Il pesce nell’acquario

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Chi ha un acquario sa che il troppo amore per i pesci, espresso con sovrabbondanza di cibo, può portare alla morte dei pesciolini a cui vogliamo tanto bene. I pesci, in natura, non hanno disponibilità illimitata di cibo. Ogni volta che capita di poter mangiare devono riempirsi il più possibile. Non si sa quando un’altra occasione potrà capitare. Questo comportamento è fortemente adattativo negli ambienti naturali, ma diventa letale se il cibo è presente sempre in quantità sovrabbondanti. Si tratta di una condizione che in natura non si verifica praticamente mai, ma può diventare la norma in un ambiente artificiale. Noi siamo come quei pesci. Usciti dallo stato naturale, ci siamo creati un grande acquario e ci cibiamo in modo sovrabbondante. Lo facciamo con noi stessi e con le sovrastrutture che formano il nostro mega-terrario-acquario.
I cambiamenti radicali sono stati chiamati in vari modi dai filosofi e dagli scienziati. Sono stati chiamati catastrofi, oppure cambiamenti di paradigma, oppure modifiche dell’attrattore in un sistema caotico. Qualunque sia il modo di esprimerlo, ormai sappiamo che il passaggio dal paradigma della crescita a quello della decrescita è l’unica cosa saggia che possiamo fare. Lo dicono tutti, in certi ambienti. Ma in altri no. Purtroppo sono ancora predominanti le aspettative di crescita, sia nel primo sia nel secondo e terzo mondo. Chi ha alti livelli di vita non vuole rinunciarvi. Chi ha bassi livelli di vita vuole innalzarli. Tutti vogliono vivere come noi, anche se sappiamo che il sistema terra, la biodiversità, non potrebbe resistere all’impatto di otto miliardi di umani che «respirano» come respiriamo noi occidentali.
Ma gli economisti e i politici continuano a parlare di crescita. Incuranti dei segnali che arrivano da tutto il mondo naturale (ad esempio con il cambiamento globale) e anche da quello umano e culturale (ad esempio con la Convenzione di Rio, o con il Protocollo di Kyoto).
Se si deve ridurre il numero dei ministri, il primo a scomparire è quello dell’ambiente. Mentre quello dell’economia non si discute neppure. I valori, le priorità, sono evidentissimi. Il ministero dovrebbe essere dell’Ecologia ed Economia. Perché si tratta di ambiti fortissimamente complementari, mentre sono trattati come nettamente separati. L’economia è una sovrastruttura innaturale, spesso gonfiata dalla finanza, mentre l’ecologia è la struttura naturale su cui si basa la nostra esistenza. È evidente: il cambio di paradigma non è ancora avvenuto.
Il Papa ha recentemente aggiunto ai peccati capitali i peccati contro l’ambiente. Per reiterare quel che Giovanni Paolo II aveva già evidenziato con l’interpretazione del peccato originale come il superamento del limite nello sfruttamento della natura. Anche le autorità spirituali hanno capito, anche se, purtroppo, ancora non arrivano alle estreme conseguenze, predicando la necessità di smettere di crescere di numero.
La sfida del futuro è questa: gestire la crescita e guidarla verso l’armonia tra uomo e natura. Tutti dovranno partecipare, per primi gli economisti che, purtroppo, non seguono corsi di ecologia. Ma saranno loro a doverci dire come fare per rinsavire. Sappiamo cosa bisogna fare,


lo hanno mostrato gli ecologi, ora gli economisti ci devono dire come farlo.