La verità costruita

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Nell’ambito dei «comportamenti» e dei «modi di pensare» umani, la ricerca della verità è affidata alle elaborazioni del nostro saper pensare e il metodo è incentrato su sistemi assiomatici di riferimento iniziali (metodo deduttivo). Si parte da principi fondati su valori «universali», o meglio su riferimenti riconosciuti come tali, per trarne conseguenti e certificate verità. La natura degli argomenti da affrontare si presenta in nessun modo correlata sia con dati sperimentali riproducibili, sia con le relative discussioni necessariamente supportate da riferimenti tecnici univoci.
Il percorso di ricerca della verità, in questo caso, è solo corredato di postulati, principi assunti come veri, partendo dai quali, attraverso la coerenza di percorsi logici si arriva a dimostrare il vero degli enunciati finali che ne conseguono. Ma per quella lacuna di non verificabilità sperimentale delle proposizioni iniziali (pur se in presenza di «non contraddizioni», caratteristica propria dei processi logici), dal metodo deduttivo ne deriva un concetto di vero stringente sul piano formale, ma non obbligatoriamente verificabile o assoluto nelle sue applicazioni.
Le verità così definite si poggiano, infatti, solo su convergenze preliminari verso i temi da esaminare e su assunti frutto di convincimenti personali comuni al gruppo sociale di riferimento: dunque, almeno in buona parte, i meccanismi del riconoscimento delle verità sono, di fatto, attivati dalle particolari relazioni sociali di un certo momento e da esperienze personali soggettive che dovrebbero portare a confronti convergenti di opinioni e alla condivisione di intenti.
L’adesione a questo tipo di verità (e non solo una sua riconosciuta, ma non partecipata, correttezza formale) necessita, in questo caso, non solo di un irrinunciabile consenso iniziale sui temi e sui principi di riferimento, ma anche di un successivo, pur se non assoluto, controllo sociale sull’esercizio del diritto, individuale e collettivo, di critica. È, questa, una condizione di disagio vissuta in quelle democrazie moderne che, a fronte di uno sviluppo governato, in nome di un benessere che altri non vivono, chiedono, sempre più, di ridurre la «vivacità» della partecipazione istituzionale diretta dei cittadini.
Anche la sovranità parlamentare (garantita da molte istituzioni democratiche), in nome di una efficienza operativa più che di una chiarezza su finalità e obiettivi, tende a ridursi ad una realtà sostanzialmente bipartitica o ad uno stato di tipo presidenzialista il cui operato può anche diventare oggetto solo di amene discussioni parlamentari.
Sull’identificazione di una verità, già ben irreggimentata in un alveo precostituito, come quello delle politiche di governo degli Stati moderni, può incidere, poi e con rilevante impatto, anche il peso esercitato dalle persuasioni, normalmente dissimulate, a favore di interessi predeterminati. Questi, supportati spesso da presupposti ideologici, per imporsi, fanno leva, a proprio beneficio, sulla soggettività interpretativa nel momento delle scelte dei postulati iniziali. Giocando sulle contingenze della loro origine e sull’«elasticità» dell’applicazione di principi teorici alla soluzione di problemi concreti, si può, infatti, condizionare la scelta dei principi di riferimento e indirizzarne l’orientamento per farne discendere privilegi e vantaggi particolari. Una situazione che può produrre, come effetti diretti o collaterali, conflitti fra interessi diversi


in competizione fra loro, se non anche scenari di bellicose contrapposizioni e di distruttivi totalitarismi. Tutte cose, queste, ancora oggi, minacciosamente presenti e micidialmente sposate e sostenute da integralismi ideologici e fondamentalismi religiosi.