Le attese tradite e i complicati interessi in gioco

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La complessità rimossa degli equilibri naturali

Il rito, che porta periodicamente i capi di governo (dei paesi più impegnati a «fare le cose» per sviluppare un’economia «moderna») al capezzale della Terra, è ormai ridotto a un’impotente e ridondante manifestazione di intenti. Nella sua messinscena sono presenti ottimi studi scientifici, ma anche opacità al limite della malafede, chiare responsabilità e ambigui compromessi, tutto un apparato di uomini, cose e documenti che finiscono in un nulla di fatto affidato alle nostre speranze di una prossima volta. In queste condizioni se qualche progresso dovesse affacciarsi, è probabile che non sia il segno iniziale di un cambiamento virtuoso: se dovessero esserci segni di progresso umano non c’è da sperare automaticamente in qualcosa di buono per il futuro, ma da prendere atto che è solo capitato qualcosa di buono che poteva capitare. Ciò non esclude che queste situazioni, di manifesta impotenza della politica internazionale, possano offrire anche opportunità uniche da valorizzare.

Fino ad oggi, per esempio, le performance liberiste hanno deluso le aspettative della quasi totalità della popolazione mondiale che ha visto, e continua sempre più a vedere, peggiorare le proprie condizioni di vita. La gran parte della popolazione mondiale ha solo «contribuito», con le risorse dei propri territori, con la propria sottomissione ed emarginazione, a un aumento dei consumi nei paesi più sviluppati. La gran parte della popolazione mondiale ha tristemente partecipato solo a una rappresentazione scenica di un presunto benessere di pochissimi suoi simili e all’esaltazione di folle in vana attesa di soddisfare con i consumi un mitico stato di benessere e un conseguente e mal interpretato desiderio di realizzarsi. Non è stato espresso, cioè, un progresso che fosse una diffusa e migliore qualità della vita e delle relazioni, né un progresso che fosse una condivisione dei significati e del senso vitale attribuiti dall’uomo alle risorse e alla loro gestione. Tutte cose, queste, profondamente diverse dalla potenza di un cambiamento, fatto immaginare come risultato spontaneo di una trasformazione decisa e imposta da particolari interessi, per meglio «valorizzare» i Territori e gli equilibri naturali. In realtà un cambiamento per alimentare e far crescere un imprecisato ed equivoco «benessere» che, una convinzione ideologica, vorrebbe imporre come effetto di una crescita «virtuosa» di consumi.
Il fallimento del liberismo, pur non riconosciuto apertamente, e i sacrifici ai quali siamo chiamati, per dare sostegno alle pretese vitali della sua agonia, possono, dunque, spingerci, oggi, a interrogarci sulle possibili e diverse prospettive, imprudentemente trascurate, dell’economia, della gestione delle risorse naturali e dei modelli di vita. Prospettive che possono essere, cioè, più vicine a quelle articolate e autentiche attese umane che spaziano fra immanenza e trascendenza. Non possiamo immaginare di vivere ancora al capezzale di un liberismo che ha precipitato l’esistere dell’uomo nei vorticosi abissi di eccitanti consumi senza senso. Non possiamo, cioè, accettare un sistema che è tutto impegnato a favorire una dimensione deviata del vivere sociale e a ridurre l’uomo nell’impotenza del non saper gestire la qualità del proprio vivere, e nel dover simulare, invece (con l’ostentazione oggettiva di profitti e di ricchezze concrete), una propria identità, in realtà del tutto lacunosa e, addirittura mortificante se è messa a confronto con la natura del nostro essere e con la sostanza del nostro saper andare oltre la materialità delle cose. Non possiamo immaginare di donare tutto il nostro sangue per assicurare continuità a questo rovinoso dominio che ha già tristemente deviato i nostri pensieri verso l’assoluto ideologico del mercato libero dei consumi, della competizione e del profitto. Dobbiamo, invece, ripensare l’economia perché sia al servizio dei fenomeni vitali e in particolare della qualità della vita umana (perché possa contribuire, ai fenomeni vitali, con la sua originalità, sinergica e creativa, responsabilmente gestita).
Sono gli stessi vertici mondiali per l’ambiente che ci informano, rammaricandosene, sulle derive irreversibili, che non sono affrontate, e sui compromessi inutili che hanno il cinico fine strumentale di non farci perdere ogni speranza e di confortarci per convincerci a conservare una pur labile motivazione per continuare a produrre e consumare. Un modo di impostare le questioni ambientali, che sembra quasi finalizzato a evitare estreme sofferenze quando ci troveremo, forse, a dover accettare, continuando a coltivare speranze sempre più vane, la fase finale dell’esistenza dell’uomo sulla Terra.
Anche nell’ultimo incontro del dicembre 2015, a Parigi, è venuto a mancare quel passaggio dalle analisi e dalle valutazioni, alle misure obbligate e concrete sull’uso dei Territori, per controllare, in questo caso, alla fonte le cause del cambiamento climatico. Si trattava di definire non solo limiti alle immissioni di gas serra, ma anche di affrontare i problemi connessi a questioni di politica internazionale che rischiano di evolvere verso la distruzione di interi Territori e verso le violenze, fino alla morte, soprattutto delle popolazioni più indifese del pianeta. Una situazione che crea le premesse per far passare in secondo piano o, almeno, per relativizzare i danni ambientali e drammatizzare, invece, la necessità di difendere privilegi. Viene dato sostegno a un modo «spensierato» di vivere che aliena (dalle responsabilità, individuali e collettive, di curare gli ambienti vitali che ci ospitano) tutto un mondo di esseri umani indotto, così, a distrarsi con i consumi. Uno scenario preordinato che porta a consegnare acriticamente il proprio consenso a un sistema di potere che corrompe le coscienze difendendo una «libertà» del «fare» senza vincoli, ma che, in realtà, umilia l’uomo incatenandolo nelle violente solitudini di un egoismo da esercitare contro tutti i suoi simili e non solo.
A guardar bene queste situazioni, c’è da rimanere disorientati se ci rendiamo conto che ogni problema geopolitico, quello ambientale in primo luogo, trova connessioni con impresentabili interessi e ciniche strategie di pochi invincibili centri di potere economico-finanziario, fuori da ogni controllo politico e democratico. Sono centri che hanno tutto da guadagnare dalle guerre fra stati, dalle sottomissioni a tirannici poteri assoluti (che indeboliscono le strutture socio-economiche dei paesi ricchi di risorse) o, addirittura, dalle guerre fra gruppi opposti all’interno di uno stesso paese. Tutto un modo per avere, poi in quegli stessi luoghi, mani più libere, per l’approvvigionamento delle materie prime e per poter governare il mondo con le armi dei ricatti finanziari e delle concessioni per l’accesso al mercato globale, padrone unico di ogni risorsa, bene e servizio. Accesso consentito solo a quelle comunità umane che continueranno a sottomettersi, senza porre condizioni, alle seducenti catene del meccanismo assoluto di «produzione e consumo», in cambio di un lavoro sempre più precario, ma ormai anche unica fonte di sopravvivenza dopo la sottrazione delle risorse materiali e la disponibilità onerosa dei patrimoni intellettuali. Patrimoni che sono stati trasformati in proprietà individuali, di chi arriva prima a prenderseli, ma che sono, invece, beni comuni perché si possono sviluppare solo in un sistema di conoscenze diffuse e condivise.
Siamo in presenza di centri di potere che hanno anche tutto da guadagnare dalla vendita di armi e dalle forniture di altro materiale strategico, non solo a fazioni in lotta fra loro, ma perfino a quei gruppi terroristici che poi le usano anche contro le popolazioni degli stessi stati che le hanno prodotte o procurate (una storia non nuova se ricordiamo le forniture di petrolio che sarebbero state assicurate dalla Standard Oil americana alla Germania di Hitler per realizzare, nel secolo scorso, il folle progetto nazista di dominio del mondo).
Non sono disponibili, oggi e nel nostro mondo, procedure condivise che permettano di affidare le decisioni alle scelte di cittadini informati, responsabili e autonomi nella loro diversità. Si procede, invece, con decisioni (i trattati internazionali che delegittimano ogni attesa di scelta democratica) che spesso sfuggono o sono addirittura imposte agli stessi governi democratici. Di fatto anche le decisioni che sono state prese dalla Cop21, non solo sono costruite sulle mediazioni fra valutazioni e proposte, sostenute anche da interessi di parte, ma saranno recepite, reinterpretate e alterate, poi, in funzione delle opportunità di applicare tecnologie disponibili e convenienze varie da mettere a frutto in termini di profitto. Purtroppo, nel migliore dei casi, possiamo limitarci a sperare solo in progetti e finanziamenti finalizzati ai risanamenti temporanei e disperarci, invece, per i nuovi disastri (economici e non solo ambientali e sociali) che questi stessi progetti procureranno, anche a breve termine, in linea con quanto è già avvenuto nel passato e continuerà ad avvenire, anche in futuro, se non vi sarà un cambiamento.
L’attuale mercato dei consumi e l’attuale linea di sviluppo delle tecnologie, a esso asservita, non solo continueranno a essere origine del degrado dei Territori, ma continueranno a proporsi, poi, anche come strumenti di risanamento. È, questo, un modo per vivere con continuità una doppia identità che permette loro, iterativamente, di produrre danni e intervenire, poi, per porre rimedi. È, così, assicurato il risultato paradossale di dare continuità al modello economico liberista, con un’implicita concessione ad operare, contemporaneamente, a favore e contro l’ambiente.
Non possiamo, poi, non prendere atto, con il fallimento sostanziale dell’attuale modello di sviluppo, anche delle sue prevaricazioni ideologiche con le quali è stato imposto come «modello senza alternative» («There Is No Alternative», in sigla: Tina). Un’astuta menzogna che, in realtà, è una dichiarazione che, se sostenuta da un governo (come in effetti è avvenuto per la Thatcher, Primo Ministro britannico per tutti gli anni 80 del secolo scorso), diventa un palese segno di incompetenza a governare, infidamente difeso, però, dalle forme di dittatura economico-finanziaria che lo hanno imposto. Eppure è nella stessa logica liberista che questo modello debba essere considerato non solo fallito, ma anche un insulso progetto, incapace di creare condizioni flessibili per perseguire quell’equilibrio economico-finanziario del quale il libero mercato continua, ancora tronfiamente, a vantarsi sottovalutando (se non occultando) la sua natura di insidioso strumento spinto e premiato dal profitto e dalle cose più disumane che possono essere fatte per perseguirlo.
Oggi, il lavoro per un cambiamento, per organizzare un’economia a dimensione umana, è estremamente duro. Prima di ogni cosa c’è, infatti, anche da ripensare e costruire nuovi panorami socio-politici e culturali sia di competenze, non sottomesse a un potere di interessi precostituiti, sia di libere vocazioni personali da valorizzare. C’è una partecipazione democratica, contributiva e decisionale, da sperimentare (come essenza irrinunciabile di una condizione di diversità, propositiva e da condividere, in sintonia con gli equilibri naturali), offerta alle nostre intelligenti, creative e sinergiche capacità, per interpretarne il senso e assumere, poi, le responsabilità di riflettere sulle scelte e decisioni da prendere. C’è una formazione umana che non può essere subdolamente fatta immaginare come un percorso di alternanza scuola-lavoro finalizzata a conformare le mentalità dei giovani a uno stato di dipendenza (senza dovute alternative) da meccanismi preordinati (quelli del solo mercato dei consumi di risorse) e dai profitti.
Le attività finanziarie e l’elaborazione e sfruttamento dei Big Data raccolti in rete, sembrano indirizzate a favorire (con implicite minacce e ricatti) uno sviluppo economico, che fa leva anche sulle posizioni di debolezza delle nazioni indebitamente gravate (e assoggettate ai vincoli connessi) da prestiti internazionali, motivati da fallimentari piani di sviluppo globale dell’economia di mercato. Siamo di fronte ad uno sviluppo meccanico del libero mercato che, di fatto, è una sottomissione assoluta al potere finanziario e che, ormai, domina un’economia globalizzata e orientata dai consumi senza controlli, preordinata e imposta da asimmetrici accordi internazionali. Così, il potere finanziario, affrancato dal rispetto di ogni diritto e regola democratica, annulla le libere scelte di ogni individuo e delle comunità di appartenenza. È significativo, in questa direzione, il «suggerimento» (quanto meno irritante) della J.P. Morgan che, rilevando un potere «troppo» ampio dato, in particolare, ai cittadini di alcuni paesi europei, invita a fare «riforme» che diano più potere e non creino ostacoli a ciò che conta, cioè all’economia finanziarizzata del libero mercato globale dei consumi, affrancati dai programmi e dalle verifiche che possono essere esercitati consapevolmente dalla politica e dall’economia di un paese democratico.
Se partiamo, dunque, dal dato incontestabile che, fra degrado dell’ambiente ed economia del mercato dei consumi, c’è una stretta connessione, è allora evidente che una strada concreta, per evitare le emergenze di possibili catastrofi ambientali (non solo nei singoli Territori, ma in tutto il nostro pianeta), è quella di intervenire sulle deviazioni e prepotenze, dell’attuale modello economico. Si tratta di iniziare rimuovendo gli ostacoli creati al dialogo fra valutazioni economiche e attese dei cittadini per poter decidere progressi umani di qualità della vita e non meccanismi, arbitrari e arroganti, di sviluppo dei profitti.
L’attuale economia vive relegata in un proprio olimpo finanziario e non appartiene più al mondo delle relazioni umane: è stata sequestrata e ridotta a una convinzione ideologica che premia, chi la sostiene, con una indefinita libertà di fare profitti e con uno smisurato potere per difenderli. Alla componente umana viene solo riconosciuto il diritto di assolvere il dovere di aumentare la produttività e i consumi che sono il motore dai quali la finanza ricava le ricchezze necessarie all’esercizio del suo potere assoluto. Un potere questo che, ritenendo ipocritamente di essere solo un neutrale e indiretto promotore di consumi (e non, invece, un micidiale dissipatore di risorse, creatore di domande di consumo e produttore di rifiuti sempre in crescita), non considera suo compito assumere le responsabilità di qualsiasi impatto negativo e l’onere dei risarcimenti, dovuti dalle sue attività nei Territori e a danno della qualità della vita delle comunità che li abitano.
È ancora evidente che per informare, con la giusta efficacia e in modo diffuso, sullo stato e sulle conseguenze delle possibili evoluzioni delle condizioni ambientali, è essenziale riconoscere la rilevanza di un’economia che sappia valutare la qualità e quantità dell’insieme degli impatti che devono essere risarciti da chi li procura a monte (cioè, non dai consumatori che non hanno la percezione diretta dei costi occulti e dei danni globali procurati dai consumi e dalla mancanza, invece, delle risposte ai bisogni essenziali e non distruttivi degli equilibri vitali degli esseri viventi).

 – Riflettere e valutare insieme