Mangiar mosche o mangiar giusto?

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Dopo le insistenti campagne della Fao a proposito dei suggerimenti di cibarsi di insetti per fronteggiare le future carenze di cibo, forse sarebbe il caso di fare altre riflessioni. Oggi, per via di una disponibilità senza limiti il cibo è offerto e consumato (infine gettato e sprecato) in maniera deprecabile nonostante il consumo medio di calorie, lipidi e carboidrati abbia raggiunto vette di assoluta (questa sì) insostenibilità

Questa rubrica è dedicata alla salute ed a tutto il mondo che gira attorno ad essa. Poche parole, pensieri al volo, qualche provocazione, insomma «pillole» non sempre convenzionali. L’autore è Carlo Casamassima, medico e gastroenterologo, ecologista nonché collaboratore di «Villaggio Globale». Chi è interessato può interagire ponendo domande.

Ne abbiamo parlato anche nel nostro «Villaggio»: a fronte dell’aumento tendenziale della popolazione mondiale ed alla progressiva riduzione della disponibilità di cibo «tradizionale» la Fao lancia una campagna finalizzata ad indurre il consumo di cibi «alternativi» fra i quali in primo luogo insetti.
La tesi è che per combattere la mancanza di carne, pesce ed altri alimenti più «nobili» è possibile (ed anzi col tempo dovrebbe diventare sempre più opportuno) alimentarsi con coleotteri, insetti, bruchi, formiche, cavallette e mosche. Sono ricche di proteine, lipidi e zuccheri; ce ne sono in abbondanza; sono diffusi praticamente in modo uniforme nel pianeta; sono (sarebbero) gradevoli di sapore se solo si superassero un po’ di pregiudizi culinari e soprattutto culturali. Risolverebbero, a detta degli esperti della Fao, una buona parte del problema della fame nel mondo. L’insostenibile predazione di molte risorse del pianeta, dai pesci alle carni che siamo abituati a consumare, troverebbe uno stop o almeno un forte rallentamento, in verosimile attesa del cibo sintetico.

Provocazione solo parziale, in realtà (a leggere le direttive della Fao) via d’uscita percorribile ed anzi auspicabile già a tempi brevi. Al punto che la stessa Fao indica in una grande campagna culturale mondiale lo strumento che può velocizzare questo cambiamento ed avviare prima possibile questo nuovo tipo di stile alimentare.
Ci sia consentito, pur con tutta la modestia del nostro ruolo ed il rispetto per l’approccio scientificamente (ma solo apparentemente) rigoroso degli scienziati della Fao, di dissentire da questa posizione e dalla proposta avanzata, la quale non tiene conto di una serie di elementi che invece sono di fondamentale importanza perché la questione alimentare globale sia posta in termini più corretti e ragionevoli (oltre che più ecologicamente sostenibili).

Porre la domanda del come ci si possa alimentare in un futuro più o meno prossimo e rispondersi con soluzioni di questo genere, infatti, non tiene conto delle vere criticità del (nostro innanzitutto) mercato alimentare, non analizza compiutamente gli equivoci su cui esso si fonda, non risolve affatto i limiti sia in termini di risorse sia in termini di approccio culturale di ciò che facciamo quando ci poniamo la domanda di cosa mangiare. Infine non combatte affatto le condizioni che determinano le mille patologie che sono di fatto connesse ed anzi determinate dal nostro modo di nutrirci.
Oggi nel mondo occidentale (quello verso cui, in primis, è diretto l’invito a mangiare locuste e libellule, «liberandosi da pregiudizi») il vero problema non è la disponibilità di cibo e quindi la sostituibilità di quello tradizionale con quello proveniente da altre fonti. Siamo esattamente all’opposto. Oggi, per via di una disponibilità senza limiti il cibo è offerto e consumato (infine gettato e sprecato) in maniera deprecabile nonostante il consumo medio di calorie, lipidi e carboidrati abbia raggiunto vette di assoluta (questa sì) insostenibilità.

L’obesità da iperconsumo di alimenti, il diabete come patologia correlata ad eccessiva introduzione di zuccheri, l’aumento del rischio cardiovascolare causato da cibi ad alto contenuto di grassi (ma potremmo continuare molto a lungo, in realtà) meritano un approccio ben diverso e più complesso se si vuole discutere di un nuovo modello alimentare. Continuare a mangiare le stesse quantità di proteine, lipidi, carboidrati ponendosi il dilemma del dove procurarseli mostra tutti i limiti di subalternità ad una visione consumistica ed irrazionale nella gestione della propria alimentazione: senza un deciso cambio di rotta continueremmo molto probabilmente a mangiar troppo (pur sostituendo il manzo con le cavallette) tenendo altissimi gli introiti di tutti i principi alimentari.

La Fao propone un’azione di comunicazione e marketing finalizzata a convincere gli occidentali a mangiare locuste quando invece sarebbe enormemente più utile sviluppare una intensa campagna di motivazione finalizzata a mangiar meno e meglio. Anche se questo si scontrerebbe ineluttabilmente con la volontà di una parte dell’industria del cibo, molto più interessata a sollecitare un aumento dei consumi che non a migliorarne la qualità. La proposta-provocazione di mangiare insetti lascia sul tappeto tutti gli equivoci del nostro modello alimentare e culturale: la classica risposta sbagliata ad un dilemma mal posto.
Noi, oggi, abbiamo un grave problema di iperconsumo di cibo: mangiamo troppa carne e troppi zuccheri, troppi grassi e poche verdure, scegliamo frutta privilegiando l’aspetto e non la qualità, spacciamo il fast food come soluzione alla mancanza di tempo, indirizziamo i bambini verso il consumo di cibi imbustati contenenti di tutto, consentiamo alla pubblicità dell’industria degli alimenti di urlare in maniera martellante messaggi ambigui e spesso scorretti. Siamo sicuri che la soluzione a tutto questo passi attraverso ciò che propone la Fao? Mangiassimo meno e mangiassimo in modo più razionale consumeremmo meno risorse ed ammaleremmo meno noi stessi. Lasciando in pace bruchi, mosche e cavallette.