Nel parco d’Abruzzo esche avvelenate, vacche sacre e bracconaggio

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Rispetto a una decina di anni fa al Parco Nazionale d’Abruzzo i camosci sono diminuiti e il loro numero è stato ormai eguagliato (o più probabilmente ampiamente superato) dai capi di bestiame domestico che hanno abusivamente invaso le praterie d’altitudine, senza che nessuno sia intervenuto decisamente a stroncare questa pratica illegale, né a ricordare che nella Zona A di Riserva integrale il bestiame domestico non deve mai, e per nessuna ragione, accedere

Dopo le notizie di qualche giorno fa sulla morte dei grifoni ed altre precedenti sulla morte di lupi avevamo pubblicato anche un appello per non declassare il camoscio d’Abruzzo ci giunge un articolato comunicato sulla situazione complessiva sul Parco d’Abruzzo da parte dell’associazione «Lupi dell’Appennino» che pubblichiamo integralmente.

 

La recente forte campagna in difesa del Camoscio d’Abruzzo ha suscitato molto interesse e partecipazione da parte delle Associazioni più attente alla tutela del patrimonio naturale e faunistico e, soprattutto, ha visto scendere in campo anche il Comune di Farindola e la stessa Regione Abruzzo.
Sui gravi rischi che tuttora incombono su questo prezioso endemismo del nostro Appennino, da considerare ormai a tutti gli effetti valida specie a sé stante (e non banale sottospecie del Camoscio dei Pirenei), non sembra però che tutti gli altri soggetti intervenuti mostrino una percezione chiara e completa. Appena la scorsa estate, infatti, dal Parco giungevano messaggi confortanti come «Gode ottima salute il Camoscio d’Abruzzo», anche se approfondendo un poco la situazione dell’anno 2012 si scopriva qualcosa di sconvolgente: «Il numero massimo di camosci osservati nel corso del conteggio è stato di 530» … «emerge che non siamo ai livelli del 2000/2005, quando il “numero minimo certo” contava circa 650 camosci», e poi ancora che: «A più di 500 capi di bovini, caprini e ovini, che pascolano di frequente nelle stesse radure e balze insieme ai camosci, è stata somministrata gratuitamente una profilassi antiparassitaria».

In altre parole, rispetto a una decina di anni fa al Parco Nazionale d’Abruzzo i Camosci sono diminuiti (mentre quelli introdotti venti anni fa alla Maiella e al Gran Sasso stanno aumentando vertiginosamente). Non solo: ma il loro numero è stato ormai eguagliato (o più probabilmente ampiamente superato) dai capi di bestiame domestico che hanno abusivamente invaso le praterie d’altitudine, senza che nessuno sia intervenuto decisamente a stroncare questa pratica illegale, né a ricordare che nella Zona A di Riserva integrale il bestiame domestico non deve mai, e per nessuna ragione, accedere.
E invece tutti sanno bene che purtroppo da anni mandrie di bovini nomadi (che sono qualcosa di ben diverso dalla pastorizia ovina transumante, tradizionalmente consentita nella Zona B di Riserva Generale) invadono ogni parte del Parco, accompagnate da cani e cavalli, provenendo dalla Ciociaria e arrivando fino al Lago Vivo, oppure risalendo dalla Marsica e invadendo l’intero settore settentrionale dell’Area Protetta. I pericoli connessi a questa incontrastata «occupazione» del territorio della preziosa fauna da salvare sono gravissimi: risultano infatti possibili (e spesso riscontrati) contagi di carbonchio, tubercolosi bovina, pseudorabbia, brucellosi, cimurro e altre malattie, mentre esplodono conflitti di interessi che hanno indotto qualcuno (mai identificato né perseguito) a spargere esche letali, che vanno dalle carcasse di capre avvelenate ai micidiali bocconi intrisi di insetticidi e anticrittogamici. E se una madre orsa cadesse vittima dei veleni, anche i cuccioli potrebbero essere poi facilmente assassinati a bastonate. Tutti ricorderanno le stragi di orsi degli ultimi anni, per le quali non si sono mai trovati né i colpevoli, né adeguati rimedi.
Stupefacente il fatto che lo scorso anno una ricerca del Parco presentata a livello internazionale ha posto l’accento sull’effetto limitante che i cervi ormai abbondanti avrebbero sui camosci, per competizione di cibo e di spazio. Dimenticando forse che in un ecosistema sano le due specie possono convivere tranquillamente, e che se non fossero assediate da altri fattori potrebbero ancora largamente espandersi lungo le catene montuose circostanti. E preferendo invece tacere delle cosiddette «vacche sacre», con trambusto, cani e malattie, forse ritenute elemento di disturbo del tutto irrilevante?
Ma la cosa che più sbalordisce è che non più di qualche settimana fa, nel pieno della Campagna per il Camoscio d’Abruzzo, avevamo sentito proclamare che… «pur essendo piccola e distribuita in pochi luoghi, la popolazione totale non è sottoposta a una minaccia reale», che era garantita da una «assoluta protezione», e che risultavano «pochi casi registrati di bracconaggio». Queste le notizie ufficiali, ma ahimè!… Proprio in quel momento, per ironia del destino, una accurata inchiesta giornalistica di Federica Di Leonardo di GaiaNews rivelava che, nel solo primo bimestre, nel Parco erano stati uccisi 11 lupi (a fucilate, con veleni, o dal cimurro); che poi diventavano 12, e quindi 13, e chissà forse anche di più… Infine, a completare il quadro dello sfacelo più assoluto, ecco la notizia dell’avvelenamento nel territorio di Gioia dei Marsi di 3 avvoltoi grifoni: anche questa volta scoperti per caso da un escursionista, e con immediato allarme diramato dalle Associazioni Altura Abruzzo, Lipu Abruzzo, Pro Natura Abruzzo e Salviamo l’Orso.
Il quadro desolante che ne emerge è quindi quello di un territorio scarsamente presidiato, invaso da interessi privati di ogni genere, e sempre meno ospitale per la fauna che dovrebbe proteggere. Ma esistono davvero controlli efficienti, e vi sarà un responsabile del servizio di sorveglianza adeguato ai compiti da svolgere?

Tra non molto, gli orsi sopravvissuti emergeranno dal sonno invernale, seguiti poi anche dai cuccioli: quale accoglienza troveranno? Avranno a disposizione spazi tranquilli, persone che li amano e proteggono, felici di osservarli soltanto da lontano, senza disturbarli? Oppure dovranno affrontare nuovi percorsi irti di difficoltà, cosparsi di trappole velenose, fucilate a tradimento e micidiali infezioni? Assisteremo soltanto alle solite lamentazioni, o vedremo che qualcosa di concreto sta finalmente cambiando?
Forse tutti gli addetti ai lavori, anziché dedicarsi a continui e traboccanti comunicati autoreferenziali e trionfalistici, dovrebbero incominciare subito a preoccuparsi davvero di ciò che sta oggi accadendo, e correre con ogni mezzo ai ripari.