Che cos’è la strategia di mitigazione

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Il problema del rischio dei cambiamenti climatici può essere affrontato, secondo le Nazioni Unite, a monte del problema: agendo sulle cause di origine antropica per prevenire l’interferenza delle attività umane sul sistema climatico naturale, oppure a valle del problema, agendo sugli effetti per prevenirne conseguenze negative e danni. Secondo come viene affrontato il problema (a monte o a valle), le Nazioni Unite hanno definito rispettivamente due strategie di intervento: la strategia di mitigazione e la strategia di adattamento.
La strategia di mitigazione che cerca di ridurre le cause di origine antropica che influenzano il clima. ha l’obiettivo di eliminare, l’accumulo di gas serra antropogenici in atmosfera, accumulo che determina uno spostamento dell’equilibrio complessivo del bilancio energetico del sistema climatico.
Per evitare l’accumulo di tali gas è necessario fare in modo che emissioni ed assorbimenti di gas serra siano in equilibrio. In pratica, questo significa che da una parte dobbiamo ridurre le emissioni atmosferiche, soprattutto di anidride carbonica, provenienti da tutte quelle attività umane che usano processi basati sulla combustione, e dall’altra, incrementare l’assorbimento di anidride carbonica atmosferica, sia con metodi naturali aumentando l’estensione delle foreste, la copertura vegetale del suolo, ecc (carbon sink), sia con metodi tecnologici, eliminando artificialmente (con idonei impianti chimici) l’anidride carbonica atmosferica ed immagazzinandola opportunamente, e in modo definitivo, nel sottosuolo o in fondo agli oceani (carbon sequestration).

Gli interventi generali e prioritari della prima fase (che termina nel 2012), della strategia di mitigazione sono tutti contenuti nel Protocollo di Kyoto che è l’atto formale di attuazione della Unfccc (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici). Pur essendo stato sottoscritto nel 1997, il Protocollo è stato oggetto di lunghe controversie, che aveva già portato il Protocollo sull’orlo del fallimento nel novembre del 2000, alla COP-6 6 di L’Aia, quando un gruppo di Paesi detti «umbrella group» (Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda) rappresentanti il 50,2% delle emissioni valide per la ratifica e l’entrata in vigore del Protocollo, decisero di abbandonare i negoziati, se fossero proseguiti con le finalità e le strategie con cui erano stati avviati a Kyoto nel 1997, perché il Protocollo di Kyoto appariva troppo costoso per le loro economie nazionali ed economicamente destabilizzante nella competitività dei mercati internazionali.

Per salvare il Protocollo da un fallimento che si profilava clamoroso, fu organizzata una COP-6 bis a Bonn nel luglio del 2001 al fine di trovare soluzioni percorribili, e la mediazione finale fu quella di rendere il Protocollo uno strumento economicamente conveniente, con un ruolo centrale per gli strumenti sussidiari e accessori del Protocollo (cioè i meccanismi flessibili). I successivi accordi di Marrakesh del novembre 2001 sancirono, di fatto, questo. Nel frattempo (marzo 2001) gli Usa annunciarono il rigetto del Protocollo ed il loro rifiuto, comunque, a ratificarlo. Le successive negoziazioni, molto lunghe ed estenuanti, hanno portato alla messa a punto di un Protocollo, non tanto come strumento efficace di soluzione dei problemi del clima, quanto piuttosto come strumento di politica economica internazionale in campo ambientale.

In questo modo,


attraverso la convenienza economica e la valorizzazione economica dell’ambiente, la crescita dei mercati internazionali e la globalizzazione dei mercati, la cooperazione internazionale per lo sviluppo socio-economico dei Paesi in via di sviluppo, si è trovata la soluzione affinché il protocollo fosse consensualmente ratificabile da tutti, ad esclusione ovviamente degli Usa che si erano già ritirati. Ed in effetti, dopo 7 anni di discussioni si è raggiunto il 18 novembre 2004 finalmente il quorum necessario per farlo entrare legalmente in vigore 90 giorni dopo, e cioè al 16 febbraio 2005.