Editoriale

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Parlare di campagna al futuro significa fare un discorso fantascientifico. Anzi, seguendo la nuova terminologia, direi distopico, perché di un futuro negativo si tratta.

Fra Ogm, ingegneria genetica, controllo della proprietà dei semi, riduzione della biodiversità, orti verticali in città, orti idroponici urbani… proprio è difficile immaginare un futuro per la campagna di domani.

I vari centri di potere si stanno organizzando perché ormai è evidente che il comando non sarà nelle mani dell’energia, perché prima o poi si romperà la diga del fossile e le energie alternative dilagheranno in tutta la loro variabile potenza. È evidente che il potere sarà nelle mani di chi gestisce il cibo.

Io però penso un altro orientamento. Anche se la cultura e la conoscenza le stanno azzoppando in tutte le maniere, anche se stanno contrastando un vero sviluppo dell’educazione e infarcendo i media con notizie false, il tam tam delle notizie certificate si sta facendo strada. Stanno aumentando i giovani che si orientano verso una vita all’aria aperta, si stanno recuperando vecchie piante, antichi semi, vecchi metodi di coltivazione, e si stanno recuperando i sapori, che una massiccia propaganda consumistica aveva fatto perdere nella sensibilità del nostro palato.

Ma nonostante queste notizie positive, ormai nell’evidenza dell’informazione globale, la «battaglia» non è vinta. Bisogna spegnere i grilli parlanti pagati dalle multinazionali, vincere le comodità acquisite e abituarsi a nuovi stili di vita. E, soprattutto, bisogna fare tutto da soli. Diffondere la conoscenza, offrire aiuto ma non cedere il know how. Salvaguardare il metodo significa salvare le specie, tramandare la tradizione. Tutto quello che ha portato a godere ancora di antichi frutti, scoperti in un vecchio podere abbandonato.

Un giardino segreto a macchia di leopardo che alimenta quasi di nascosto insetti e impollinatori.

Vorrei essere esagerato, in quello che dico, ma la direzione che ha preso la nostra società che ha ridotto il grano a strumento strategico, che da decenni lascia morire milioni di bambini, che è incapace, nonostante gli allarmi qualificati, di interferire sul degradare dell’ambiente e del clima, ormai ostaggio della più speculativa dell’economia conosciuta sul pianeta… tutto questo e molto altro non lasciano aperta nessuna porta alla speranza. Bisogna solo agire, e lasciare che la desertificazione economica colpisca coloro che fino ad ora hanno desertificato e condizionato le nostre speranze.

 

Ignazio Lippolis