Sicurezza, chi la decide

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I ritmi, produttivo-consumistici, non concedono spazi alternativi e, invece, impegnano, l’uomo, totalmente nei compiti e nella sola direzione «del fare e del competere» che sembra diventata l’unica prospettiva verso la quale, unilateralmente, è stato deciso di destinare l’uomo: un mondo senza incontrollabili diversità, dove ad ogni fattuale condizione umana corrisponda un ruolo, un compito, un luogo, un tempo. Ci sono interpretazioni delle visioni costruite del «fare le cose», che separano non solo due culture nell’occidente (quelle del nord, di origine anglosassone, e quelle mediterranee del sud, di origine latina, che però condividono una stessa idea formale di democrazia ed una sua pratica convergente verso uno stesso modello organizzativo), ma che separano anche queste due culture dalla quasi totalità delle culture, del resto del mondo, che ha altri riferimenti.

La globalizzazione, pur se ha uniformato i mercati e le produzioni, non ha ancora intaccato le diverse visioni del mondo al di là di una pragmatica accettazione dei meccanismi del fare e del competere ideologicamente fondati sul neoliberismo e sul mercato dei consumi. Pur se, un’analisi approfondita, potrebbe offrire un quadro meno approssimativo, non è tuttavia difficile riconoscere, in questi tre scenari una profonda differenza di comportamenti e modi di pensare.
In particolare nella cultura occidentale c’è una parte che trova il senso dell’esistere in un «fare e competere» universalmente assunto come dovere superiore (che si vuole sia gradito a un dio che ama e premia chi si dà da fare sollevando i meno capaci e gli incapaci, definiti tali in modi autoreferenziali, da scelte e decisioni che però riguardano la vita di tutti). C’è, poi, anche un’altra parte della cultura occidentale che, questa versione dell’esistere, non la condivide e ad essa si oppone rivendicando una diversità di visioni del mondo, ritenendo che nessun dio ha incaricato nessun uomo di condannare, per sottomettere ad una presunta propria volontà, i suoi simili e la gestione dei loro beni comuni.
Di fronte al tema della sicurezza, queste tre diverse culture, pur sommariamente individuate, hanno tre diverse posizioni. La prima (che oggi assume, come riferimento, l’ideologia neoliberista) considera la sicurezza un problema con il quale è necessario convivere, i livelli di sicurezza sono definiti in relazione anche ai loro costi e se necessario si limitano i livelli di sicurezza (ed eventualmente anche con un’ipocrita esternalizzazione delle produzioni più a rischio in paesi meno rigorosi in tema di sicurezza) per rendere sostenibili i costi della produzione e i prezzi sul mercato. Le responsabilità di gestione della sicurezza della popolazione vengono affidate ad enti (per esempio, ad associazioni di volontariato, alla protezione civile) che sono poco più di strutture che intervengono a disastri ormai avvenuti, per i primi interventi di urgenza e che sono sempre più privi di una significativa disponibilità di risorse per attività preventive, ammesso che abbiano ancora facoltà per una tale azione.
La seconda (che, a grandi linee, assume come riferimento la centralità della persona e non solo della competizione e del mercato dei consumi) chiede che i pericoli siano deterministicamente gestibili e definisce assenza di sicurezza non solo la mancanza di sistemi che rendono assolute le garanzie di sicurezza, ma anche l’impraticabilità di protocolli di sicurezza per l’inaffidabile conoscenza dei processi, chimici, fisici, biologici, sociali, economici) che possono caratterizzare un’attività e determinare impatti che modificano pericolosamente territori e mettono a rischio la salute dei loro abitanti.
La terza, fa riferimento ai Paesi meno sviluppati (anche se oggi in via di sviluppo). Questi per la potenza del mito della società del benessere e dei consumi o per sottomissione a regimi (sedicenti democratici, se non anche ideologicamente imposti, come quelli comunisti, liberisti e, addirittura, libero-comunisti) o per indifferenza e ignoranza verso le cose terrene, è spinta ad un fare le cose come se queste fossero un destino che tocca agli uomini della Terra e come se la sicurezza non fosse un argomento al quale prestare attenzione.
In tutti i casi, la libertà sembra, comunque, un concetto molto elastico (spesso anche deformabile per assicurare continuità a particolari interessi) e appare tutto ricostruito intorno e in funzione di scelte orientate verso attività di produzione e consumo, di assunzione di modi e di mode di vita preordinate ad un fare le cose, sostanzialmente compulsivo.
Faremmo bene, allora, a renderci conto (prima di rincorrere idee e ideologie sulle sicurezze alle quali vorremmo affidare la nostra vita) che, mentre immaginavamo di essere diretti verso mete di progresso umano, abbiamo, invece, imboccato una strada del tutto inadatta a realizzare queste nostre attese. Sull’onda di entusiasmi tardo illuministici accesi dalle previsioni che, alcuni ed agguerriti «scienziati» e non scienziati della politica e dell’economia liberista, avevano fornito, abbiamo potuto prendere atto, con favore, solo del bene che veniva raccontato sulla globalizzazione. Oggi, invece, ci invitano a prendere atto (salvo eventuali e successivi risultati peggiori derivanti da futuri e drammatici sviluppi delle crisi, dal fallimento di perduranti proposte populistiche e dagli entusiasmi che, nel tempo, continueranno ad alimentare un’idea autoreferente di bene futuro) che abbiamo addirittura un welfare che non possiamo permetterci e nello stesso tempo non facciamo abbastanza per il mercato globale dei consumi (scarsa produttività). Per i molti interessi del mondo del fare, che hanno preso pieno possesso dei nostri spazi di libertà, sembra, così, che il problema della nostra sicurezza sia diventato solo una fastidiosa normativa che rischia di bloccare i loro mercati e i relativi profitti.
Nel cavallo di Troia del liberismo, tolta la confezione illuministica, rimane il regalo di una banda di furbastri che proclamano una libertà ideologica secondo la quale le cose diventano di proprietà di chi le prende per sé e le toglie agli altri. Di fronte a tanta scienza, allora deve sorgere il nostro legittimo e totale dubbio (che può, poi, giustamente trasformarsi in provata certezza) che questa globalizzazione non sia quello che si era voluto far credere e che si vorrebbe continuare a far credere. La sicurezza delle persone è diminuita: sono, invece, aumentate le cause di insicurezza e sono diminuiti i controlli sul fuoco amico di un sistema economico (fondato sul mercato dei consumi) che assicura solo un ideale sviluppo, ma non ritiene di doversi addossare le responsabilità dei relativi disastrosi incidenti (come se fossimo di fronte ad un fenomeno fisiologico che porta ad un naturale aumento degli incidenti direttamente connessi allo sviluppo dell’economia dei consumi e della competizione sui mercati globali).
Oggi, però, è anche in crescita il numero di scienziati che, pur se sono a sostegno del mercato globale, hanno preso una certa distanza dal fuoco neoliberista. Infatti guardando i dati, questi stessi, non hanno incontrato difficoltà a ridimensionare le attese neoliberiste e a consigliare strategie di maggiore sicurezza (per esempio, per il controllo delle attività finanziarie). Alcuni di essi hanno anche suggerito di liberare l’economia, dai giudizi emessi dalle agenzie di rating (che con il loro opaco mestiere possono solo aprire il campo a speculazioni predatorie su beni economici reali, prodotti con il lavoro umano, per volgerli a favore di sfaccendati operatori di borsa e loro assimilati, che passano le loro giornate a decidere in quali tasche altrui possono mettere le loro mani per sottrarre soldi che non gli appartengono).
Oggi, la sicurezza riguarda anche la tenuta dei posti di lavoro, le scelte politiche e aziendali per far ripartire l’economia reale e le risposte ai bisogni dell’uomo. Alle attività finanziarie, che alterano i sistemi di promozione delle attività produttive e che pretendono quantomeno di vivere di rendita, deve essere impedito il loro arbitrario gioco che, manomettendo il valore delle aziende, altera i mercati, deviandoli verso consumi destinati a diventare insostenibili, ed espone l’economia reale alle continue crisi delle mode e agli attacchi delle strategie globali puntate su obiettivi di sempre maggior profitto. Sono tutte attività, di gestione di risorse finanziarie, che così condotte, non hanno alcuna giustificazione economico-sociale come invece stanno dimostrando di saper fare con efficacia le attività di microcredito e le più recenti iniziative economico-sociali di finanziamento, senza interessi, di attività che sono promosse a vantaggio e condivise da tutti. Queste ultime sono attività che all’imposizione di grandi opere e alle grandi commesse hanno sostituito la scelta di opere e di apertura di credito che rispondono ai bisogni e alle vocazioni delle comunità umane e dei territori da loro abitati.
Ma non è solo il mondo finanziario a farci vivere nelle insicurezze vendute per manovrare il denaro che alcuni hanno trasformato da strumento universale di scambio, in strumento micidiale di arrogante potere di sottomissione dei propri simili. Ci sono infatti insicurezze sociali che ci angosciano, che ci aggrediscono, forse in modo non mortale e solo apparentemente individuale, ma che sicuramente ci paralizzano, sia fisicamente con l’emarginazione (attraverso la sottrazione di ogni opportunità di libertà di scelta di vita), sia moralmente con la condanna della diversità in quanto segno di incontrollabile disordine.
Ci sono intere popolazioni di nullapensanti (ridotti all’ignavia della rinuncia a riconoscere se stessi e all’accettazione del proprio confinamento nella degradante e miserevole categoria dei conformisti) che sono vittime predestinate o spettatori inermi della violenza a danno delle loro stesse sicurezze sostanziali.
Il potere dell’uomo sull’uomo oggi non si esprime con la figura di un prepotente in carne ed ossa, ma con dati di fatto e con anonime espressioni di un male inventato che fa subdolamente intendere l’esistenza di un destino per tutta l’umanità e per ogni singolo uomo. Anche le proposte alternative rischiano, in questa condizione, l’inutilità. Se, infatti, non sono alimentate dall’intelligenza umana, sono destinate ad arenarsi in un mondo al quale non riusciamo a contrapporci perché sfugge alla nostra spontanea e immediata comprensione.