La storia di Emilio-Giovanni

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Potrebbe essere arruolato come mascotte della campagna a tutela dei bufali campani, perché è il primo degli esemplari strappati ad un destino scontato. Poco più di tre anni fa è stato trovato in fin di vita da Dorothea Fritz, una veterinaria tedesca che da oltre venti anni vive e lavora in provincia di Caserta dove ha costituito la Fondazione «Mondo Animale».
A tutt’oggi, le sono stati affidati altri quattordici neonati: undici erano in condizioni tali che nulla è valso a salvarli, ma altri tre ce l’ hanno fatta ed ora vivono con Emilio-Giovanni nel rifugio che era nato per ospitare esclusivamente cani e gatti.
E non a caso i quattro bufali si comportano in tutto e per tutto come animali domestici: dotati di un’intelligenza nettamente superiore a quella dei bovini, riconoscono il proprio nome ed accorrono quando li si chiama, andando in brodo di giuggiole per le carezze dei volontari e dei numerosi visitatori.
A tutt’oggi, se si esclude la buona volontà di chi interviene per limitare i danni, sono ben poche le proposte avanzate per affrontare il problema da angolazioni diverse. Una di queste suggeriva campagne mirate a diffondere il consumo della carne di bufalo, ma è stata comprensibilmente avversata dalle associazioni protezionistiche. Tra l’altro, la Dottoressa Fritz obietta che si sposterebbe semplicemente il problema perché, diminuendo i consumi delle altre carni, sarebbe poi la prole delle mucche da latte a dover sparire.
D’altro canto rileva che il nutrirsi di latticini per «risparmiare» la vita degli animali è un colossale equivoco. In realtà, non solo alle femmine da carne è permesso svezzare la prole, ma le richieste qualitative del mercato rendono più accettabili le loro condizioni di vita, se non altro per la maggior possibilità di movimento e perché viene a mancare lo stress quotidiano della mungitura con tutti i problemi connessi (dalle mastiti alle emorragie mammarie post parto).
Pur evitando da anni gli alimenti di origine animale, la dottoressa Fritz ritiene utopistico sperare in una conversione di massa al veganismo. Così ha scelto di adottare la politica dei «piccoli passi», non solo per tutelare l’immagine degli imprenditori onesti ma anche per adeguare il concetto di benessere animale agli standard di civiltà che vigono nel resto del Paese.
Nella sua ricerca di sinergie entro il tessuto sociale connesso alla produzione della mozzarella di bufala ha trovato particolarmente disponibile la Regione ed alcune associazioni degli allevatori. Di comune accordo si sono formulate strategie per frenare la proliferazione di allevamenti clandestini e sollecitati controlli sanitari più frequenti e rigorosi, inviando una serie di circolari agli organi preposti.
Infine si è deciso di contattare alcune aziende che progettano macelli mobili, se non altro per ottemperare al divieto di trasportare vitelli neonati, ulteriormente rafforzato dal recente emendamento di Bruxelles.