Ogm – È guerra aperta Usa-Europa

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Ha irritato la recente pressione al G8 da parte di Bush per forzare l’opposizione europea per concedere il via libera per le biotecnologie

( Presidente della Foundation on Economic Trends di Washington )

La Casa Bianca accusa l´Europa di affamare il Terzo mondo rifiutando i prodotti Ogm. E rischia di aprire una crisi più grave di quella dell´Iraq.
Se pensavate che i contrasti fra l’amministrazione Bush e gli alleati europei fossero finiti dopo la guerra contro l´Iraq, dovrete ricredervi. Adesso la Casa Bianca sta affrontando un’altra questione molto più personale e potenzialmente esplosiva, che riguarda quel che gli europei dovrebbero mangiare. Qualche giorno fa, il presidente americano George W. Bush ha dichiarato che la decisione dell’Unione europea di bandire i cibi transgenici ha avuto come effetto di scoraggiarne la produzione da parte dei paesi in via di sviluppo, col risultato di accrescere la fame e la povertà nel Terzo Mondo. Questa presa di posizione, poco prima del vertice del G-8 a Evian, in Francia, ha rischiato di raffreddare ulteriormente i rapporti fra Stati Uniti ed Europa. All’inizio di maggio, Washington ha sollecitato l’Organizzazione per il Commercio Mondiale a imporre legalmente all’Unione europea la «moratoria di fatto» alla vendita di semi e prodotti agricoli geneticamente modificati sul suo territorio. Bruxelles ha obiettato che non esiste alcuna moratoria e che in quest’ultimo anno l’Unione Europea ha approvato due normative per l’importazione di semi transgenici. Ma Bush sembra determinato ad aprire un nuovo confronto fra le due superpotenze, che a lungo termine potrebbe essere ancor più aspro della disputa sull’invasione dell´Iraq. Bisogna infatti tenere conto che, per la maggior parte degli europei, i cibi transgenici suscitano un’ostilità altrettanto forte della pena di morte. E oltre a destare preoccupazioni per i potenziali danni all’ambiente e alla salute che potrebbero derivarne, sono temuti anche per le loro conseguenze culturali.
Se gli americani hanno ormai da tempo accettato una cultura del fast food imposta dalle grandi industrie alimentari, in Europa cibo e cultura sono strettamente intrecciati. Ogni regione del Vecchio Continente vanta le sue tradizioni culinarie e protegge i suoi prodotti tipici, dall’aceto balsamico di Modena, ai vini pregiati di Bordeaux. In un mondo sempre più interdipendente, controllato da colossi multinazionali, organismi impersonali e sistemi burocratici di regolamentazione, la scelta dei cibi è diventata, per la maggior parte degli europei, l’ultimo rifugio della loro identità culturale. Ciò spiega perché tutti i sondaggi condotti sul loro territorio, compresi quelli effettuati nei nuovi paesi dell’Europa centrale e orientale che hanno ottenuto l’ingresso nella UE, rilevano una forte avversione per i cibi transgenici.
Le industrie alimentari multinazionali presenti sui mercati del Vecchio Continente hanno tenuto conto di questa tendenza promettendo di non utilizzare prodotti geneticamente modificati. Società quali Mc Donald´s, Burger King, Campbell, Coca-Cola, Heinz Pillsbury, Nestlé e Unilever hanno deciso di fare altrettanto. Forzando la mano, l’amministrazione Bush rischia di provocare un’ondata di risentimenti potenzialmente più distruttiva per l’Alleanza Atlantica di quanto molti americani neppure immaginano. Sostenendo che l’avversione europea per i cibi transgenici equivale a una sentenza di morte per milioni di poveri del Terzo Mondo, la Casa Bianca ha peggiorato ulteriormente le cose. La chiusura dei mercati europei ai cibi transgenici provenienti dai paesi in via di sviluppo non


lascerebbe loro altra scelta, secondo Washington, che quella di coltivare prodotti agricoli tradizionali, rinunciando così ai molti vantaggi commerciali derivanti dallo sfruttamento delle biotecnologie. Ma, anziché apparire come un argomento politico convincente, questa presa di posizione di Bush sembra dettata dagli interessi dei colossi americani del settore come la Monsanto e la Bio.
Per dirla tutta, la fame nel Terzo Mondo è un problema complesso, non risolvibile con la diffusione di colture transgeniche. Va infatti riconosciuto, innanzitutto, che l´80 per cento dei bambini malnutriti nel Terzo Mondo vive in paesi con eccedenze alimentari. E la fame è dovuta principalmente al modo in cui viene sfruttata la superficie coltivabile esistente. Il 21 per cento del cibo prodotto attualmente nel Terzo Mondo serve ad alimentare gli animali. E in molti paesi in via di sviluppo, più di un terzo delle granaglie è dato in pasto agli animali da allevamento, le cui carni finiscono sulle tavole dei consumatori delle nazioni ricche del nord del mondo. Col risultato che questi ultimi hanno una dieta più ricca di proteine animali, mentre le popolazioni più povere devono accontentarsi di scarsi appezzamenti per coltivare cereali destinati al consumo domestico. Persino la terra disponibile è di proprietà delle grandi imprese multinazionali del settore agroalimentare: il che aggrava ulteriormente le condizioni di queste popolazioni. L’introduzione di colture transgeniche non modifica questo dato fondamentale.
Per quanto Bush ne sottolinei la convenienza, resta il fatto, da lui volutamente ignorato, che i semi transgenici brevettati sono più costosi di quelli tradizionali, e i coltivatori non possono accantonarli per il successivo raccolto poiché appartengono alle industrie biotecnologiche. Esercitando i diritti di proprietà intellettuale sulle caratteristiche genetiche delle principali derrate alimentari mondiali, società come la Monsanto ricavano ingenti profitti mentre i contadini più poveri vengono sempre più emarginati.
La Casa Bianca, infine, preannuncia l’avvento di nuove sementi che conterranno geni dalle cui proteine si potranno ricavare vaccini, medicinali e persino prodotti chimici industriali, citando come esempio il Golden Rice, un nuovo tipo di riso geneticamente modificato che contiene un gene in grado di produrre beta-carotene. Osservando che 500mila bambini denutriti nel mondo diventano ciechi a causa di una carenza di vitamina A, il ministro del Commercio americano, Robert B. Zoellick, ha sostenuto che negare loro questo prezioso alimento sarebbe immorale.
Pur se l’industria biotecnologica ha cantato per anni le lodi di questo riso «miracoloso», articoli apparsi su riviste scientifiche sostengono che esso è del tutto privo di queste proteine. Il beta-carotene non è la vitamina A e può assumerne le proprietà solo se assimilato da organismi abbastanza ricchi di grassi e di proteine. Ma, poiché questi bambini sono denutriti, ciò non è possibile.
Vi è poi la questione ambientale posta dalla massiccia diffusione di piantagioni contenenti geni che producono di tutto, dagli anticorpi contro l’herpes genitale alle sostanze medicinali per la terapia della fibrosi cistica, dell’epatite B, del morbo di Hodgkin, dell´Aids, della sindrome di Alzheimer e di altre patologie. Fino ad alcune sostanze chimiche ad uso industriale. Ma cosa accade agli insetti, agli


uccelli e ad altri animali che si nutrono di queste piante? E quali conseguenze si possono prevedere per la salute degli esseri umani?
Lo scorso dicembre, il ministero dell’Agricoltura americano ha ordinato l’incenerimento di 500mila bushel di semi di soia usati per la preparazione di tutta una gamma di prodotti che vanno dal gelato agli alimenti per l’infanzia, perché erano stati erroneamente mescolati in un sylos contenente grano geneticamente modificato per produrre un vaccino contro la diarrea dei suini.
Non meno irritanti sono per gli europei i toni moralistici usati di Bush quando cerca di imporre i cibi transgenici alla Vecchia Europa. In un discorso fatto prima del G-8 di Evian, ha rilevato che «noi siamo una Nazione che ha liberato interi continenti e ha aperto le porte dei campi di concentramento. Siamo il paese del piano Marshall e del ponte aereo di Berlino». E quando ha aggiunto che «i governi europei dovrebbero favorire, e non ostacolare, la campagna per sconfiggere la fame in Africa» e nel resto del mondo, molti leader politici del Vecchio Continente sono andati su tutte le furie, replicando che gli Stati membri dell’Unione Europea devolvono per gli aiuti all’estero una percentuale del loro Pil maggiore di quella degli Stati Uniti, che figurano al 22 posto in graduatoria, ovvero al gradino più basso rispetto a qualsiasi altro paese industriale. La malaugurata idea di costringere l’Europa ad accettare i cibi transgenici è destinata a rivelarsi un boomerang. E potrebbe essere un ulteriore fattore di tensione nei rapporti fra le due sponde dell’Atlantico. Al pari della crisi irachena, la reazione che sta suscitando trova concorde l’opinione pubblica europea che riscopre il senso della propria identità culturale, prendendo sempre più le distanze dai vecchi alleati americani.
Questo contenzioso potrebbe inoltre indebolire ancora di più l’Organizzazione mondiale per il commercio, che è già in affanno. Ed anche se quest’ultima si schierasse con gli Stati Uniti per costringere l’Unione europea a introdurre i cibi transgenici, sarebbe comunque una vittoria di Pirro, poiché qualsiasi ingiunzione in questo senso non avrà alcun effetto sugli agricoltori né sui consumatori e sulle industrie alimentari del Vecchio Continente. Nessuna energica pressione da parte dell’America riuscirebbe a far mangiare agli europei cibi geneticamente modificati. Il grande boicottaggio di questi prodotti da parte dell’Europa sta mettendo a nudo la fragilità intrinseca della globalizzazione e degli accordi commerciali che l’accompagnano. E nello scontro fra il potere commerciale mondiale e la resistenza culturale locale, il braccio di ferro sui cibi transgenici potrebbe rivelarsi un test decisivo esemplare che ci obbligherà a ripensare le basi stesse del processo di globalizzazione.
Fonte: Greenplanet.it (traduzione di Mario Baccianini)

(Fonte AceA)