Siamo ad un bivio

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Lo scenario della crisi socio-politica ed economica di questi nostri giorni ha preso forma nel corso degli ultimi dieci anni. La finanza, se non è stata la sola artefice di questa crisi ad ampio spettro, ha dato un determinante e sostanzioso contributo. Quel suo potersi muovere in un mondo globale rimasto senza concrete difese da attacchi predatori, le ha permesso di agire liberamente sotto copertura di una legge del mercato che veniva violata nel momento stesso nel quale veniva invocata. Imbonitori liberisti raccontavano favole di ricchezze e di benessere per tutti, mentre i meno sprovveduti, anche fra chi avrebbe dovuto trarre vantaggi da questo regime, finivano col mostrarsi scettici sulla capacità del mercato di regolare le attività economiche e finanziarie. Anzi erano tanto preoccupati che, se la loro attività economica non era già fallita, cercavano solo di salvare il salvabile. Il mercato non mostrava le proprie vantate virtù e avanzava, invece, il crollo della crescita dell’economia mondiale, l’innovazione tecnologica arrancava per il maggior costo finanziario di attività produttive (di ricerca e sviluppo) sempre più sofisticate e sempre più a rischio per possibili fallimenti (dei più costosi progetti di produzione delle nuove applicazioni tecnologiche) e per le incertezze del mercato.

Oggi si sente parlare di ripresa. Programmi radio-televisivi e riviste specializzate fanno rullare i tamburi, ma solo per annunciare applicazioni delle tecnologie per soluzioni di irrilevanti o improbabili problemi. A fronte di non negate difficoltà di sviluppo, di risorse in esaurimento o a rischio (per i nuovi scenari mondiali disegnati da un terrorismo diffuso), sono molti gli «esperti» di finanza e, soprattutto, i portavoce di interessi messi a rischio, che si affannano ad assicurare che la tecnologia saprà, comunque, far sempre fronte ad ogni problema.
Si indicono concorsi per giovani inventori, le università promuovono start-up e corsi di laurea e master just on time con le necessità delle attività produttive, enti statali e regionali promuovono corsi di formazione avanzata e finanziano ricerche innovative. Le stesse industrie sono impegnate a mantenere aggiornate le competenze di alto livello dei propri specialisti e ricercatori in previsione di una ripresa della crescita economica. Ma la tecnologia continua ad essere in affanno.
Nel settore agro-alimentare, con l’alibi dell’innovazione, approfittano, per fare pressione, tutte quelle industrie che da tempo operano nel campo degli Ogm. Ma più che la sedicente bontà dei loro prodotti, fanno valere le attività delle loro lobby (professionisti e società al servizio del potere economico, impegnati, con vari mezzi, a far riscrivere, in favore dei loro mercati, regole democratiche già scelte e che, così, finiscono con l’essere solo raccontate). Lobby, dunque, che sono diventate un determinante sistema di decisori, di scelte politiche finali e attuate per creare vantaggi particolari, i cui costi non sono evidenti, ma sono, comunque, tutti a carico dei cittadini.
Si sostiene l’esistenza di un «diritto» (anche se poi nel merito è tutt’altro) di occupare, a propria discrezione, un mercato libero da qualsiasi vincolo, per qualsiasi prodotto perché, in un modo o in un altro, esso è frutto di un lavoro che deve trovare, in qualsiasi modo una propria ricompensa.
L’innovazione va difesa in favore dei suoi produttori e così con l’innovazione arriva anche un nuovo concetto di diritti dei consumatori: diritto a consumare, ma non a contestare la eventuale scarsa qualità offerta dai mercati. Sopravanza (abbattendo ogni criterio di parità delle parti in caso di controversie) una regolazione fondata su accordi sovranazionali ad hoc, in difesa sia della libertà assoluta di occupare, senza regole e senza corrette informazione, i mercati, sia di sanzionare, con incredibili risarcimenti, le situazioni di mancati guadagni causati da leggi, di un qualsiasi Stato Sovrano, che dovessero essere in contrasto, anche solo con ipotetici, pur se inconsistenti, occasioni di profitti futuri.
In questi giorni più che di reali e significative innovazioni viene portato avanti proprio un accordo di questo tipo (per il libero commercio fra Usa e Ue, il Ttip). L’accordo è segreto, ma poi sarà svelato. Una procedura che ha, dunque, due momenti separati: il primo che riguarda, evidentemente, i suoi veri e dettagliati contenuti che non saranno mai resi noti (anche se si possono ben immaginare, per quali «vergogne» e abusi, da non mostrare, rimarranno segreti) e l’altro riguarda, invece, quello che si andrà a raccontare agli sprovveduti consumatori.
Si procede qui con la tecnica dei colpi di ariete, si abbattono un po’ alla volta le difese dei mercati regolamentati e, a distruzione fisica compiuta, si racconterà di una loro caduta non per un distruttivo attacco alla libertà (di autodeterminazione dei sistemi economici da parte delle comunità umane), ma per la libertà di mettere fuori mercato chi non ha una capacità competitiva, cioè per una loro inefficace strategia di difesa e per l’inconsistenza attribuita alle loro argomentazioni. Sarà così legittimata la «correttezza» di un’arrogante, violenta e illecita sottomissione di alternative, non per ragioni di merito, ma per arbitrarie regole di abusiva supremazia e di asimmetrica concorrenza, da parte dei poteri dotati di una difesa-attacco operativamente più forte.
Nella pagina di Google compare l’invito ad accedere alle sue risposte prima ancora di aver formulato le nostre domande («vuoi le risposte prima ancora di fare le domande?»). È solo un accattivante annuncio di un servizio, che richiama quel successo già accertato delle vetrine dei negozi che offrono e riescono a vendere prodotti superflui, pur se di essi non vi è una domanda, assicurando, così, i profitti che ne conseguono. Prodotti dunque che inventano consumi, ma che non rispondono a bisogni essenziali e che, dunque, non rispondono alle richieste dei cittadini, ma alle esigenze di un mercato finalizzato a realizzare profitti.
Oggi siamo ad un bivio, tenuto nascosto nonostante lo stallo dei consumi (che dovrebbero, invece, spingere a trovare nuove strade e rimedi per uscire dalle crisi ancora in atto). Per la quasi totalità, della popolazione mondiale, si presenta ora, una spontanea non faticosa deriva verso il peggio. Ma in alternativa c’è anche un’opportunità unica: quella di attivare, in tempo reale, le risposte ai bisogni umani e i relativi mercati alternativi, riflettendo sul loro significato sociale (non speculativo) e umano (non compulsivo), per riorganizzarli, negli spazi vuoti lasciati dalla crisi dei consumi. In questo caso è, però, necessario sviluppare consapevolezze per definire, culturalmente e socialmente, i nostri obiettivi di cambiamento da condividere nella loro diversità e da far dialogare intelligentemente, come solo l’uomo sa fare.
Forse qualcuno, abituato al veloce sviluppo delle tecnologie, potrebbe sentirsi disorientato da un cambiamento di prospettive che non dovesse avvenire con la stessa velocità. In realtà, dovremmo renderci conto che i cambiamenti della condizione umana, se non sono quelli imposti dall’assoluto di qualche pensiero unico, non si presentano nel breve termine e forse neanche nel medio.
Le accelerazioni, poi, sono anche causa del loro fallimento perché si rischia di mettere il carro (simbolo dell’azione) davanti ai buoi (i motori indispensabili del cambiamento che dovrebbero, quindi, stare davanti al carro). In realtà, se dovessimo preparare nuove e anche ottime strutture sociali e politiche (il carro), non potremmo andare da nessuna parte se i cittadini (i motori) non potessero disporre, in tempi umani e in contesti dinamici, di quelle profonde consapevolezze e quel senso di responsabilità, necessario per farle funzionare. Dunque il cambiamento richiede scelte di modi di pensare e di comportamenti che siano espressione non del tradizionale «meglio» o del «possibile», delle ormai perdute democrazie, ma della condivisione di una diversità creativa e partecipata, che per i cittadini, operatori di questo cambiamento, deve essere l’attività primaria e continua da curare. Un cambiamento che non può essere proposto, quindi, con un illuminato editto, neanche con un sentito manifesto della popolazione civile o con una carta di diritti e di doveri o con altro ancora, ma con un impegno quotidiano ad analizzare lo stato delle cose per passare, poi, a preparare il terreno necessario per ideare, sperimentare, verificare, costruire, aggiornare e ricominciare con nuovi cicli di cambiamento, con progetti revisionati o alternativi.
Un impegno a confrontare le proprie con altre esperienze, per un arricchimento reciproco per tutti e non per vincere una gara che può solo offrire un deviante premio per un singolo miglior risultato. Un impegno senza l’ossessione di arrivare ad un prodotto finale ma per condividere esperienze e conoscenze e assicurare una mutua solidarietà in ogni fase del nostro vivere e a sostegno di un bene comune.
Oggi, invece, in gran parte delle occasioni di un certo peso, non scegliamo di fare o di non fare le cose e tantomeno di farle in un modo piuttosto che in un altro. Viviamo infatti in un mondo già tutto apparecchiato e quando, per i limiti fisici imposti, rimaniamo disorientati dalla sua estraneità, rischiamo di accettare o di lasciarci guidare solo passivamente, da criteri estemporanei senza riscontri con il nostro modo di pensare e comportarci: per esempio, criteri come la vicinanza di un servizio, il colore di un oggetto, gli effetti alienanti di un contesto, il costo vantaggioso a discapito della sicurezza… Tutti criteri che non entrano nel merito dei significati del fare una scelta piuttosto che un’altra perché, oltre un certo livello (oltre, cioè, i bisogni essenziali, ben definibili da una partecipazione attiva, responsabile e informata) ogni cosa appare indistinta e l’uso o l’entrarne in possesso è già tutto organizzato.
Sono preconfezionate non solo le scelte per le vacanze, il modo di vestire, l’arredo, i mezzi personali di trasporto ma anche le scelte concettuali (sul «significato» più gratificante delle cose, sul «come» rituale delle mode e sui «tempi» per il proprio benessere) da dare al consumo del vivere umano. È un modo per semplificare gli aspetti formali del vivere (per non far emergere significati che possono far diminuire la frequenza dei consumi di massa), è un modo per non interferire e, anzi, per essere in linea con il senso già preconfezionato da dare alla vita. Ma è anche un preoccupante modo, per rimuovere fastidiose libertà umane, attuato grazie all’indifferenza, creata dall’alienazione del nostro essere o da dispersivi interessi, stimolati da un’offerta di beni e servizi superflui.
Conviene, allora, fare una personale riflessione su come passare da un quadro di false certezze a un’intelligente gestione delle incertezze, dei complessi equilibri dinamici vitali, e delle nostre irriducibili diversità. Solo su queste riflessioni personali sarà possibile, poi, attivare dialoghi, condivisioni e opportunità di scelte argomentate e provate dai confronti sulle diverse conoscenze ed esperienze di vita. È necessario, perciò, aprire dialoghi senza presupposti (anzi, anche vuotando la mente dalle molte alienazioni quotidiane) per evitare preordinati percorsi impliciti e scale di priorità in favore di vantaggi particolari, difficilmente integrabili, poi, in un quadro di bisogni umani, naturalmente diversi ma che possono essere fruttuosamente condivisi.