Diritto alla vita anche per i capodogli

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Manca una forza di pronto impiego e gli studiosi competenti vengono «gettati a mare» da un Paese che, con oltre 7.000 chilometri di coste, investe sempre meno nella ricerca

Il drammatico episodio dei nove capodogli agonizzanti (nella foto uno degli esemplari morente, N.d.R.), pochi giorni fa, sulla spiaggia garganica, apre una nuova pagina rivelatrice sulla lotta tra vita e morte che oggi si sta svolgendo silenziosamente nei nostri mari. Nessuno sa come intervenire tempestivamente, manca una forza di pronto impiego adeguatamente attrezzata, e gli studiosi competenti in biologia marina vengono «gettati a mare» da un Paese che, con oltre 7.000 chilometri di coste e centinaia di isole, investe sempre meno nella ricerca.

Tutti hanno imparato fin da giovani che la terra, per due terzi occupata da oceani e mari, può essere più appropriatamente definita «Pianeta Blu». Ormai molti sanno che alcuni animali marini comunicano tra loro mediante meccanismi e radiazioni non percepibili dall’orecchio umano, e che il frastuono diffuso nel mare per le più disparate ragioni può stordirli e disorientarli, spingendoli fino a spiaggiarsi anche in massa, come purtroppo sta accadendo sempre più frequentemente. Quello che non si sa né si può prevedere è quando quest’uomo così «sapiente», che si è proclamato signore e padrone dell’universo, aprirà finalmente gli occhi e la mente per eliminare, o almeno ridurre a poco a poco, la sua continua opera di smantellamento del Pianeta.

Che il Capodoglio frequenti i mari italiani è da sempre ben noto a pescatori, naturalisti, studiosi e difensori dei Cetacei. In un’alba nebbiosa di fine Ottocento approdava in Sardegna il naturalista inglese Lord Thomas Lilford, illustre ornitologo all’esplorazione di terre all’epoca ancora poco conosciute: e presso le coste della Maddalena ebbe la ventura di osservare a lungo un incredibile spettacolo, che forse nessuno avrà mai più modo di rivedere sulle sponde del Mediterraneo. Era un enorme capodoglio arenato, su cui si agitavano banchettando neri, robustissimi avvoltoi monaci, con accanto numerosi rispettabili, eppur sottomessi grifoni… E anche molto più recentemente, le balene e gli altri cetacei hanno fatto parlare di sé. Nell’estate 1972, nel golfo di Taranto, un giovane capodoglio in amore s’invaghì pazzamente del sommergibile militare Gazzana, probabilmente scambiandolo per un’affascinante capodoglia. Compì ardite evoluzioni e si lanciò in corteggiamenti tali, da costringere il comandante a sospendere la navigazione per oltre un’ora. Ma talvolta la risposta dell’uomo non si limita a raffreddare innocenti bollori. A Sciacca nel 1978 il Wwf dovette elevare infuriate proteste, perché alcuni poliziotti avevano tranquillamente mitragliato un capodoglio, considerandolo «pericoloso per i bagnanti» (sic!) Eppure nessun bagnante è mai morto per colpa dei cetacei (si narra anzi di persone da loro salvate), mentre ciò che è innegabile è che balene e delfini continuano ad essere selvaggiamente sterminati dall’umana invadenza.

Spiaggiamenti dei giganti del mare sono dunque sempre avvenuti, ma di solito si trattava di episodi sporadici. Il primo vero campanello d’allarme suonò nel maggio 1984, allorché un maestoso capodoglio arenatosi sulle spiaggie abruzzesi venne faticosamente risospinto a mare, ma finì poi col morire sul litorale di Ortona a Mare. Nel suo stomaco furono individuati i veri responsabili della tragedia: prodotti e rifiuti della cosiddetta civiltà industriale, buste e contenitori di plastica ingeriti in mancanza d’altro cibo e forse scambiati per meduse o calamari, fino a produrre una micidiale occlusione intestinale. Nei resti del cetaceo era scritta tutta la storia del male che l’uomo è capace di provocare alle innocenti creature del mare: tracce di uno o più speronamenti, e persino una pallottola di arma da fuoco. Qualcuno si era anche divertito al tiro al bersaglio con un fucile da caccia grossa, come certi gentiluomini usano fare dal proprio lussuoso yacht. Allora, esattamente un quarto di secolo fa, tutti gridarono allo scandalo e promisero di intervenire perché fatti del genere non si ripetessero: ma nessuno pensava che la situazione sarebbe poi ancora peggiorata.

Non tutti si rendono conto di ciò che sta accadendo nelle profondità del Mediterraneo, e si parla ancora troppo poco delle mille forme di inquinamento, vecchio e nuovo, che sta propagandosi nell’Adriatico, nello Jonio e nel Tirreno. Non soltanto occupazione di spazio costiero e marino, e contaminazione solida e chimica, fatta di liquami e rifiuti tossici, plastica e materiali non degradabili, idrocarburi e biocidi, tensioattivi e veleni… Siamo oggi di fronte anche a nuove forme non visibili di invasività fisica, termica e sonora, elettromagnetica e radioattiva: dai mutamenti del clima alla radicalizzazione delle stagioni, dagli ultrasuoni agli infrasuoni, dai raggi infrarossi agli ultravioletti, ed oltre. Una miscela esplosiva di cambiamenti dannosi, che occorre fermare o almeno rallentare, se non vogliamo sterilizzare le acque e ridurre il «mare nostro» a una pattumiera. Qualcuno obietterà che non sono ancora «scientificamente dimostrate» le vere cause di morti e spiaggiamenti, rarefazioni e scomparse della fauna marina. Ma quando certezze misurabili e inoppugnabili verranno alla luce, forse potrebbe essere troppo tardi: come è avvenuto nel caso di certi pesticidi e del thalidomide, dei fanghi rossi e dell’amianto.

Per onestà intellettuale, non si dovrebbe mai invertire l’onere della prova. Chi si illude che il mare non soffra, non deve certo interrogare il capodoglio. Deve piuttosto pretendere che a fornire la convincente dimostrazione che tutto vada benone sia l’uomo stesso.