Benessere, le promesse fra equilibri fisici ed equilibri mentali

190

A ben vedere, le promesse di progresso, non sembrano essere state mai trasformate in cambiamenti a vantaggio di una dimensione umana della vita, ma solo utilizzate come una leva per sedurre e ottenere consensi che vanno a favore dell’economia di mercato e della sua evoluzione da sistema di risposta ai bisogni a motore di un consumismo che nell’usa e getta sembra aver trovato la formula della felicità per consumatori, produttori, distributori e per l’industria del credito che fa affari, non sempre trasparenti, su tutti questi tre attori.

Tantomeno, non sembra che, con le nuove tecnologie, ci siano stati miglioramenti per l’ambiente e, anzi, la nocività di alcuni inquinanti continua a crescere non solo con l’aumentare della loro quantità immessa nell’ambiente, ma anche per il potenziamento sinergico della nocività per le interazioni fra inquinanti diversi.
A fronte di una loro continua produzione, c’è, infatti, un ben rilevabile accumulo nel tempo di alcuni di essi, (amianto, polveri e fumi nocivi, gas serra, sostanze radioattive disperse nella biosfera, contaminazione delle acque da parte di particolari sali metallici tossici…) con la conseguente moltiplicazione plurifattoriale del loro impatto sull’ambiente e sulla condizione di benessere dell’uomo in particolare.

I danni sull’ambiente naturale e sugli esseri umani non sono, però, solo quelli fisici sul paesaggio naturale e sulla nostra salute. Infatti, con meccanismi purtroppo sperimentalmente meno quantificabili ma ben osservabili qualitativamente, le condizioni ambientali e di vita degli esseri viventi, possono imporre vincoli (a un vivere umano in sintonia con la complessità e la vitalità creativa degli equilibri naturali) che arrivano a incidere anche sulle nostre esperienze formative e capacità mentali.
Viene, infatti, troppo sottovalutato il disorientamento mentale, la perdita di identità per chi si trova in territori che non offrono più significati ad un vivere umano privato delle percezioni fisiche della diversità e della sua ricchezza espressiva, dell’esplorazione attenta e coinvolgente dell’ambiente naturale, delle esperienze emotive nel riconoscimento (sul campo) dei fenomeni naturali, delle relazioni formative con l’ambiente di vita (del quale ogni uomo e ogni comunità vitale è parte inseparabile). Senza questi riferimenti, il disorientamento che ne deriva non offre certo condizioni di benessere e forse neanche interesse a cercarlo.

Abbiamo, allora, buoni motivi per non meravigliarci se appare diffusa più la sensazione di vivere la fatica del cercare il benessere, come se fosse un miraggio, che la speranza dei vantaggi che ne dovrebbero derivare. Siamo di fronte a difficoltà che non possiamo, però, attribuire (come molti, invece, fanno) ad un’ingestibile diversità dei modi di concepire e realizzare un benessere. Non si tratta, infatti, di un bene individuale autoreferenziale, complicato dagli ostacoli che incontra in un contesto complesso.
Il benessere non è la somma aritmetica, delle visioni soggettive e semplificate, che fanno riferimento ad un generico «star bene», ciascuno per conto proprio, incapace di affrontare la nostra diversità e dare significative aperture ai problemi della nostra realtà complessa. Il benessere, diversamente da quanto avviene per il potere, ha le difficoltà opposte, di non potersi realizzare in quei contesti umani semplificati che non favoriscono integrazioni e condivisioni.
Il benessere non dovrebbe essere declinato in termini di principi (facili prede delle ideologie e usati a sostegno degli «assoluti» che se ne possono far derivare), ma dovrebbe essere vissuto, invece, come un luogo dinamico, concreto e condiviso (come è quello solidale vissuto nella propria famiglia o in uno stesso luogo di lavoro, come è quello di una buona cittadinanza che sa apprezzare l’arricchimento offerto dall’incontro fra modi di vedere, opinioni, stili di vita, culture diverse).

In tempi di competizioni e di consumi (che tendono ad impoverire le relazioni creative e i riferimenti alla diversità delle nostre aspirazioni più profonde) il benessere rischia di essere confinato nel recinto di uno status formale individuale (in una realtà meccanica di produzione-consumo) che viene proposto come riconoscimento (quasi un bonus) per un merito guadagnato, sulle opportunità estemporanee del «fare cose», secondo il senso comune e le mode che lo costruiscono. Ma è improbabile che l’impegno verso un «darsi da fare» meccanico, possa produrre quel benessere che può, invece, essere costruito solo sulle relazioni sinergiche con i propri simili e con gli equilibri naturali e sul poter entrare in sintonia con il senso, sempre tutto da indagare, che li anima.
Il benessere è, infatti, l’effetto di una interazione catalitica (fra le nostre pluralità relazionali e propositive) e che trasforma, le nostre aspirazioni più profonde, in elementi di un equilibrio dinamico fra diversità vitali e pensieri individuali (potenziati dalla condivisione) che si formano nei contesti naturali. C’è, dunque, un progetto umano (che può essere condiviso e praticato) da realizzare, da verificare e da rielaborare, insieme e intelligentemente, alla luce delle nostre esperienze plurali e del divenire della nostra realtà.