Norme in inglese sulla sicurezza del rigassificatore di Trieste

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Interpellanza alla Camera da parlamentari Sel, M5s e Pd sul mancato uso della lingua italiana e slovena nella documentazione procedurale. E intanto il ministro dell’Ambiente ha richiesto una suppletiva alla Via, il ministro per lo Sviluppo Economico, si sta adoperando per accelerare l’iter autorizzativo, per inserirlo tra gli impianti strategici soggetti a finanziamento comunitario prima ancora che questo sia stato regolarmente approvato

Il «burocratese» è già ostico di per sé ma se poi ci aggiungiamo periodi in inglese e spagnolo, diventa un’impresa impossibile. E poi, come spesso accade ultimamente nelle questioni ambientali, manca la comunione di intenti fra ministero Ambiente e ministero dello Sviluppo economico. Il caso è quello del rigassificatore di Trieste. Sulla questione proponiamo la nota inviataci da Adriano Bevilacqua, del Coordinamento regionale Uil Vigili del Fuoco del Friuli Venezia Giulia.

È stata presentata oggi alla Camera, dall’on. Serena Pellegrino (Sel), e dagli On. Luigi Lacquaniti (Sel), Claudio Fava (Sel), Michele Piras (Sel) Walter Rizzetto (M5S), Aris Prodani (M5S) e Tamara Blažina espressione della comunità slovena in Italia (Pd), una interpellanza indirizzata al Presidente del Consiglio del Ministri, al ministro per lo Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti, ed al ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Dalle osservazioni relative alla sicurezza dell’impianto, espresse nel documento redatto dal referente per la sicurezza antropica, già del Tavolo Tecnico Rigassificatori Trieste, prof. Ing. Marino Valle, inoltrato alla Direzione Regionale dei Vigili del Fuoco, al Comune di Trieste ed al Comune di Muggia già nel 2012, per quanto di loro competenza e pertinenza, emerge lo sconcertante fatto che tale progetto è stato ammesso prima in forma preliminare alla procedura autorizzativa della Via e poi, in forma definitiva, alla procedura autorizzativa dell’Aia con rilevanti parti redatte in lingua diversa da quella italiana, nella fattispecie inglese e spagnola, violando clamorosamente la Legge 15/12/1999 n. 482, che stabilisce chiaramente che l’italiano debba essere la lingua ufficiale della Repubblica che deve venir usata per produrre effetti giuridici negli atti destinati ad uso pubblico, omettendo di tradurre i documenti del progetto nella lingua della minoranza slovena insistente sul territorio di insediamento del su citato progetto, violando i dettami della recente Direttiva europea 2011/92/UE, che sostituisce ed assorbe le precedenti direttive 85/337/CE, 97/11/CE, 2003/35/CE e 2009/31/CE.

Nonostante i numerosi ricorsi al Tar e le tante petizioni, alla Commissione petizioni del Parlamento europeo, per violazione della procedura dalla stampa risulta che mentre il ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha richiesto per detto impianto una suppletiva alla Via, il ministro per lo Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti si sta adoperando con i facilitatori europei presso il Direttore Generale europeo per l’Energia per accelerare l’iter autorizzativo di tale impianto, per inserirlo tra gli impianti strategici soggetti a finanziamento comunitario prima ancora che questo sia stato regolarmente approvato, disattendendo il vincolante iter procedurale della Via, prodromico a qualsiasi sviluppo di progetto, che senza la congiunta approvazione degli altri due progetti non è assolutamente in grado di poter funzionare.

Si chiede ai Ministri quali azioni si intendano intraprendere in auto tutela amministrativa; quali provvedimenti si intendano immediatamente adottare nei confronti di coloro che con il mancato uso della lingua italiana e della lingua slovena, omettendo in tal modo la corretta comunicazione del rischio alle popolazioni interessate, hanno violato la Legge 482/99, la legge 38/2001, e la Direttiva europea 2011/92/UE, rendendosi conseguentemente responsabili dell’inevitabile apertura di una procedura di infrazione europea nei confronti dell’Italia, e della conseguente necessità di dover rifare completamente l’intera procedura Via, con evidente e ulteriore danno per l’Erario.