Alcuni casi di interazione

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I mari di Taranto costituiscono un’area mediterranea di grande interesse scientifico, anche da questo punto di vista, in quanto soggetta a numerose pressioni antropiche (grande industria siderurgica, traffici navali, scarichi civili e industriali, cantieristica, mitilicoltura) che ne hanno modificato profondamente la struttura delle comunità bentoniche (Matarrese et al., 2004; Mastrototaro et al., 2008) ed in cui sono state segnalate numerose specie esotiche (Mastrototaro et al., 2004).
La presenza di alcune specie bentoniche autotoctone, un tempo dominanti, è attualmente piuttosto ridotta mentre risultano diffuse le specie più tolleranti sia native che esotiche, queste ultime insediate sia con popolazioni effimere (come ad esempio il mollusco asiatico Musculista senhousia) che con popolazioni stabili (come ad esempio l’anellide polichete, provenienti dal Mar Rosso, Branchiomma luctuosum). Attualmente sembrerebbe che la diversità biologica dei mari di Taranto, intesa unicamente come numero di specie presenti, sia addirittura aumentata. Ma il ruolo della biodiversità nell’ecosistema non si esprime soltanto in termini di numero di specie ma anche come rapporto di abbondanza tra le specie presenti.
Un sistema ambientale con un certo numero di specie in cui una o soltanto alcune sono fortemente dominanti rispetto a tutte le altre che si presentano rare è meno diversificato di un altro sistema ambientale che pur con un numero minore di specie queste risultano presenti con abbondanze comparabili. Comunque, non tutte le specie esotiche presenti nei mari di Taranto sono tropicali e quindi se per queste si è creata una sinergia tra trasporto umano e cambiamento climatico per quelle non tropicali il cambiamento del clima sembra non aver giocato alcun ruolo.
Un tipico esempio di effetto combinato di modificazioni antropiche e cambiamento climatico sugli organismi e sulle comunità è fornito dall’alga tropicale Caulerpa racemosa nativa del Golfo del Messico ma che si sta diffondendo in tutto il Mediterraneo. Quest’alga invasiva, che tollera acque inquinate, si è ben insediata anche nei mari di Taranto ricoprendo parzialmente il popolamento algale autoctono e rimpiazzando la spermatofita (pianta con fiore) endemica Posidonia oceanica che, invece, risente fortemente della torbidità delle acque. Di fatto, in molte aree mediterranee P. oceanica manifesta segni di degrado dovuto soprattutto all’inquinamento delle acque e ad attività di pesca a strascico realizzata, spesso illegalmente, in acque costiere.
In generale, è necessario monitorare gli effetti delle interazioni tra differenti cause per spiegare le variazioni osservate nella struttura delle comunità e nel livello di biodiversità. Morri e Bianchi (2001), riportando alcuni casi studio effettuati nel Mar Ligure, evidenziano la difficoltà di distinguere tra le differenti azioni antropiche, tra cui il cambiamento climatico, le cause delle variazioni della biodiversità.
Per esempio, questi autori hanno riportato come i cambiamenti osservati nel corso degli anni nella composizione della comunità bentonica in alcuni distretti liguri risultavano correlati sia alla variazione di temperatura sia alla variazione di torbidità delle acque nel periodo di osservazione. Così le differenti abbondanze riscontrate in due specie ittiche, una di acque calde (Auxis rochei), l’altra di acque temperate (Sarpa salpa), nel corso di un ventennio, potevano dipendere sia dalla sovrapesca e


dai differenti tipi di attrezzi da pesca utilizzati nella marineria sia dalle variazioni termiche registrate nel periodo di studio (Morri e Bianchi, 2001).
Come prima detto, anche le variazioni dei rapporti di abbondanza tra le specie influenza il livello di diversità biologica di un ecosistema. Nel Mar Ionio, due gamberi che vivono in acque molto profonde, il gambero viola (Aristeus antennatus) e il gambero rosso (Aristaeomorpha foliacea), sono pescati con reti a strascico lungo la costa ionica a partire da una profondità di 300 m fino a quella di circa 800 m. Delle due specie il gambero viola è quella più abbondante e che si distribuisce anche a notevoli profondità (3.300 m è la massima profondità di rinvenimento di questo gambero) (Sardà et al., 2004).
A partire dal 1995 si è assistito ad un incremento delle catture del gambero rosso e intorno al 2000 e fino al 2003 è stata registrata persino un’inversione di tendenza con il gambero rosso più abbondante del gambero viola (Carlucci et al., 2007). Poiché alcune condizioni climatiche, verificatesi a partire dal 1987, hanno influenzato le caratteristiche e la circolazione delle masse d’acqua profonde e intermedie nel bacino ionico rendendole relativamente più salate e più calde (Eastern Mediterranean Transient, Klein et al., 1999), è probabile che tali condizioni, a cui il gambero rosso è meglio adattato, abbiano favorito un aumento della sua biomassa. Comunque, valutando l’entità dell’attività di pesca a strascico, tecnicamente detta «sforzo di pesca», nel periodo 1995-2005, è stato riscontrato che tale entità ha mostrato un trend negativo durante questo decennio. In altri termini, un numero inferiore di barche a strascico hanno operato nel Mar Ionio e quindi, il gambero rosso, che è particolarmente vulnerabile a questo tipo di pesca, ha subito una minore pressione da parte dell’uomo. Quindi, l’aumento registrato nelle catture del gambero rosso potrebbe essere il risultato combinato della variazione termoalina delle acque e dell’attività di pesca.
Alcuni effetti sugli organismi e comunità che si stanno esaminando in relazione al cambiamento climatico, sebbene con dinamiche differenti, possono essere dovuti proprio all’attività di pesca. I predatori di vertice, per esempio gli squali, e le specie di grossa taglia sono drasticamente ridotti da questa attività umana che, pertanto, favorisce l’incremento delle specie più piccole e più opportuniste le quali diventano dominanti nell’ecosistema (Fishing down marine food webs, Pauly et al., 1998). Anche rispetto all’attività di pesca, risulta fondamentale monitorare gli effetti delle interazioni negli ecosistemi. Infatti, la «scomparsa» o la riduzione del predatore può favorire il proliferare della preda, oppure può favorire il proliferare di specie di nuova introduzione. Se queste ultime sono predatori, non è detto che siano in grado di svolgere il medesimo ruolo dei predatori originari e, quindi, struttura e funzioni dell’ecosistema si modificheranno con esiti non facile da prevedere.