Alcune domande per capire

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«È davvero sufficiente comprare un braccialetto, come quello bianco a sostegno della lotta “Contro la povertà” oppure un cd di beneficenza o una maglietta per far scomparire dal nostro mondo i milioni di morti per fame, i terreni inariditi, o almeno dare sollievo ai bambini con il ventre gonfio?

«Un problema enorme nella cooperazione è la cattiva gestione: per esempio la corruzione è ormai messa in bilancio dalle associazioni che fanno cooperazione internazionale, alcune delle quali lo ammettono pubblicamente come una necessità di chi lavora sul campo e deve imparare a sporcarsi le mani; oppure la percentuale delle donazioni che restano alle associazioni per mantenere gli uffici e farsi pubblicità (fino al 90% in alcuni casi). Per non parlare poi del fatto che il Sud restituisce ai Paesi industrializzati sotto forma di interessi sul debito 6 volte più degli aiuti.

«È così importante dare più aiuti possibile al Sud del mondo? Si deve fare la carità ai poveri?

«L’aiuto ai paesi poveri presuppone l’idea che ai paesi poveri manchi qualcosa, come risorse materiali o intellettuali, da qui l’invio di soldi, merci e personale per la gestione dei progetti (spesso un esercito di ventenni neo-laureati in cooperazione).

«Ma perché i poveri non riescono a cavarsela da soli, a coltivare un po’ di terra, a costruirsi quel benessere come noi abbiamo fatto ormai già da un secolo?

«Le immagini che accompagnano alcune delle campagne di beneficenza sono esemplificative: poveri seduti per terra con la ciotola in mano in attesa che qualcuno venga a riempirgliela, o gruppi di poveri, vestiti sommariamente ma sorridenti, di fronte ad una scuola tutta nuova, costruita dai tecnici di pelle bianca della cooperazione. Il punto è che gli aiuti ci parlano di poveri e non di impoveriti, parlano di sottosviluppo come fosse un sostantivo e non un verbo, “sottosviluppare”: i paesi poveri non sono poveri ma le loro risorse vengono drenate per farci mangiare verdure fuori stagione e bere cinque caffè al giorno per fare fronte allo stress da lavoro; inoltre all’interno degli stessi paesi poveri non tutti stanno male, perché c’è chi fa affari con la carestia prima e l’arrivo degli aiuti dopo.

«La riduzione della realtà a delle immagini, permette a queste organizzazioni di dimostrarsi efficienti: un sacco di riso portato in un villaggio è qualcosa di effettivo che i donatori possono vedere e capire. Spiegare il perché e il come i campi intorno appartengano non al villaggio ma a un unico proprietario e siano coltivati a tulipani diventa troppo complicato e ingestibile.

«Paesi industrializzati e paesi poveri così sembrano appartenenti a due sfere diverse e non collegate fra loro.
Se facessimo il contrario, cancellando tutti gli aiuti, cosa accadrebbe ai paesi poveri? In Africa morirebbero tutti?

«L’Africa non morirebbe e probabilmente non starebbe nemmeno peggio. La cooperazione non genera cambiamenti perché questi sono al di fuori della sua portata, può al massimo dare sollievo, ma se non si agisce sulle cause,


si finisce solo per rinviare la cura e aggravare il male. Il Sudan sconta dieci anni di guerra perché da dieci anni arrivano aiuti, che però finiscono nelle mani delle due fazioni in guerra, rifornendoli di cibo e carburante.

«Stati come il Nicaragua del dopo Somoza sono riusciti a diminuire analfabetismo, malnutrizione e mortalità senza alcun sostegno esterno ma usando al meglio le risorse interne, mentre paesi fortemente sostenuti dagli aiuti internazionali, come Haiti, hanno invece visto peggiorare tutti gli indici di sviluppo umano. Gli aiuti quindi non servono e non bastano.

«Per concludere l’immagine della povertà non dovrebbe farci tanta pena da compilare un assegno, ma dovrebbe farci rabbia, perché l’immagine della povertà non è la foto di un bambino con il ventre gonfio, ma è il nostro autoritratto. Se l’albero è malato non sono le ghiande a dover essere curate, ma bisogna guardare sia alle radici, e cioè al nostro sistema economico, sia al terreno da cui l’albero prende il suo nutrimento, terreno che è il nostro stile di vita basato sul consumo, sull’individualismo e su una mentalità che separa invece che mettere in relazione le cose. Siamo noi ad avere bisogno di aiuto ed è qui in occidente che bisogna iniziare a fare cooperazione, senza più delegare ad organizzazioni caritatevoli».
(A cura di Paolo Stevanato ? Ecoistituto del Veneto Alex Langer ? Viale Venezia, 7 ? 30171 Mestre ? Venezia ? tel. e fax 041/935666, info@ecoistituto.veneto.itstevanato@tin.it)