«È un attacco frontale ai principi di diritto ambientale»

141

«La sanatoria paesaggistica è stata un vero e proprio specchietto per le allodole perché il resto della legge delega sull’ambiente è un attacco frontale senza precedenti ai principi del diritto ambientale ormai consolidati nel nostro ordinamento ? ha dichiarato Gaetano Benedetto, segretario aggiunto del WWF Italia ?. E dietro l’obiettivo di semplificazione dell’intera normativa ambientale si nasconde uno stravolgimento mentre l’emergenza è quella di applicare con severità le norme già esistenti, tra le più avanzate e finalmente allineate con le severe norme europee create per difendere la salute dei cittadini e la salvaguardia ambientale. Ora è altissimo il rischio che si allentino le maglie della tutela.
«La legge-delega inoltre, presentata dal ministro dell’Ambiente nell’ottobre del 2001, spoglia il Parlamento per i prossimi tre anni della facoltà di intervenire su tutte quelle materie ambientali che sono oggetto della delega stessa: gestione dei rifiuti e bonifica dei siti contaminati, tutela e gestione delle acque, difesa del suolo e desertificazione, parchi e specie protette di flora e fauna, danno ambientale, valutazione di impatto ambientale e valutazione ambientale strategica. Sarà il Governo infatti ad essere chiamato a riformare tutte queste normative, più precisamente, sarà una Commissione di 24 esperti, discrezionalmente nominati dal ministro dell’Ambiente, a proporre le nuove norme. Il Parlamento, su temi così fondamentali, verrà relegato ad una funzione di parere e ratifica. Come più volte denunciato sia dal mondo ambientalista che da quello scientifico e della cultura, i termini della delega sono assolutamente ampi e, quindi, lasciano un enorme potere discrezionale al Governo. È paradossale, ma interi paragrafi possono intendersi sia in termini più restrittivi rispetto alla tutela, che in termini più ampi. Per questa ragione, correttamente, da più parti si è parlato di “delega in bianco”».

Nello specifico, i rischi maggiori sono:

Entrare in conflitto con le Direttive Comunitarie in tema di rifiuti, consentendo semplificazioni nello smaltimento che non tengano nel debito conto la priorità del recupero dei materiali e delle materie, e intendendo ai fini del riciclaggio anche il recupero energetico che deriverebbe dalla termocombustione. Libertà, quindi, di bruciare tutto e dovunque per produrre energia dato che si mandano rifiuti urbani e speciali «non pericolosi» (RDF e non CDR) in impianti di produzione di energia elettrica e cementifici e non più, come stabilito da una delle tante norme «smantellate» dalla Legge delega solo il CDR a impianti dedicati (i termovalorizzatori).
Aumentare il sistema di privatizzazione nella gestione e nella distribuzione delle acque.
Rendere i Piani Urbanistici più forti e cogenti rispetto ai Piani di Tutela e Risanamento del suolo e del sottosuolo, anziché stabilire la priorità di questi e quindi il conseguente adeguamento dei Piani Urbanistici stessi.
Differenziare il sistema di aree protette per diversa tipologia e, conseguentemente, per diversi ambiti di tutela in cui sarebbe possibile ammettere l’attività venatoria e ripristinare la priorità dei Comuni nella programmazione territoriale e, quindi, la possibilità di nuovi interventi urbanistici.
Indebolire l’impostazione comunitaria in tema di valutazione di impatto ambientale e valutazione ambientale strategica.

La legge delega


è inoltre piena di riferimenti normativi che già oggi costituiscono un obbligo per lo Stato e quindi per il Governo. Non si capisce perché mai sia stata introdotta la previsione di redigere regolamenti espressamente previsti in altre normative vigenti, o la previsione di adeguamento alle direttive comunitarie che comunque esiste indipendentemente dalla legge-delega stessa.

Accanto alle norme oggetto di delega, il Parlamento ha introdotto ulteriori norme definite «immediatamente attuabili». Tale commistione è del tutto inopportuna, anche perché alcune di queste norme anticipano in modo preoccupante quanto in realtà dovrebbe essere attuato con delega. In particolare, questo è il caso dei rifiuti, e specificatamente dei rifiuti ferrosi e non ferrosi. Questi, anche se provenienti dall’estero, non costituirebbero più rifiuto industriale ma «materia prima seconda», conseguentemente ci sarebbe una diminuzione del livello di controllo. Va ricordato che l’Italia è già in procedura di infrazione per aver autonomamente interpretato la definizione di rifiuto in contrasto con quanto stabilito dalle Direttive Comunitarie.

In questo contesto la Camera dei Deputati ha introdotto anche una sanatoria paesaggistica. Nella versione giunta al Senato nella scorsa primavera, questa sanatoria era un vero e proprio condono, poiché non prevedeva limiti di cubatura e poteva essere richiesta anche in assenza di qualunque autorizzazione. Meritoriamente, il Senato ha cassato questa possibilità, ed il testo posto all’attenzione dell’Aula non prevedeva alcuna sanatoria paesaggistica. Il Governo ha reintrodotto con un proprio emendamento la possibilità di una sanatoria paesaggistica, con conseguente depenalizzazione dei reati a fronte del pagamento di un’oblazione per gli abusi realizzati senza aumento di cubature e senza la creazione di superfici utili. In pratica sono sanabili tutti quegli abusi che hanno portato alla trasformazione delle facciate (come ad es. l’apertura di finestre o l’utilizzo di materiali non previsti per gronde ed infissi), ai rifacimenti dei tetti anche se quelli nuovi possono rappresentare un vero pugno nell’occhio, la realizzazione di recinzioni o di cancelli, i movimenti di terra, la disposizione di pali o tralicci, gli abbattimenti di impianti vegetazionali, ed è difficile stabilire se in queste tipologie rientri o meno la realizzazione di nuove strade o piste.
Vale la pena ricordare che prima di tale disposizione in giurisprudenza era assolutamente predominante l’interpretazione per cui l’istituto della sanatoria (che è cosa ben diversa dal condono) non si potesse applicare all’interno delle aree vincolate. Oggi il Governo, con la scusa già sentita mille volte di chiudere con il passato, sana tutti questi abusi realizzati sino al 30 settembre di quest’anno. Considerando che i vincoli paesaggistici sono posti sul 47% del territorio del nostro Paese, è facile immaginarsi l’impatto e l’importanza della manovra in corso.
Le nuove norme paesaggistiche infine contengono anche alcuni punti condivisibili, quali inasprimento delle pene e la trasformazione dei reati paesaggistici in delitti, ed un maggiore coinvolgimento delle Soprintendenze nella lotta all’abusivismo paesaggistico. Non si comprende perché tali punti, pur sollecitati dagli ambientalisti, non siano stati contenuti nel Codice Urbani entrato in vigore solo lo scorso maggio. Appare dunque evidente un tentativo di immagine che si


è voluta introdurre, tentativo confermato dall’esplicita citazione dell’abbattimento degli stabili di Punta Perotti a Bari che, indipendentemente da questa norma, dovranno essere abbattuti per sentenza della Corte di Cassazione (e in tal senso il Comune di Bari ha già fatto un bando di gara).