Barbagianni

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Solitario e discreto, abita zone sia coltivate sia urbane, ruderali e rocciose, ed è molto diffuso in tutta Italia, purché il clima sia mite e non dilaghino troppi insetticidi e veleni

Bianca e silenziosa apparizione improvvisa nelle tenebre più fitte, il Barbagianni (Tyto alba) è forse uno dei Rapaci più singolari e meglio conosciuti, anche se per le abitudini nettamente notturne pochi hanno occasione di incontrarlo. Piuttosto slanciato e più piccolo di una cornacchia, può misurare in piedi circa 35 centimetri di altezza: ma ad ali spiegate è un vero spettacolo, potendo raggiungere anche un metro di larghezza. Ha collo corto e mobile, becco adunco e robusti artigli, lunghe zampe piumate e colori delicati (sopra bruno dorato, ma nella parte inferiore quasi bianco): anche se non presenta sul capo i ciuffi tipici di molti Rapaci notturni, lo «specchio facciale», ovvero la sua faccia sagomata a forma di cuore, lo rende davvero inconfondibile.
Anche la sua voce, un soffio sibilante e raschiante, quasi un incrocio tra lamenti e sospiri, non può essere confusa con i gridi acuti, i sussurri o i sordi richiami degli altri volatori compagni della notte. Evita la luce del giorno, e per la sua grande riservatezza non ama neppure albe e crepuscoli: ma quando scende l’oscurità, diventa padrone assoluto dello spazio intorno a sé. Scivola nell’aria tersa come leggero aliante, a volo battuto oppure ondulato, ma sempre sicuro: spesso tendendo in volo planato le ali, rese silenziose dal piumaggio morbido. Scopre le prede più piccole e nascoste percependone il minimo rumore, e quindi le assale afferrandole con l’unghia seghettata del dito medio: in modo da nutrirsene poi nell’angolo più tranquillo, oppure per offrire alimento, nel nido, alla famelica prole.

Sceglie il proprio rifugio anche in siti accanto all’uomo, dove qualcosa da mangiare si trova sempre, ma comportandosi sempre in modo schivo e non invadente. Nei vecchi edifici o tra i ruderi, sulle travi d’un campanile o nei fienili, tra le stalle e i granai. E benché non sia sempre apprezzato adeguatamente, il suo lavoro di controllo e contenimento dei topi d’ogni specie e degli insetti troppo invadenti è davvero prezioso: perché altrimenti quei «parassiti» sarebbero capaci di distruggere, in breve, anche il più ricco raccolto.
Solitario e discreto, abita quindi zone sia coltivate sia urbane, ruderali e rocciose, ed è molto diffuso in tutta Italia, purché il clima sia mite e non dilaghino troppi insetticidi e veleni. Per la verità, abbonda in quasi ogni parte del mondo, ad eccezione delle aree più fredde, assumendo quindi un tipo di distribuzione geografica quasi cosmopolita.
Carnivoro e insettivoro al tempo stesso, nell’ambiente naturale e seminaturale può annoverare tra le prede abituali moltissimi micromammiferi e uccelli, anfibi e rettili, oltre agli insetti (tra cui soprattutto ortotteri e coleotteri) e a vari altri invertebrati. Tra i predatori, è forse uno di quelli che lasciano scoprire più facilmente la propria dieta, attraverso l’accurato esame del contenuto delle «borre» (piccoli rigetti di cibo non digerito, dove abbondano peli e ossicini, piume di volatili ed elitre di scarabei), facilmente reperibili soprattutto nel nido o intorno ad esso.

Sedentario e nidificante nel nostro Paese, può temere soprattutto ghiacci e nevi alte, che gli precludono la ricerca del cibo: e poi la stupidità umana, che sembra sforzarsi in ogni modo per distruggere i suoi ultimi rifugi. Ma il suo spirito di adattamento e le sue capacità di sopravvivenza sono eccezionali, e spesso abita in piena città, senza che la gran massa dei cittadini se ne renda minimamente conto. Ci è capitato spesso, alzando di notte la testa verso il cielo per ammirare le stelle, di scorgerne uno che, talvolta seguito a breve distanza da un compagno, passava silenzioso sopra le nostre teste, per lo più a una certa altezza. Come ad esempio in piena città di Grosseto, nelle serate primaverili o estive… E persino a Roma, in pieno centro storico, mentre la gente comune continuava a passeggiare senza rendersi conto di nulla.

Per il suo aspetto bianco e l’occhio indagatore, secondo qualcuno è proprio dal Barbagianni che avrebbe tratto vita il mito dei fantasmi, taciturni e candidi come se fossero avvolti nelle lenzuola.
Ma c’è una storia più bella, che merita davvero di essere raccontata. Qualche decennio fa, quando a Napoli stavano costruendo la tangenziale, avvenne qualcosa di strano e incomprensibile. Una specie di rantolo umano proveniva dai piloni appena cementificati del viadotto, e veniva percepito ogni notte dalle abitazioni vicine. La gente si allarmò molto seriamente, anche perché la zona era sotto il controllo della camorra. Furono chiamati polizia, carabinieri, antimafia e Digos, ma non trovarono nulla. Si cercò di interpellare ogni genere di esperti, anche di passaggio. Finché un giornalista ornitologo straniero, accorso per documentare il fenomeno, ascoltò con attenzione, registrò, rifletté un poco… e poi allargò le braccia sconsolato, rivelando che si trattava, semplicemente, d’un Barbagianni annidato nei pressi. Si cancellò l’allarme: la questione era risolta. Questa volta la camorra era completamente innocente.