Il valzer delle cifre

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Quanti sono gli Orsi bruni marsicani che sopravvivono nell’Appennino Centrale? Le stime ufficiali del Parco, nell’anno 2001, si attestavano intorno a 80-100 individui: si trattava però, si badi bene, d’una semplice valutazione di massima, sia pur molto autorevole ed attendibile, anziché d’un vero e proprio censimento, che avrebbe richiesto tempi e mezzi ben diversi. Avversità e resistenze alla rigorosa opera di tutela della natura del Parco portavano tuttavia i suoi contestatori a sostenere incredibili tesi opposte, come quella secondo cui l’Orso abruzzese non esisteva più, o era ridotto a meno esemplari delle dita d’una mano. All’insaputa del Parco, sbocciavano ricerche organizzate da università e forestali, da cui promanavano singolari proclami in base ai quali, si diceva, gli orsi rimasti non potevano essere che 19 o 20 in tutto. Qualcuno ebbe anche la geniale idea di collocare in vari punti esche di pollame per vedere se l’orso passava di lì: una volta un plantigrado sentì l’odore insolito, vide quei pezzetti di carne e li divorò. E così vari orsi iniziarono a razziare nei pollai, un fatto mai avvenuto in precedenza: e qualcuno di loro vi lasciò la pelle. Ma l’oracolo più illuminante fu espresso da colui che veniva indicato come il super-esperto, il quale sentenziò semplicemente: «Gli Orsi? Possono essere da 0 a 100, dobbiamo ancora effettuare le nostre ricerche…». Come dire, in altri termini: dateci congrui finanziamenti, e ci penseremo noi.
Ma ben pochi si rendono conto del fatto che l’Orso marsicano non vive soltanto in Abruzzo, c’è anche nel Lazio e Molise; non abita soltanto nei Parchi, è costretto a frequentare per nutrirsi anche molti territori esterni, dove corre ogni genere di pericoli; e nei periodi più felici ha conosciuto nel Parco Nazionale d’Abruzzo, sua prima patria e vero rifugio, una densità tanto elevata che non ha eguali nel mondo. Era riuscito a convivere con le attività umane tradizionali da diverse migliaia di anni, fino a che non intervennero strade, lottizzazioni, impianti sportivi, inquinamento e rumore. Ma ora è l’uomo che deve decidere se vuole salvarlo davvero, oppure distruggerlo, è il momento della scelta di campo. Perché se si desidera difenderlo, non basta esaltarlo solo a parole, umiliandolo ogni giorno di più con i fatti; né è sufficiente celebrare la natura d’Abruzzo in roboanti pubblicità, mentre poi si aprono le ultime foreste secolari alla motosega, alle automobili e alla caccia. Anche un bambino capirebbe subito che se i sorveglianti girano in auto e il volontariato langue, se non si seminano più campicelli né si piantano alberi da frutta, se non si pagano rapidamente ai pastori i danni prodotti dagli animali affamati, l’orso morirà impallinato o avvelenato da subdole esche, o persino investito dal treno o dall’automobile.
C’era una volta l’Orso marsicano, racconterà forse un giorno qualcuno di noi che aveva avuto la fortuna di vederlo almeno una volta, ai propri figli e nipoti. Quell’animale nostro compagno di viaggio non chiedeva altro che poter convivere, s’accontentava d’un po’ di spazio e di cibo, senza far male a nessuno. Ma l’uomo dominatore del creato e centro dell’universo pretendeva tutto per sé. E così non lasciò spazio alcuno agli altri animali, anche se poi si commoveva vedendoli, e giurava d’amarli proprio tanto…