Il commercio delle sicurezze e l’invenzione della paura

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La sicurezza riguarda la salute degli esseri viventi e in particolare dell’uomo e delle sue comunità, ma riguarda anche la tenuta degli equilibri ambientali. Ma, se non è ben percepita, può essere piegata ad occasione per fare business con la vendita, in varie forme, di sicurezze. I suoi compratori sono individui abituati a risolvere ogni problema personale con l’acquisto di qualcosa di specifico e relativo al loro problema: l’acquisto può spaziare, per esempio, da una polizza assicurativa per i beni a rischio di furto, fino ai sistemi di videosorveglianza (per la sicurezza personale) collegati ad un centro di pronto intervento.

Il tutto è frutto di convincimenti, assunti acriticamente e indotti da semplificazioni ideologiche, che forse rassicurano i timorosi per natura o per scelta, ma che esonerano e impediscono, soprattutto, analisi di realtà, rilevamento di problemi, riflessioni, ricerca di rimedi, verifiche delle soluzioni: sono i convincimenti paralizzanti che portano, per esempio, a immaginare che per ogni malattia ci sia sempre un farmaco in vendita, che il correre rischi, in qualsiasi campo, è riducibile a qualcosa di simile ad una attività sportiva (comunque senza controindicazioni perché ormai la chirurgia o qualcosa di simile, fa sempre miracoli), che di droga (sia quella materiale sia quella del fanatismo politico-religioso) si può anche vivere e, anzi, serve a vincere, poi, se a qualcuno va male, c’è sempre la giustificazione che quell’esito era un destino o è stato il frutto di qualche volontà che se l’è cercato. Una trascuratezza che non solo aliena la responsabilità di gestire in sicurezza la nostra incolumità fisica, ma che ci impedisce anche di interpretare il senso delle cose, sottraendoci i momenti essenziali della riflessione sui fenomeni socio-economici del vissuto personale e di intere comunità umane (sicurezze del poter sapere e dare senso alle cose). Una vita, così semplificata, non può che essere l’effetto di una rimozione o di una esternalizzazione della gestione della ineludibile complessità.
La ricerca della sicurezza che, nella mancata apertura alla complessità, diventa fonte di angosce e paure, diventa, anche, l’occasione per lo sviluppo di un mercato, quello della sicurezza. Non si tratta, quindi, come potremmo essere indotti ad immaginare, di una risposta ad un bisogno, ma di un’occasione per creare un altro settore di consumi effimeri, quello della sicurezza da acquistare e resa necessaria dalle conseguenze dirette e indirette della pratica dei consumi e dei modi di pensare da essa indotti.
I sistemi per la sicurezza individuale e collettiva avanzano con le tecnologie e con le mode, quando non funzionano più (per un guasto o per una diversa disposizione delle aree da controllare) non si riparano e non si adeguano alle nuove esigenze, ma si cambiano (in questo caso è addirittura la sicurezza di avere un sistema di sicurezza sempre efficiente che detta le scelte consumistiche). La sicurezza diventa così un’occasione per rendere legittimamente lucroso un bene comune, qual è la stessa sicurezza, che è, così, sia sottratta alla gestione sociale di una comunità, di un territorio, sia trasformata in consumo e, quindi, come tale, sottoposta a modi e mode che ne snaturano il senso e che annullano nostre consapevolezze e responsabilità.
Pur senza drammatizzare questa situazione, non si può non immaginare che il consumo sia, in buona sostanza, una tassa che paghiamo ad un sistema che, forse proprio per questo ci ha privato delle nostre naturali abilità a governare la sicurezza in termini di relazioni sociali, valutandone l’origine, le soluzioni umane e che, come tale, non avrebbe dovuto trasformarsi in una moderna sfida tecnologica (sempre più sofisticata e costosa) fra vittime e carnefici. Le libertà individuali sono diventate ostaggio indisponibile di una paura inventata che incatena e domina attraverso prodotti materiali ed immateriali del mercato dei consumi di sicurezze. Vengono. così, sottratte ai cittadini le risorse per soddisfare i loro bisogni di certezze relazionali che potevano esercitare un controllo condiviso e preventivo anche sulle ingiustizie e sugli ingiusti consumi che le sostengono.
La sacralità della vita risente fortemente di queste contraddizioni ed è diventata espressione emblematica di una interpretazione asimmetrica della sicurezza che, da una parte, viene negata per rendere sostenibile il dovere di uccidere un nostro simile (in nome, per esempio, di qualche futile interesse economico), ma che, da un’altra parte, viene, invece, rimessa in circolazione e sostenuta da un mercato che lucra sulle attività che preservano, dalla morte, la sola vita vegetativa di individui che hanno perso coscienza.
Una situazione, questa, che crea problemi etici irrisolvibili (pur se originariamente inesistenti), fino a rendere, di fatto, ogni soluzione indisponibile al naturale divenire della vita e a tenere tutto in sospeso fra l’eventuale miracoloso successo di un accanimento terapeutico e una lucrosa sopravvivenza vegetativa (garantita solo dall’assistenza, costosa, di macchine e di procedure di mantenimento, in emergenza, di uno stato vegetativo). No agli omicidi dell’aborto, ma sì agli omicidi di guerra; sì alle violenze delle ingiustizie, ma no all’eliminazione delle cause; sì all’emarginazione che porta anche alla morte, ma no alla lotta senza confini alle predatorie attività finanziarie che di quelle emarginazioni estreme sono, sempre più, la causa).