L’aspirazione alla sicurezza

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La sicurezza è un bisogno primitivo fondamentale che riguarda ogni forma di vita. Nell’uomo questo bisogno si articola in alcune esigenze psicologiche fondamentali che elenchiamo qui di seguito.

I. La sicurezza della Tana

II. La sicurezza della Natura

III. La sicurezza degli Affetti

IV. La sicurezza Sociale

V. La sicurezza del proprio Destino personale

La sicurezza della Tana

Questa è una certezza primitiva che l’uomo condivide con gli altri animali, è una aspirazione legittima, un diritto primitivo ed elementare, che riguarda non solo l’individuo, ma tutta la collettività: essa è il primo fondamento della difesa della specie. Ogni essere vivente ha diritto alla sua tana, al suo habitat, alla sua «casa» per gli esseri umani.

L’essere umano cerca protezione, come la parola stessa casa sembra significare. L’etimo della parola casa si perde nel tempo. Si trova nel basso latino, ma sembra impossibile risalire più indietro e connetterla con radici indoeuropee. Si è fatta l’ipotesi che derivi dal ceppo semitico e che sia stata da esso mutuata nel mondo latino in quel crogiuolo di lingue che fu ed è il mediterraneo. In accadico esiste la voce kišû (= cercare rifugio), connessa con la radice del semitico occidentale ksu, si ritrova nell’ebraico biblico nel verbo χasàh (= ripararsi, confidare, avere fiducia).

A fronte di tutte le insicurezze che la realtà, con cui la vita si deve scontrare, elargisce a piene mani, mettendo a rischio la nostra esistenza ancor prima di aver cominciato seriamente a realizzarla, la costruzione di una tana o di un nido rappresenta la sensata ricerca di una qualche certezza con cui assicurare alla propria specie una ragionevole probabilità di sopravvivenza.

Anche l’uccello che costruisce un nido è animato dalla stessa nostra intenzione di procurare una qualche sicurezza al futuro incerto della sua prole. Si noti che la costruzione di un nido si basa su alcune certezze, date per scontate, ed evidentemente condivise dal regno animale, il cui fondamento è che la Natura abbia un comportamento uniforme. Se i temporali diventassero improvvisamente uragani, la costruzione dei nidi dovrebbe essere del tutto differente, molto più robusta e scelta in luoghi più riparati. Dunque anche gli animali partono istintivamente dal presupposto che l’universo in cui vivono (il loro mondo) si mantenga ragionevolmente uniforme e costante, almeno per il periodo di tempo necessario perché la prole si renda indipendente.

La sicurezza della Natura

A guardar bene, la Natura è una «casa allargata», offertaci gratuitamente senza nessun nostro particolare intervento. L’uomo primitivo, prima di darsi all’artificio dell’«edilizia», usava come casa, grotte, anfratti e rifugi naturali, servendosi di ciò che la Natura gli metteva gratuitamente a disposizione. Senza nessuna ragione plausibile, se non quella della abusata fiducia nel principio della continuità della Natura, ci si aspetta protezione e tutela dalla Grande-Casa-Natura, il grande utero in cui ci troviamo proiettati, quando abbandoniamo il piccolo utero materno che ci ha amorosamente custoditi fino a quel momento. Il ragionamento (se di ragionamento si può parlare) è sempre il solito: è andata bene fin qui, mi aspetto che vada bene anche in seguito…
Ma è proprio qui che cominciano le delusioni, perché spesso la Natura si presenta non con la faccia di madre amorevole, ma con l’aspetto di matrigna cattiva, temibile e imprevedibile. Ma ciò non ostante, ci ostiniamo a pensare che alla fine tutto deve tornare a quella che noi chiamiamo normalità. Dopo i terremoti, si seppelliscono i morti e si torna a costruire là dove il terremoto si è verificato, sperando che non capiti più e accettando che possa magari capitare dopo qualche centinaio di anni. Dopotutto che altro si può fare?

Ma ai comportamenti imprevisti da parte della Natura si è pensato di ovviare altrimenti. Il principio di uniformità e continuità in qualche modo non viene abbandonato (forse non ci è possibile fare altrimenti), ma viene aggiornato in altra forma. Il ragionamento più o meno seguito è il seguente: se purtroppo non è vero che tutto scorre sempre a noi favorevolmente, sempre nella stessa maniera benigna, se è vero che la Natura non ci ama ed è forse indifferente circa la nostra sorte, deve però essere vero che la Natura è onesta, nel senso che si comporta con noi sempre allo stesso modo, uniformemente e non capricciosamente. Ci dobbiamo quindi più ragionevolmente aspettare una uniformità di comportamento, piuttosto che una continuità di fatto a noi favorevole, da intendersi nel senso che tutto debba rimanere sempre nello stesso modo paradisiaco a noi propizio, come desideriamo.
Da qui nasce un’ipotesi, la grande speranza della scienza moderna. La Natura osservata attentamente mostra regolarità, al segno che si possono formulare e fissare leggi di comportamento che essa rispetta rigorosamente. Se l’ipotesi sarà confermata, sarà possibile ottenere dalla Natura con l’intelligenza ciò che essa non ci offre spontaneamente. Nasce un atteggiamento spregiudicato: ciò che la Natura ci nega, ce lo andiamo a prendere, e, in un certo senso, ci sentiamo subito pronti a ingannarla. Approfittando del fatto che essa non sembra disposta a deflettere dal rispetto delle leggi che essa stessa si è data, possiamo farle fare, con un po’ di astuzia, tutto quello che spontaneamente non è disposta a fare, e magari anche di più, riuscendo alla fine vincitori.

Su questa ipotesi si basa il metodo sperimentale e da questa ipotesi deriva la visione deterministica che ha letteralmente abbagliato e affascinato l’uomo moderno.

La sicurezza degli affetti e la sicurezza sociale

Nella disperata ricerca di sicurezza cui l’uomo aspira dalla nascita, il percorso che ci porta dall’infanzia all’età matura ci offre un primo rimedio, una prima consolazione. All’arrivo, come è stato da sempre notato da poeti e filosofi, siamo già disperati. Ma c’è la madre che ci offre le prime sicurezze: cibo, calore, soddisfacimento dei primi bisogni elementari, ma soprattutto, affetto, questo importante ingrediente senza il quale sarebbe impossibile sopravvivere. L’uomo ha un insopprimibile bisogno di sentirsi amato e di sentirsi accettato.

Più tardi subentra il padre e l’alveo naturale della famiglia. È la famiglia che provvede a tutto e che dà sicurezza. Ma ben presto ognuno si accorge che anche la famiglia diventa insufficiente. Il sostegno reciproco, che nasce dall’amore che regola, o quanto meno dovrebbe regolare, la vita famigliare, comincia a dimostrare i suoi limiti. Dalla famiglia originaria si deve prima poi uscire: la famiglia, come ogni cosa, invecchia e diviene insufficiente e inefficace. Il rimedio più immediato è fondare una propria, un’altra famiglia. La Natura e l’istinto hanno anche qui provveduto: la nuova famiglia nasce anch’essa fondandosi sull’amore. Fino ad oggi l’istituto della famiglia ha costituito la prima risposta alla ricerca della sicurezza affettiva.

Ma la famiglia per stare in piedi necessita di sicurezza economica. Quindi le varie famiglie nel tentativo di superare la limitatezza delle forze di cui ciascuna di esse dispone cercheranno spontaneamente di realizzare raggruppamenti più solidi e più forti. Compare la tribù.

Facciamo un salto di molti secoli e arriviamo alla comparsa della «società civile»: un raggruppamento di famiglie e di tribù di famiglie fondato sul rispetto reciproco dei partecipanti che si rendono disponibili al mutuo soccorso realizzando un più ampio e più forte alveo entro il quale l’uomo possa sperare di dare una qualche ragionevole consistenza alla sua ricerca di sicurezza.

Nasce il concetto di lavoro, ossia di svolgimento di compiti che siano utili non soltanto al singolo (risolvo le mie varie necessità e procuro cibo esclusivamente a beneficio di me stesso e della mia famiglia) ma a tutta la collettività. Nasce il concetto di collaborazione, nasce quella che chiamiamo «società civile». Ma ancora siamo lontani dalle sicurezze alle quali l’umanità aspira. Ci sono gli incidenti, le malattie, le catastrofi naturali impreviste e imprevedibili, la vecchiaia, la morte. Ed ecco che nascono le Previdenze Sociali per garantire l’individuo contro le incertezze che, al di là di qualunque nostra pianificazione e progettazione del futuro, comunque accuratamente studiata, possono sempre capitare.

La parola impiegata fa la spia del senso di queste organizzazioni di soccorso. Previdenza viene da prevedere e però si riferisce a un prevedere diverso da quello immaginato dall’ipotesi determinista. Le Previdenze servono a prevedere ciò che non siamo capaci di prevedere, servono a prevedere la possibilità di «incidente imprevisto», attuando forme atte a minimizzarne gli effetti. Ogni forma di Previdenza è una evidente ammissione della nostra incapacità di «prevedere», è una sconfitta dell’ipotesi determinista. Il filosofo Kant può ben dire, come ha detto e scritto, che il caso non esiste; in pratica, per non essere presi alla sprovvista, converrà invece pensare e agire come se il caso esista e pianificare provvedimenti che ne limitino gli effetti.

L’osservazione della realtà ci costringe a pensare che non esistono eventi certi o impossibili (i due estremi della probabilità, Certezza eguale a probabilità «1» e Impossibilità eguale a probabilità «0») ma soltanto eventi con maggiore o minore probabilità.

La Sicurezza del proprio Destino

La bruciante drammaticità della ricerca di sicurezza assume la forma più esasperata di fronte al problema della morte con la sua ineluttabile certezza portatrice di smarrimento infinito e infinita insicurezza. L’unica cosa sicura è che morremo, ma circa il dopo, il post mortem, non siamo sicuri di nulla. La morte è una innegabile certezza, ma apre inevitabilmente alla più assoluta incertezza.

Non c’è niente di più intollerabile per la visione deterministica, niente di più coinvolgente sul piano personale. Ed ecco che l’ansia, e il bisogno di certezza ha prodotto il concetto di fede. La fede somiglia a un principio fisico, stavo per dire ad un assioma geometrico-matematico. È un cardine per darsi una regolata, senza del quale ad alcuni la vita può apparire insopportabile, ma non può dirsi né un assioma né un principio. Un assioma, come dice la parola greca, rimanda al plausibile, a qualcosa di evidente di per sé, un punto che non ha bisogno di dimostrazione, sul quale però si basa ogni successiva dimostrazione. Ora, la fede richiede di accettare cose non plausibili, come la sconfitta della morte e la resurrezione e, più in generale, l’esistenza del «trascendente», ossia qualcosa che va al di là delle nostre possibilità, dunque non può essere in alcun modo paragonata ad un assioma.

Ancora, la fede non può essere simile neppure a un principio fisico, il quale è una affermazione che nasce e si conferma su continue e ripetute prove sperimentali. La fede e la credenza nel trascendente nascono e si confermano, almeno nella religione cristiana, su di un solo ed unico fatto sperimentale, mai più ripetuto: la resurrezione di una persona, Cristo. Se Cristo non è risuscitato, vana è la nostra fede (I Cor. XV, 17), asserisce perentoriamente l’apostolo Paolo.

La fede però somiglia ad assiomi e princìpi per la sua forza cogente. Ciò che la fede richiede di credere è irrefutabile, deve essere accettato senza discussioni come verità assoluta e incontro-vertibile. Si osservi però, la forza cogente di assiomi e principi, riposa sulla ragione umana; la forza cogente della fede riposa invece sul principio di autorità (autorità di antiche tradizioni e testimonianze, autorità della Chiesa, la quale, curiosamente, legittima questa sua autorità, su antiche scritture, le quali a loro volta, colmo di autoreferenzialità, vengono legittimate alla Chiesa stessa!).

La forza cogente della fede è molto importante esclusivamente per coloro che la accettano. Essa, in tal caso, è fonte di certezza e sicurezza e, come abbiamo già osservato, è proprio di ciò che l’individuo ha maggiore necessità. La fede non ha però alcuna forza cogente sul piano razionale ed è quindi del tutto inefficace per chi ad esso si voglia rigorosamente attenere.

L’aspetto stravagante, ma tuttavia comprensibile, è che alla fede si sia voluto attribuire fino dall’inizio un valore di certezza irrefutabile, così stringente da diventare pericoloso. Chi non si dichiarava disponibile ad accettare quanto la fede esigeva si credesse, veniva severamente punito con la tortura e fin anche con la morte. Non potendo imporre la fede con argomenti razionali, all’autorità della Chiesa non restava che far leva sulla superstizione o, ove questa non fosse praticata, sulla coercizione.

È nostra opinione che il concetto di fede (così come si è andato precisando nel mondo cristiano) abbia subìto una evoluzione nel corso della storia, giungendo a stravolgere il significato della parola greca originaria πίστις per essa impiegata. Il greco πίστις significa «credenza», ossia qualcosa di opinabile e plausibile, tutto meno che una certezza. L’anonimo estensore della epistola agli Ebrei, tradizionalmente attribuita all’apostolo Paolo, dà una definizione di fede che sta alla base di questa operazione di spostamento di significato. Έστιν δέ πίστις έλπιζομένων υπόστασις ossia letteralmente, la fede è fondamento di cose sperate, dalla quale si è dedotto che, essendo un «fondamento» qualcosa di sicuro e certo, anche la fede deve essere una certezza, al segno che la definizione in discorso viene generalmente tradotta «la fede è certezza delle cose che si sperano».

Il filosofo I. Kant, che si distingue per la chiarezza e la forza di analisi in tutte le sue opere filosofiche, ha detto una frase sulla quale vale la pena di riflettere: La speranza comincia soltanto con la religione, o anche, con parole nostre, potremo dire «la speranza comincia soltanto con la fede». E dunque, la fede apre alla speranza, ma non alla certezza. Una «lettura» della definizione paolina, a nostro giudizio, più corretta e convincente.

Poiché l’uomo è assetato di «certezza» (ossia di «sicurezza»), l’operazione di dar certezza alla speranza è destinata a fare facile breccia nel cuore dell’uomo.