Cinghiale

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Nelle aree economicamente improduttive può costituire una preziosa risorsa spontanea, come ben sanno le Riserve italiane e straniere che ricavano cospicui redditi da un oculato sfruttamento, non solo venatorio, ma anche gastronomico, folkloristico culturale

Sebbene alcuni lo ritengano tipico dell’ambiente di fitta macchia mediterranea che caratterizza territori come la Maremma Toscana e Laziale, il Cinghiale (Sus scrofa ferus) è sempre stato indigeno nell’Appennino, dove originariamente occupava anche la zona di foresta temperata, specialmente nella media montagna. Anche al di là del «marsus aper» ricordato dal poeta Orazio come frequente in tutti i boschi della bassa Marsica sulle rive del Lago Fucino, vi sono molte altre precise testimonianze della presenza del Cinghiale, soprattutto nell’Appennino centrale e meridionale: ce ne parlano l’Altobello, ricordando un documento molisano cinquecentesco, il Romanelli per la Maiella e il Di Bèrenger per altre zone montane della penisola. Del resto, secondo il Dorotea il Cinghiale si irradiava numeroso in varie parti del Molise dalla Riserva Borbonica di Torcino presso Venafro, ma venne più tardi pressoché sterminato. Cosa che poi, presto o tardi, accadde anche in molte altre zone dell’Appennino, e persino in Sicilia, dove però l’irsuto Artiodattilo era stato artificialmente diffuso, per amor di caccia, dagli stessi Borboni.

Successivamente, dopo un lungo periodo di declino, nuove condizioni territoriali ed ambientali, e soprattutto l’abbandono della montagna e dei campi agricoli meno fruttuosi, favorirono l’esplosione ecologica di questo animale, sempre più diffuso anche dai continui ripopolamenti venatori, attuati non di rado con criteri alquanto discutibili. Il Cinghiale ritornò allora, nella seconda metà del secolo scorso, a colonizzare gradualmente macchie, boscaglie e pendici solitarie, specialmente là dove le Querce più comuni (soprattutto Cerro e Roverella) offrono ricca produzione di Ghiande. Ma il nostro Mammifero non di questo soltanto si ciba, pur appartenendo ad un gruppo zoologico eminentemente erbivoro, ma un po’ di tutto ciò che possa incontrare sul suo cammino, contrassegnato dai suoi ben visibili scavi, cui si dedica instancabilmente per reperire tuberi, funghi, tartufi, larve, lombrichi, vermi ed insetti dei più disparati.

L’esorbitante diffusione del Cinghiale registrata negli ultimi decenni ha indotto molti a considerare la sua presenza come un fatto meramente negativo: e non si può negare che nelle zone densamente coltivate i danni causati alle colture agrarie da questo Ungulato risultano spesso assai pesanti. Ma nelle aree economicamente improduttive esso può invece costituire una preziosa risorsa spontanea, come ben sanno le Riserve italiane e straniere che ricavano cospicui redditi da un oculato sfruttamento, non solo venatorio, ma anche gastronomico, folkloristico culturale, di questa e di molte altre risorse naturali. Basterebbe, in proposito, richiamare l’esempio della Toscana: con Capalbio, paesino che ha tratto gran parte della propria fama, e consistenti benefici economici, ad una Riserva Faunistica, a una sagra autunnale e ad una quantità di specialità alimentari, imperniate tutte esclusivamente sul Cinghiale.

Del resto, per capire che, se sfruttato saggiamente, questo poderoso animale può facilmente trasformarsi da problema spinoso a risorsa benefica, convertendo il danno in beneficio, è sufficiente approfondire meglio il ruolo che esso gioca, come tanti altri viventi, nel complesso gioco dell’equilibrio naturale. Non tutti sanno, infatti, che il Cinghiale è uno dei più accaniti nemici della Vipera, Querceto, dove siepi, macchia e bosco stanno progressivamente occupando i terreni agrari marginali ormai abbandonati, anziché essere guardata con paura ed ostilità andrebbe osservata, se non con simpatia, almeno con vigile interesse. Come ogni altro elemento della Natura lasciato libero di vivere, moltiplicarsi e muoversi, anche questo forte animale cercherà di riprendere possesso di tutte le nicchie ecologiche disponibili, entrando a far parte di quell’equilibrio dinamico che l’uomo può studiare e migliorare, ma non dovrebbe mai pretendere di governare, sovvertendone le leggi a proprio comodo e piacimento.