuovo bando. Insieme a tutto l’uditorio del convegno, ho atteso con fiducia la relazione del vice del Direttore suddetto, un funzionario francese, avvenuta in plenaria nel primo pomeriggio del martedì 26. Fra la costernazione mia e di tutti gli altri uditori, egli ha detto che solo nell’autunno uscirà un nuovo bando, con scadenza non prima della primavera 2016; quel ch’è peggio, con soli uno o due milioni in dotazione e, peggio ancora, con una destinazione vastissima e generica, per tutte le dinamiche sociali concernenti tutte le problematiche energetiche. Non io, ma un altro fra i presenti, peraltro coordinatore di una specifica sessione su questi temi, e della cordata degli svedesi nel bando precedente (che egli sapeva già di aver perso contro i Catalani, come ho saputo dopo) ha obiettato al vice-Direttore quello che avrei obiettato anch’io: che la scabrosità degli atteggiamenti sociali verso il nucleare, cui era specificamente destinata la topica di cui sopra, veniva così inopinatamente trascurata ed archiviata come fosse inopinatamente risolta. Il vice-Direttore ha risposto che nulla vietava di riprendere questo specifico tema rispondendo al nuovo bando, il quale non esclude il tema nucleare, pur non avendolo ad oggetto specifico come invece lo aveva sia il bando precedente, sia originariamente l’intera topica da otto milioni. Che saranno adesso dirottati sugli sviluppi tecnologici, indipendentemente da «SSH, Social Sciences and Humanities».
Fra la delusione generale siamo andati al coffee break, dove molti convegnisti hanno ribadito queste lagnanze attorniando il vice Direttore. Il quale rispondeva sempre che questa svolta non andava imputata a lui, che sembrava non condividerla affatto, bensì al suo capo. La sensazione era che lui personalmente non desiderasse inibire queste lagnanze, che infatti sono continuate. Per parte mia, gli ho mostrato il dépliant del www.ecp2015.it, vantando di avervi imposto io il titolo «Linking Technology and Psychology», un intento che lui aveva rivendicato come anche suo. A questo punto ho potuto lamentare anch’io che, per un (non meglio precisato) «malinteso» con il suo capo avevamo perso l’occasione di far venire quella bella gente, con tanta expertise utilissima a fronteggiare la riedizione della rivolta di Scanzano Jonico, che si prospetta durante i quattro mesi di mediazione ambientale preannunciati dal ministro Galletti.
Gli ho descritto l’allarmante situazione italiana, migliaia di tonnellate di scorie sparse ed indifese, anche provenienti dalle nostre sovrabbondanti prescrizioni sanitarie, ed il nostro bisogno di importare subito quelle esperienze che lui stesso si era vantato di aver generato per primo. Non gli ho ripetuto le obiezioni che gli altri gli avevano fatto contro l’esigua dotazione di quel bando da lui testé prefigurato, però ho evidenziato che sarebbe troppo generico e soprattutto troppo tardivo rispetto ai tempi della scelta governativa del sito nazionale italiano. Ho aggiunto qualche altro allarme sul nostro Paese, che risulterebbe poi molto grave non aver minimamente cercato di prevenire. Essendo stato presidente dell’Ordine degli Psicologi durante la rivolta di Scanzano, dovevo ammettere che non eravamo stati minimamente coinvolti. Ora potrà succedere di peggio, e sarà stato peggio non aver cercato di prevenirlo.
Ho visto che lui si è messo a telefonare, e per buona educazione non gli sono rimasto vicino. Neppure dopo, quando ha ripreso a telefonare vicino a me, che stavo parlando con altri. Quando l’indomani mattina si è seduto subito dietro di me, dato che un relatore stava prospettando un sito unico europeo per le scorie radioattive, gli ho scritto un biglietto più o meno così: «Si vous, de la Commission, annoncez que vous travaillez à une solution unitaire, vous pourriez épargner à l’Italie la prochaine révolte annoncée contre le nouveau site des déchets radioactifs». Quando mi sono rigirato per vedere la sua reazione, mi ha chiamato molto gentilmente per nome, e mi ha rassicurato che il giorno prima aveva già aggiornato («ranseigné») il suo capo riferendogli quanto gli avevo detto poco prima, e che il dialogo adesso era aperto. Ho preferito rinviare ogni nuovo contatto, in attesa di vedere chi nel frattempo avesse vinto il bando precedente. Qui allego il link al progetto dei Catalani, appunto quello che è stato approvato, con più di tre milioni di finanziamento, senza bisogno di nessun co-finanziamento: col titolo HoNESt, acronimo di History of Nuclear Energy and Society.
Va innanzitutto notato che dal consorzio mancano alcuni Paesi. Certi Paesi. Intanto, dei quattro che il bando stesso chiedeva di includere (Russia, Ucraina, Giappone, Usa), qui c’è solo la Russia, e cliccando sul + si vede che le destinano solo 15.000 euro, sui tre milioni abbondanti. E soprattutto manca l’Italia, totalmente. Mi chiedo come un progetto del genere possa arrivare a far conoscere e capire le resistenze contro il nucleare, vuoi quelle motivate da incidenti (Chernobyl, Fukushima, Three Miles Island), vuoi da altro, proprio per l’Italia. Già un anno prima, in effetti, avevamo chiesto di aderire proprio al loro progetto in quanto ci era sembrato onestamente, questo sì, onestamente lacunoso in campo italiano.
Ora il loro rifiuto di accogliere innanzitutto noi, e poi qualunque altro istituto dal nostro Paese, appare in una luce diversa. Lacune talmente vistose appaiono non tanto casuali, quanto piuttosto sistematiche. Per integrare quanto riportato sopra da Stoccolma, va riconsiderata la graduatoria delle delocalizzazioni italiane che avevo riportato nel precedente articolo su Villaggio Globale: la Spagna (specialmente la Catalogna, nucleare ed industriale), di tutto quanto il mondo, è il quarto beneficiario di queste preziosissime delocalizzazioni delle nostre imprese, collocandosi esattamente allo stesso quarto posto per prezzo dell’energia al Kwh. Questi nostri concorrenti non sanno produrre dei beni tanto desiderati da tutto il mondo come i nostri; per questo loro limite soffrono una pesantissima disoccupazione, però con il nucleare riescono a risucchiarci moltissimo del nostro lavoro. Altro che HoNESt, altro che assenza di conflitto d’interesse, altro che spirito dell’Euratom, altro che il suo «dovere di condividere le cognizioni tecniche». Esattamente al contrario, questi vogliono lasciarci come lo struzzo con la testa sotto la sabbia, per continuare a spennarci tranquillamente: non gli sembra vero, fin che questa pacchia dura. Questo capeggiato dal Direttore belga e dal vice-Direttore francese è proprio un bel gruppetto di pensatori: prima pensavano che ci volessero da due a quattro milioni per un primo bando di tre complessivi, poi che per questa prima volta ne sarebbero bastati di meno, poi, quando han letto questo bel progetto HoNESt, hanno concluso che ne racimolavano più di tre per questo sforzo unico e definitivo, per metterci una pietra sopra a tutta questa storia; chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammece ‘o passato, non parliamone più di nucleare, parliamo di ‘ste benedette rinnovabili, e per solo uno o due milioni, non di più.

 

 

Sardi1-3-15

 

Dal sito del seminario di Stoccolma, mi rivedo piazzato proprio davanti ad una slide dove il vice Direttore francese reclamizza appunto le rinnovabili (in grassetto: Europe must lead on the next generation of renewables… SSH will be critical in meeting them), invitando dunque anche quei rappresentanti degli istituti propalatori del nucleare nei propri Paesi a convertirsi e reclamizzare invece tali rinnovabili (che la Francia eviterà e rimpiazzerà con una nuova centrale nucleare, abbiamo visto sopra). Bisogna riconoscere onestamente che questo vice Direttore francese risulta sintonico a quanto abbiamo sopra riportato nella sua lingua dal sito del suo Governo.

Altrettanto onestamente, la nostra esperienza non può concludersi aspettando i risultati del progetto HoNESt a fine 2018. Ci ritroviamo, un po’ per caso, arruolati in una impresa doverosa non solo per l’Italia, ma per la costruzione europea, che è nata e tuttora resta orientata in direzione diametralmente opposta a questi nazionalismi che la stanno drammaticamente spaccando e devastando, in un modo che poi alla fine, se noi lasciamo che la fine sia questa qui, risulterà irrimediabile.

4. In conclusione, cosa si può fare prima che sia troppo tardi