Parco Abruzzo, sei domande contro il degrado

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È in atto un violento assalto scatenato contro gli ultimi «santuari naturali» dell’Appennino, che non risparmia neppure il nostro Mezzogiorno, dal Cilento al Pollino-Monti di Orsomarso. E che colpisce seriamente le menti e le coscienze degli italiani non ancora succubi, letargici, ipotonici e catalettici

Pubblichiamo questa denuncia del Comitato parchi a proposito dello stato del Parco d’Abruzzo e di una serie di problematiche ancora irrisolte. Ormai gli attacchi al nostro ambiente, come abbiamo denunciato in altri articoli, non si contano più. Sarebbe il caso di mettere sotto la lente d’ingrandimento queste azioni contro la parte più bella dell’Italia che è frutto di tante battaglie e di tanti studi.

Le cronache degli ultimi anni nell’Abruzzo dei Parchi sembrano segnate più da notizie funeste che da eventi memorabili. Natura assediata, territorio consumato, veleni sparsi ovunque, stragi di animali… E poi politica deprimente, edilizia traboccante, orde di fuoristrada e mandrie di vacche sacre incontrastate sovrane dell’ambiente, a dispetto di ogni regola o divieto.
Un violento assalto scatenato contro gli ultimi «santuari naturali» dell’Appennino, che non risparmia neppure il nostro Mezzogiorno, dal Cilento al Pollino-Monti di Orsomarso. E che colpisce seriamente le menti e le coscienze degli italiani non ancora succubi, letargici, ipotonici e catalettici. Ma se la rapacità della corsa all’arricchimento a prezzo della devastazione della natura è ormai ben nota, ciò che più preoccupa oggi è l’evidente incapacità delle istituzioni e delle autorità preposte di fronteggiare la situazione: il vero dramma sta proprio nella «corsa allo scaricabarile», nel rinvio delle decisioni, nelle flebili lamentazioni e nella prosopopea auto-commiseratoria di quanti dovrebbero impegnarsi a risolvere i problemi in prima linea.
A ogni orso morto, fanno eco soltanto diluvi di necrologi, chiacchiere e banalità, ma nessun fatto concreto. Si moltiplicano i movimenti spontanei in difesa dell’orso, separati in casa, ma accomunati dalla cancellazione totale di ogni memoria storica. Si clonano interminabili e dispendiose ricerche scientifiche a tavolino, piovono comunicati, proposte, proteste, incontri, discussioni, veglie, promesse, taglie e interrogazioni… Ma con quali risultati concreti?
L’unica certezza è che un giorno l’eclissi del povero Orso marsicano rivelerà la vera storia di un catastrofico, più volte annunciato, disastro nazionale: che con un briciolo di coraggio e creatività si poteva evitare. E invece stiamo assistendo all’ennesimo fallimento della buro-tecno-baronicrazia: una piaga che ha infettato e domina un Paese marcescente e in declino, sempre eccellente nelle lamentazioni, ma ormai del tutto impotente di fronte a qualsiasi difficoltà.
Per capire meglio la situazione, sono sufficienti alcune semplici domande:
1 – Come mai la campagna alimentare per l’orso marsicano, che il Parco aveva svolto con crescente impegno e successo dal 1969 al 2001, è stata poi bruscamente interrotta?
2 – Perché il progetto del 1998, già finanziato e mirante a far accoppiare e riprodurre gli orsi in cattività, ricondizionando poi la prole alla vita selvatica, era stato di colpo abbandonato?
3 – Quali poteri occulti difendono legioni itineranti di vacche abusive, estranee alla tradizione pastorale abruzzese, e portatrici di disturbo, infezioni e malattie, nella loro invasione incontrastata delle riserve naturali dell’orso, del lupo e degli altri animali protetti?
4 – Chi sta continuando a spargere micidiali esche avvelenate nel Parco e nelle sue Aree Contigue, nascondendo qua e là anche cadaveri di capre intrisi di pesticidi, e non esitando a far uso di rumorosi cannoni al carburo nel cuore della natura protetta?
5 – Perché mai l’Ente Parco sostiene oggi che negli anni 2002 e 2003 erano stati uccisi soltanto 8 orsi, mentre nel maggio 2004 era stato costretto ad ammettere pubblicamente che se ne erano perduti ben 14 nel 2002 e 13 nel 2003, e quindi nel biennio ben 27?
6 – Quali incomprensibili ragioni hanno indotto il Parco ad abolire l’Operazione Arma Bianca, con cui ai pastori locali venivano affidati splendidi cani da pastore abruzzese come ausiliari nella difesa delle greggi dai predatori?
Potremmo continuare a lungo, ma sarà sufficiente aggiungere che finora, nel profluvio di proclami su trasparenza e buona amministrazione che caratterizzano in Italia certi inossidabili detentori del potere, a nessuna di queste domande è stata mai data la benché minima risposta. Eppure il salvataggio degli animali in pericolo sarebbe possibile, come in passato avevano dimostrato le storiche campagne in difesa del Lupo (Operazione San Francesco) e del Camoscio d’Abruzzo (Operazione Camoscio): per non parlare di molte altre, in Italia come in varie parti del mondo.
Il segreto? A chi non lo avesse già intuito, presto lo illustreremo in ogni dettaglio.