Cicogna bianca

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Negli anni Ottanta alcuni sostenevano che il grande uccello aveva due rotte migratorie soltanto, l’una attraverso la penisola iberica e l’altra attraverso la penisola balcanica. Ma le prove storiche sono notevoli e poi c’è stato il grande ritorno

Delle diecimila specie di uccelli esistenti nel mondo, certamente la Cicogna bianca è una delle più famose e amate. La tradizionale civiltà agricola la rispettava, facendone il simbolo dell’arrivo dal cielo dei neonati, visti come un vero dono della provvidenza e del destino.
Ma è anche il volatile che, in passato, ha subìto il più impressionante declino, scacciato dall’invadenza umana e da tutte le conseguenze nefaste di una «modernizzazione» senza freni né limiti. Un tempo le cicogne nidificavano sui campanili antichi e sulle torri, ma soprattutto sui tetti delle case, magari approfittando dei grandissimi camini (che nel periodo primaverile-estivo non venivano usati): e così avviene ancora in alcune parti dei Paesi circummediterranei e dell’Europa orientale, rimasti silenziosamente vicini alla natura, quasi tagliati fuori del tempo.

Chi avesse avuto la fortuna di visitare la Grecia in una primavera degli anni Sessanta, prima che esplodesse il turismo di massa, restava senza fiato arrivando a Joannina, chiamata all’epoca «la città delle diecimila cicogne»: i bellissimi uccelli bianchi e neri volavano dovunque, da ogni angolo sbucavano i grossi nidi di ramaglie in cui anche i passeri e gli altri uccelletti si insinuavano per trovare cibo e rifugio, i colpi dei grossi becchi battuti tra loro in segno di riconoscimento e saluto costituivano il ritmico sottofondo sonoro dominante. Tutte le pianure acquitrinose e le praterie circostanti, fino al bellissimo lago, venivano sistematicamente esplorate alla ricerca del pasto per i piccoli: rane, bisce, topi, talpe, insetti, lombrichi e ogni sorta di animaletti acquatici utili a nutrire la prole fino all’involo.
Inconfondibile per il piumaggio bianco e nero (ali esterne), le zampe e il becco rossi, il volo a collo ritto e zampe tese, la Cicogna bianca (nella foto d’archivio del Centro parchi) sverna nell’Africa a sud del Sahara ed è sempre stata migratrice in visita all’Europa nella buona stagione.

Comune in Spagna, Grecia, ex Jugoslavia e Bulgaria, sembrava stranamente assente, o rara e soltanto in rapido transito nella nostra penisola, fenomeno al quale non era facile trovare una razionale spiegazione.
Negli anni Ottanta dovevo discutere vivacemente sulla presenza passata della Cicogna in Italia con cacciatori, esperti e persino accademici. Alcuni sostenevano, banalmente, che il grande uccello aveva due rotte migratorie soltanto, l’una attraverso la penisola iberica e l’altra attraverso la penisola balcanica. Altri, respingendo qualsiasi responsabilità della caccia e del bracconaggio nella rarefazione di molti pennuti di grandi dimensioni, proclamavano con assoluta sicumera che la Cicogna, con l’Italia, non aveva mai avuto nulla a che fare. Nulla di più falso! Una tesi assai comoda, frutto sia di ignoranza (anche coloro che si sentono autorevoli specialisti in un certo settore, conoscono molto poco della storia, della letteratura e del folklore in base ai quali è talvolta possibile ricostruire parte del passato naturalistico di un territorio), che di arroganza (per creare comodi alibi alle doppiette abituate a sparare a qualsiasi animale in movimento)