Una gamma vastissima di possibilità

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Non solo la gamma è già di per sé decisamente ampia: parecchi materiali possono a loro volta essere trasformati in altre sostanze, le cui prestazioni sono analoghe a quelle dei combustibili tradizionali, con il vantaggio che al termine del ciclo le scorie vengono riciclate come fertilizzanti. I processi di conversione utilizzati sono di tipo termochimico (combustione, pirolisi e gassificazione) o biochimico (digestione e fermentazione, grazie alla presenza di funghi, enzimi e microrganismi già all’interno della biomassa). Ad esempio, dalla digestione anaerobica di liquami zootecnici si ricavano miscele al 60 % di metano (Biogas), mentre il biodisel deriva dall’esterificazione di oli vegetali di colza e girasole ed il bioetanolo dalla fermentazione e contemporanea saccarificazione di materiali zuccherini o amidacei.
Le biomasse possono essere utilizzate in normali caldaie (centrali termiche) oppure in sistemi cogenerativi che producono simultaneamente calore ed elettricità, tramite sofisticate tecnologie di recupero energetico (cogenerazione e celle a combustibile). La bioenergia non è a rischio d’esaurimento, comporta trasporti brevi con fornitura semplice e sicura, ha un prezzo stabile nel tempo, è economica (esente, tra l’altro, dalla cosiddetta carbontax) e soprattutto genera calore, elettricità e forza motrice a basso impatto ambientale. Se si giungesse a sostituire il 20% del carbone con biomasse, le emanazioni di anidride solforosa ed anidride carbonica risulterebbero drasticamente ridotte, così da porre un freno al fenomeno sia delle piogge acide sia dell’effetto serra, come previsto dagli accordi di Kyoto del 1998. Nei materiali di partenza, infatti, il tenore di zolfo è praticamente nullo e la produzione di CO2 risulta pari a quella assorbita durante la crescita delle piante.