Ilva-Italsider, il più grande inganno della storia italiana

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No ilva Giuseppe Vinci
Foto di Giuseppe Vinci

Va chiusa e tutta l’area bonificata

Iniziò nel 1959 l’opera di devastazione, ora va restituita a Taranto e alla Puglia la salute delle persone e quella del più bel golfo del Mediterraneo, il patrimonio storico e naturalistico millenario, nonché quello produttivo naturalmente vocato che lo contraddistingue in tutta la sua unicità

Taranto, 1959, lo Stato inizia l’opera di devastazione della campagna tarantina. Vengono abbattuti migliaia di olivi secolari e rase al suolo decine di masserie, aziende agricole tra le più produttive d’Italia. Con la Cassa del Mezzogiorno e il ministero dei Lavori Pubblici, sulle rovine di un territorio e di un paesaggio unico nel bacino del Mediterraneo, si va verso la realizzazione del polo siderurgico di Taranto costato fino al 1964 più di 400 miliardi di lire solo per iniziare. Briciole se si considerano i costi totali di oltre 50 anni di interventi economici pubblici. Basti pensare che nel 1975 a stabilimento completato i costi ammontavano a 2mila miliardi di lire.

In pochi giorni viene spazzata via una intera economia basata sulla coltivazione di olivo, vite, agrumi, cereali, legumi ecc., nonché sulla pastorizia. Attività produttive a cui, il ricatto lavorativo e l’illusione emancipativa dalla condizione del «cafone», ha dopato e negato ogni possibile percorso di emancipazione propria (tecnologica, economica, culturale e sociale), del comparto agricolo.

In forza del modello industriale e con il ricatto illusorio della rivoluzione verde, la nostra regione a cominciare da Taranto per poi estendersi alle altre province, ha solo perso posizioni di forza a favore di lobby affaristiche e criminali strettamente intrecciate con la politica, le stesse che oggi in Puglia producono agricoltura cartolare.

Una «Seveso»

La stessa siderurgia in Puglia non ha mai rappresentato un reale punto di forza tipico del territorio, tanto meno dal punto di vista economico e produttivo, non solo per la regione, ma per tutto il paese. Abbiamo dovuto sempre importare la materia prima ferrosa, trasformarla e trasportarla verso nord, destinata all’indotto industriale, per esempio all’industria automobilistica, quella degli elettrodomestici, quella dell’edilizia industriale, ecc. Cinquant’anni di danni e costi pubblici, economici, ambientali e sanitari sempre più che doppi.

Quello che ai più sfugge è che Ilva, quand’anche fosse messa a regime e a norma (ci sarebbe poi da capire quali sono i parametri della norma e chi li stabilisce!), è da sempre una «Seveso» quotidiana per centinaia di migliaia di persone, per l’ambiente e per ogni forma di vita. Una Seveso che produce da sempre atroci sofferenze e morte. Oltre a quelle umane, tra le migliaia di mattanze, una delle ultime è stata quella del 2009 che ha riguardato alcune aziende agricole e zootecniche sopravvissute in provincia di Taranto, colpite dal mostro invisibile dalla diossina. Costrette ad abbattere migliaia di capi di bestiame, a interrare tonnellate di orticole, poiché da anni producevano orticole, latte, carni e derivati altamente contaminati, per poi chiudere i battenti se non addirittura fallire.

La naturale vocazione…

Ed oggi? Quali sono le ricadute di un polo industriale che non ha visto alcun miglioramento complessivo degli impianti che coinvolgono una vasta area che si estende in tutta la provincia e anche oltre? Le rassicurazioni di Arpa Puglia non rassicurano affatto dal momento che le sole centraline installate da Peacelink intorno al polo siderurgico e in prossimità della città di Taranto, raccontano dati contrastanti e per niente rassicuranti. Si consideri che il distretto industriale di Taranto contempla altre realtà affatto minori e altrettanto impattanti per l’ambiente e per la salute umana, come tra le altre la raffineria Eni, la Cementir, la discarica del Gruppo Marcegaglia a Statte.

L’Ilva va chiusa e tutta l’area bonificata. Va restituita a Taranto e alla Puglia la salute delle persone e quella del più bel golfo del Mediterraneo, il patrimonio storico e naturalistico millenario, nonché quello produttivo naturalmente vocato che lo contraddistingue in tutta la sua unicità.

Ci vorranno 20 anni? E sia! Con quello che continua a costare allo stato italiano e cioè a noi da oltre 50 anni, nonostante la privatizzazione costi per costi, allora è bene restituire quel territorio alla sua naturale vocazione e alle generazioni future, ai nostri figli e ai loro figli. La privatizzazione, un vergognoso regalo quello fatto ai Riva e che ha segnato la fortuna di non poche e trasversali figure politiche (sciacalli elettorali), dagli anni 90 fino ad oggi. Come è stato del resto sin dalla posa della prima pietra, il 9 luglio 1960 attraverso la gestione della Cassa del Mezzogiorno, terreno fertile per tangenti e sistemi clientelari, insomma terreno fertile per la corruzione.

Rimpalli e lavate di mano

La situazione attuale è il risultato dei continui rimpalli e lavate di mano, nella successione dei governi nazionali e regionali in particolar modo degli ultimi 10 anni, ovvero dall’accertamento penale delle responsabilità dei Riva. E in questo scenario un ruolo fondamentale, ma in negativo, lo ha svolto la nostra regione.

Dalla risata di Vendola con Archiná ad oggi c’è chi, pur avendo un ruolo nelle dinamiche politiche e amministrative della regione, non solo non ha fatto nulla per dare un contributo fattivo, quanto meno per portare alla luce i fatti, anzi, i più, come sciacalli non hanno saputo far di meglio che utilizzare l’argomento Ilva come propaganda elettorale.

Per evolvere dal loop imprigionante dell’attuale mortale visione di società, bisogna liberarsi dalle prospettive-retaggi occidentali che si fondano su un modello industriale-padronale e/o statale, liberista, estrattivista che si è andato imponendo sin dagli esordi della rivoluzione industriale. Modello che non ha fatto altro che procurare danni al mondo del lavoro, all’ambiente, alla salute, non ultimo alla formazione culturale e intellettuale di intere generazioni, sia in termini di creatività, sia epistemologici. Ciò è accaduto e accade ancora in virtù del corto circuito innescato dal capitalismo (evolutosi presto in capitalismo finanziario o turbo capitalismo, che si connota dalle tipiche attività predatorie, meglio conosciuto come liberismo), a discapito del lavoro in quanto attività creativa con tutte le implicazioni, comprese quelle di natura spirituale, sacrificate sull’altare delle false sorti umane e progressive.

Siamo proprio sicuri che questo modello industriale sia l’unico possibile. Siamo proprio sicuri che l’industria sia l’unica via possibile per il progetto di una umanità che persegue il percorso della sua evoluzione? Ne possiamo parlare?

Intanto e infine. Chiudere e bonificare significa anche dare lavoro a migliaia di persone e non poche competenze tecniche e scientifiche per un progetto integrato di salute umana e ambientale. Continuare a tenere in piedi questa realtà mostruosa, improduttiva e mortale è solo diabolico!

 

Giuseppe Vinci