Ma la Consulta non salva l’Ilva

235
foto di Vincenzo De Palmis

«L’Ilva chiuderà perché dovrà affrontare il problema immenso delle bonifiche dei terreni e della falda acquifera; dovrà attuare l’Aia e non ha presentato un piano industriale; dovrà affrontare le richieste di risarcimento di tanti cittadini; dovrà affrontare problemi enormi di mercato (concorrenza estera) e di accesso al credito. A nostro parere l’azienda non potrà reggere la pressione contemporanea di questi quattro fattori. Occorre preparare un’alternativa prima del collasso finale»

«Adesso non ci sono più scuse per nessuno. L’azienda deve correre, le amministrazioni locali devono essere impegnate, così come il Ministero. La strada è ormai segnata. La Consulta ha detto che lo è dal punto di vista costituzionale, io posso aggiungere che lo è dal punto di vista ambientale e industriale». Queste sono le parole a caldo con cui il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha commentando, ieri sera a Radio 24, la sentenza della Corte costituzionale relativa al caso Ilva di Taranto.

Questa decisione ha certamente fatto sprofondare i tarantini, che da circa otto mesi a oltranza lottano per la chiusura dello stabilimento, in uno stato di delusione e rabbia; dalle avanguardie della protesta tarantina arriva comunque un messaggio positivo: «nessuno scoraggiamento, vinceremo nonostante tutto», fanno sapere in un documento a firma congiunta il presidente Fondo Antidiossina Taranto Fabio Matacchiera e il presidente di PeaceLink Alessandro Marescotti, i quali hanno precisato «che la decisione della Corte Costituzionale di fatto non salva l’Ilva, perché non le presta i tre miliardi di euro per applicare efficacemente l’Autorizzazione Integrata Ambientale. Intanto il procedimento penale della Procura va comunque avanti per accertare tutte le responsabilità del disastro ambientale. Taranto si è ormai ribellata e non è più disposta a essere la città da sacrificare».

L’azienda nel frattempo in questi mesi sta attraversando uno stato di crisi non indifferente, gli operai sono preoccupati e questa decisione della Consulta è gravida di novità ad oggi sconosciute. Dunque nonostante il pronunciamento della Corte Costituzionale, che ha così trovato l’equilibrio tra i principi fondamentali della Costituzione (lavoro, salute, ambiente), le anime della rivolta tarantina, Marescotti e Matacchiera, non demordono, anzi prevedono che «l’Ilva chiuderà perché dovrà affrontare il problema immenso delle bonifiche dei terreni e della falda acquifera; dovrà attuare l’Aia e non ha presentato un piano industriale; dovrà affrontare le richieste di risarcimento di tanti cittadini; dovrà affrontare problemi enormi di mercato (concorrenza estera) e di accesso al credito. A nostro parere l’azienda non potrà reggere la pressione contemporanea di questi quattro fattori. Occorre preparare un’alternativa prima del collasso finale».

Intanto, mentre tutto è pronto per la domenica delle urne tarantine (il 14 aprile i residenti di Taranto andranno a votare per far conoscere al Paese che futuro immaginano per loro e per i loro figli), l’azienda ha reso noto sul suo sito internet che il giorno 9 si è verificato un altro incidente in fabbrica: per fortuna senza nessun ferito. Parafrasando un noto film di qualche anno fa con Massimo Troisi, si potrebbe dire che ai tarantini, e non solo, non resta che piangere. E sperare.

 

Vito Stano