L’intervento di Berito Cobaria e Daris Cristancho

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Un popolo pacifico ma ostinato a non rinunciare alla «madre terra» a nessun costo

Di grande carisma e di profondità spirituale è stato l’intervento di Berito Cobaria, accompagnato da Daris Cristancho e da un’aura che tradizionalmente attornia i custodi di quelle culture millenarie che vivono ancora oggi coltivando e preservando quotidianamente le proprie radici più ancestrali.
La massima espressione di questa cultura si è poi avuta nel finale canto propiziatorio di Berito, volto al riavvicinamento della spiritualità degli uomini a quella della madre terra. Canti e danze di questo tipo gli U’wa li fanno durante il loro periodo di digiuno, da giugno ad agosto, per ritrovare l’equilibrio con il mondo e per fargli sentire la propria presenza e preghiera.
«La Colombia è il paese che rappresenta il centro del mondo, conserva il cuore della terra.
Da circa 10 anni abbiamo iniziato la nostra resistenza, difendiamo la nostra vita, per una legge culturale e spirituale ancestrale, chiaramente anteriore all’arrivo degli spagnoli.
Sira, il nostro Padre Creatore, creò la terra e la natura tutta dicendole che i figli che avrebbe partorito avrebbero provveduto a difenderla; ma adesso c’ è un fortissimo attentato ai nostri diritti di indigeni e di abitanti nativi delle selve con attacchi di contaminazione» afferma Berito.
«La nostra responsabilità è enorme, siamo solo 7.000 ma non siamo soli,c’ è chi ci sostiene, perché noi non lottiamo solo per gli U’wa ma per il paese e per il mondo che ci castigherà se la nostra legge ancestrale sarà calpestata, e quando chiederemo aiuto a Dio sarà forse troppo tardi. Non possiamo vendere il sangue della terra, non possiamo vendere il nostro sangue; vedremo accolti i nostri corpi dalla madre terra piuttosto che vivere vendendo il suo».
«Noi resistiamo ma abbiamo bisogno di aiuto delle altre comunità indigene d’america e del mondo», conclude Daris Cristancho.
«A febbraio ci sarà una consultazione con il governo che già nel 1991 ci ingannò riconoscendoci sì la riserva indigena, ma lasciandocela in condizioni disastrose. Il governo spesso attenta anche al nostro diritto all’ esistenza. Infatti, molti U’wa vivono nelle selve come si viveva millenni fa e nelle città ci sono musei archeologici dedicati anche al nostro popolo; ma è questo che vogliamo gridare ?noi siamo vivi, non siamo storia?. Non crediamo di essere egoisti, vogliamo condividere tutto, chiediamo solo che venga preservato il ?cuore della terra?. Perché l’uomo vuole distruggere il proprio futuro e sé stesso?».

Claudio Mundo

(12 Gennaio 2005)