Salviamo la ricerca italiana

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Foto ©AlessioCoser per UniTrento
Il gruppo di ricerca di Anna Cereseto

La petizione ha già raggiunto circa 37.400 adesioni ma ne deve raccogliere altre 12.600 per raggiungere il traguardo delle 50.000 firme e questo solo per essere ascoltata. Quello che richiede l’Europa ai Governi è di rispettare i limiti sul bilancio ma l’Europa dovrebbe con altrettanta forza pretendere dai governi nazionali una soglia minima di finanziamento alla ricerca e sviluppo, come richiesto dal trattato di Lisbona e dal Consiglio europeo di Barcellona, fissata al 3% del Pil per il 2010

L’Italia investe pochissimo in ricerca e gli scienziati invitano l’Unione europea a fare pressione sul Governo italiano affinché finanzi adeguatamente la ricerca in Italia e porti i fondi per la ricerca, settore cruciale per il futuro del paese, ad un livello superiore a quello della pura sussistenza.
La petizione lanciata su change.org da Giorgio Parise, fisico italiano tra i più autorevoli al mondo, e diretta alla Commissione europea e al Governo italiano ha già raggiunto circa 37.400 adesioni ma ne deve raccogliere altre 12.600 per raggiungere il traguardo delle 50.000 firme e questo solo per essere ascoltata.
Quello che richiede l’Europa ai Governi è di rispettare i limiti sul bilancio, ma segnala lo scienziato, l’Europa dovrebbe con altrettanta forza pretendere dai governi nazionali una soglia minima di finanziamento alla ricerca e sviluppo, come richiesto dal trattato di Lisbona e dal Consiglio europeo di Barcellona, fissata al 3% del Prodotto interno lordo (Pil) per il 2010.
Il Governo italiano ha preso questo impegno non solo con l’Europa, ma anche con i cittadini italiani e ha l’obbligo di rispettarlo.
Lo scienziato si fa quindi voce del mondo dell’università e della ricerca e chiede che il governo implementi con la massima urgenza un piano pluriennale per portare la spesa in ricerca e sviluppo dall’attuale 1% fino al 3% del Pil e che lo rispetti nel futuro raggiungendo, sia pure in grande ritardo, l’obiettivo di Barcellona.
I dati sui finanziamenti in ricerca e sviluppo in percentuale sul Pil collocano l’Italia agli ultimi posti tra i paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) facendo registrare un sistema universitario che da anni risulta sotto finanziato.
Ed è per dar forza a questo settore che rappresenta il motore portante dello sviluppo nazionale che 69 scienziati italiani, tra cui Giovanni Ciccotti, Duccio Fanelli, Vincenzo Fiorentini, Giorgio Parisi e Stefano Ruffo, hanno scritto una lettera, apparsa sulla autorevole rivista scientifica «Nature» il 4 Febbraio scorso, lettera della quale riportiamo il testo integrale:
«Chiediamo all’Unione europea di spingere i governi nazionali a mantenere i fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza. Questo permetterebbe a tutti gli scienziati europei – e non solo a quelli britannici, tedeschi e scandinavi – di concorrere per i fondi di ricerca Horizon 2020.
In Europa i fondi di ricerca pubblici sono erogati sia dalla Commissione europea sia dai governi nazionali. La Commissione finanzia principalmente grandi progetti di collaborazione internazionali, spesso in aree di ricerca applicata, e i governi nazionali finanziano invece (oltre che i propri progetti strategici) programmi scientifici su scala più piccola, e operati «dal basso».
Ma non tutti gli Stati membri fanno la loro parte. Per esempio l’Italia trascura gravemente la ricerca di base. Oramai da decenni il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) non riesce a finanziare la ricerca di base, operando in un regime di perenne carenza di risorse. I fondi per la ricerca sono stati ridotti al lumicino. I Progetti di ricerca di interesse nazionale (Prin) sono rimasti inattivi dal 2012, fatta eccezione per alcune piccole iniziative destinate a giovani ricercatori.
I fondi di quest’anno per i Prin, 92 milioni di Euro per coprire tutte la aree di ricerca, sono troppo pochi e arrivano troppo tardi, specialmente se paragonati per esempio al bilancio annuale dell’Agenzia della ricerca scientifica francese (corrispondente ai Prin italiani) che si attesta su un miliardo di Euro l’anno. Nel periodo 2007-2013 l’Italia ha contribuito al settimo «Programma Quadro» europeo per la ricerca scientifica per un ammontare di 900 milioni l’anno, con un ritorno di soli 600 milioni. Insomma l’incapacità del Governo italiano di alimentare la ricerca di base ha causato una perdita di 300 milioni l’anno per la scienza italiana e quindi per l’Italia.
Se si vuole evitare che la ricerca si sviluppi in modo distorto nei vari Paesi europei, le politiche nazionali devono essere coerenti tra di loro e garantire una ripartizione equilibrata delle risorse».
È possibile firmare la petizione on line.