La tragedia dei beni comuni e il necessario cambio di rotta

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Gli effetti negativi, sia dal punto di vista ecologico sia economico, generati dallo sfruttamento incontrollato di risorse comuni, sia se si tratti di terra per il pascolo o pesci in mare, sono stati presentati in un famoso lavoro intitolato «The tragedy of the commons» (Hardin, 1968), in cui viene spiegato che chi partecipa al prelievo di una risorsa pur essendo consapevole della necessità di conservarla ne causa l’esaurimento.
A fronte di quanto riportato, è evidente che sia l’uso della terra (per qualsiasi destinazione) sia l’attività di pesca pur fornendo beni e generando profitti, possono causare, non soltanto sovrasfruttamento delle risorse (suolo, stock ittici) ma negatività a livello di ecosistema (inquinamento del suolo e delle acque; alterazione della biodiversità e della struttura delle reti alimentari). Dalla preistoria ai tempi attuali, l’uso delle risorse naturali da parte dell’uomo ha attraversato differenti fasi legate principalmente all’incremento demografico e allo sviluppo della tecnologia. Questa se da un lato ha consentito di estrarre e prelevare risorse anche in ambienti remoti e inaccessibili (per esempio il sottosuolo o le profondità degli oceani), dall’altro ha determinato effetti di vario tipo ed entità nell’ambiente (Commoner, 1972).

Nel caso dell’agricoltura nei paesi industrializzati, al vantaggio di rendimenti elevati delle colture, che deriva dall’investimento in energia ausiliaria attraverso l’uso estensivo di macchine, fertilizzanti e pesticidi, si contrappongono le conseguenti ripercussioni ambientali. Inoltre, la cattiva gestione del territorio, tra cui il disboscamento e l’urbanizzazione (complessi abitativi e strade) in zone rurali, ha provocato rilevanti perdite dei suoli.
Nei paesi in via di sviluppo, la crescente pressione demografica e le condizioni di povertà hanno spinto alla deforestazione per ricavare legna, coltivare prodotti agricoli e far pascolare gli animali domestici, aggravando i processi di desertificazione già favoriti dal regime climatico. Poiché il suolo costituisce il supporto base per realizzare la produttività primaria in ambiente terrestre, la diminuzione delle superfici coltivabili implicherà una riduzione di prodotti alimentari per l’uomo e gli animali.

Nel caso della pesca, all’investimento economico per la gestione dell’impresa da pesca, dalla costruzione dell’imbarcazione ai costi del gasolio, corrispondono profitti derivanti dalla vendita del pescato. Oltre che dal punto di vista ecologico, anche in termini economici, la sovrapesca determina effetti negativi sul capitale naturale rappresentato dalle popolazioni acquatiche.
Infatti, questo capitale produce di anno in anno «interessi» in forma di nuovi organismi da pescare. Se si intacca questo capitale le nuove entrate si ridurranno e, quindi, si tenderà ad intaccare ulteriormente il capitale per poter ricavare almeno le medesime entrate. Tale processo protratto nel tempo condurrà alla riduzione del capitale fino al suo esaurimento condizionando negativamente le successive attività economiche.
Se le modalità con cui viene effettuato il prelievo sono appropriate, ossia bilanciando le capacità rigenerative delle popolazioni di pesci, crostacei e molluschi, gli effetti saranno positivi e così il profitto economico; se, invece, il prelievo eccede la ricostituzione di tali popolazioni gli effetti saranno negativi generando situazioni di inefficienza economica. Gli effetti a livello ecologico ed economico si rifletteranno su quelli sociali, soprattutto in