Quello che «Mission» non dice

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Nessun accenno a cause e responsabilità delle crisi umanitarie, sempre legate allo sfruttamento della Natura. Tutti ci invitano attraverso immagini compassionevoli a donare soldi ma nessuno ci invita a mangiare meglio, sostenibile, solidale o a sprecare meno, a ridurre lo spreco tecnologico di terre rare, ad eliminare la deforestazione per produrre legname e olio di palma, a passare alle fonti rinnovabili…

In questi giorni imperversa la polemica per la trasmissione «Mission» in onda su Rai Uno, che ha inviato vip e personaggi televisivi (apparentemente indifferenti alle problematiche: si veda nello spot, ad esempio, la Barale con pelliccia, Albano con cappello firmato, etc.) all’interno dei campi profughi del mondo. La prima puntata ha confermato le previsioni di molti, secondo cui il programma non è altro che una raccolta fondi mascherata da impegno sociale e morale. Ai due milioni, circa, di italiani che hanno guardato l’esordio dei commossi pseudo-cooperanti, non è stato fornito altro che un numero di telefono a cui inviare una donazione via Sms. Nessun accenno ai motivi, alle cause, allo sfruttamento umano e ambientale che c’è dietro ogni campo profughi.
Si sa, a Natale si è tutti più buoni e così Unicef ci ricorda i cenoni di Natale dei bambini affamati, ma non ci invita a mangiare meglio, sostenibile, solidale o a sprecare meno. Ci invita a donare soldi all’associazione e lei provvederà. Save the Children ci annuncia, puntualmente all’ora di pranzo, che una bambina dal volto malato, piena di mosche e disidratata attende con ansia la nostra donazione per essere salvata. Non la salverà la riduzione dello spreco tecnologico di terre rare, l’eliminazione della deforestazione per produrre legname e olio di palma, il passaggio alle fonti rinnovabili evitando di spargere petrolio ovunque. No, la salverà una donazione alla medesima associazione. Dei cambiamenti dello stile di vita di ognuno, che avrebbe ripercussioni positive serie su questi popoli e sull’ambiente, nessuna Ong ha interesse a parlare. Se cambia lo stile di vita occidentale, loro non avranno più lavoro.
A tal proposito, poiché sono parole che si commentano da sole, mi piacerebbe riportare due stralci tratti da «Il paradosso della civiltà» (Adda Editore, 2013) a proposito di buonismo natalizio e industria della solidarietà, nella speranza che in questo periodo di cuori umanitari qualcuno scelga di fare davvero la differenza, senza farsi raggirare dalle centinaia di associazioni che sfruttano l’immagine di persone disagiate per imbarcare milionari profitti:

«Ed è proprio questo l’ennesimo paradosso moderno. Decine di associazioni, con dipendenti strapagati che bene o male si godono la vita in posti meravigliosi, occupandosi di sviluppare progetti di cui i beneficiari non vorrebbero neanche sentirne parlare. Non che i molti ospedali costruiti dai medici europei siano inutili o che i pozzi scavati con tecnologie occidentali non servano. Molti, o meglio la maggior parte, però, sono progetti inventati per far soldi, impietosire l’opinione pubblica sulla sorte dei poveri africani, che non hanno cibo e muoiono di fame, che hanno le malattie e non i soldi per curarle. Campagne che fanno confluire una barca di soldi donati nelle tasche degli operatori locali e dei dirigenti seduti dietro una scrivania negli uffici condizionati, che spesso, senza consultare neanche i diretti beneficiari delle loro azioni, impongono dall’alto standard di vita occidentali, come se fosse quello l’unico modo di vivere. Come se contasse solo diventar civili.
Sembra un’ovvia necessità poter vivere agiatamente nel luogo dove si lavora. Nessuno potrebbe negarlo. Ciò che, invece, è discutibile è l’utilità delle azioni compiute e quanto realmente, dei soldi raccolti dalle donazioni spontanee, finisca alla realizzazione concreta del progetto. Molti soldi, in realtà, servono per alimentare la macchina degli aiuti umanitari, fatta di stipendi a dirigenti, operatori, pubblicità, materiale promozionale, etc. Di quel minimo che rimane, buona parte viene dispersa in interventi approssimativi e inutili, come la distribuzione di cibo per i primi due mesi e poi più nulla (pratica che aumenta la dipendenza dagli aiuti delle popolazioni) o la costruzione di scuole nelle quali non ci sono né libri né insegnanti, di strade dove non ci sono auto, di chiese dove si predica la parola del dio degli europei e s’indottrina, con nuove e rinnovate missioni, a seguire stili di vita peggiori di prima. Di questi aiuti la gente locale potrebbe tranquillamente farne a meno. Basterebbe loro un po’ di educazione sessuale, ambientale e igienica, un ospedale magari gestito principalmente da personale locale ed una scuola per i bambini. L’immagine della gente che muore di fame, che induce a pensare che sia necessario donare soldi per l’acquisto di cibo, arriva con furbesco raggiro nelle case degli italiani, dei francesi o degli inglesi per cavar denaro a famiglie, che per tutto l’anno si son disinteressate persino alle sorti del proprio vicino di casa. Per permettere a coloro che, dopo aver montato in casa porte, finestre e parquet in puro mogano tropicale, bevuto caffè proveniente dalle aree più povere del pianeta tre o quattro volte al giorno, mangiato ananas e banane raccolte da bambini sfruttati e piantate laddove un tempo cresceva la rigogliosa foresta, acquistato diamanti che hanno una lunga scia di sangue alle spalle, solo per il lusso delle signore e vestito capi firmati, ma prodotti in Oriente, dove la gente e l’ambiente possono essere maltrattati, si preoccupa dei più poveri sotto il plagio delle pietose immagini passate in TV, e a Natale dona qualche euro per i bisognosi.
«”La carità degli ipocriti”, la si potrebbe ribattezzare.
«Quella gente non sa, o forse non vuole sapere, che di quei soldi donati, la maggior percentuale finisce per pagare gli stipendi dei dipendenti delle associazioni o delle agenzie umanitarie e che la milionesima parte serve ad alimentare circoli viziosi di dipendenza e assistenzialismo, danneggiando ancor più la gente che si vuol aiutare. Non sa, l’europeo o l’americano, nella sua torre d’avorio, che se giorno per giorno s’impegnasse a ridurre i suoi assurdi consumi e fosse più attento alla qualità e alla provenienza dei beni che acquista, migliorerebbe realmente la vita di chi “sta messo peggio di lui” e non ci sarebbe più alcun bisogno delle associazioni umanitarie. Non si batte perché il suo governo la smetta di esportare armi e importare petrolio, oro e diamanti dalle terre del Sud, creando quella miseria, che poi una schiera di sciacalli “umanitari” va ad alleviare. Non si impegna a evitare il “Made in… qualunque Paese già sfruttato”, evitando di acquistare prodotti solo perché sono a basso costo e convengono.
«Poi tanto a Natale si è tutti più buoni e a quel papà dall’altra parte del mondo a cui hanno tagliato una mano perché non era abbastanza veloce a raccogliere le banane o a quel bambino intossicato dai fumi dei pesticidi della piantagione di caffè, dono dieci euro così almeno gli costruiscono l’ospedale per curarlo. Che ipocrisia… All’orango rimasto senza foresta, perché al suo posto hanno piantato ettari di palme per produrre l’olio che finisce nelle merendine di tutti i supermercati o ai gorilla sterminati dal bracconaggio, portato dalle compagnie del legname che mi hanno venduto uno splendido parquet e una bara in legno rosso per il futuro trapasso, dono altri dieci euro, magari a Pasqua tanto per essere ancora buoni come a Natale, cosicché possano portare quei poveri animali in una bella riserva a mille chilometri dal proprio habitat e vivere felici in cento metri quadri con recinzioni elettrizzate, ma per il loro bene. O farci dei bei tour per ricchi turisti che vogliono guardare gli animali selvatici».

È proprio questo che «Mission» (titolo mai così infelice, poiché richiama alla mente le migliaia di missioni cristiane per la forzata conversione religiosa in cambio dello sfruttamento delle risorse naturali di terre lontane) propone ai telespettatori, ma si sa:

«La donazione fa star bene i genitori di Tommaso, che in qualche modo sentono di aver fatto la propria parte per alimentare l’industria della solidarietà. Non li sfiora minimamente il pensiero che se avessero usato quei soldi per comprare prodotti, lievemente più costosi, ma certamente più genuini e “puliti”, se avessero preferito l’agricoltura biologica, evitato di acquistare banane, ananas, Coca Cola, scarpe Adidas, Nike e di tutte le altre marche che la fame la creano con il loro sfruttamento dell’ambiente e dei lavoratori, cercato di privilegiare i prodotti italiani e non quelli, a basso costo, fabbricati con materie prime inquinanti in Oriente dove a lavorare sono operai di dieci anni per dodici ore al giorno, mangiato un po’ meno carne, scelto i prodotti senza oli tropicali che stanno devastando l’Indonesia o evitato il diamante all’anniversario, che è per sempre, ma per sempre è anche il traffico illegale di vite… forse, avrebbero contribuito molto più al benessere dei bambini, dei loro genitori e del territorio in cui vivono, di quell’uno, forse meno, percento che giungerà a destinazione dalla loro donazione salva coscienza all’associazione mangiasoldi.
«Associazioni che spesso fanno leva sull’ingenuità e sulla voglia natalizia di salvare l’anima della gente.
«Ma sembra troppo difficile per il loro mondo di corse e frenesie, di continuo girare nella ruota del criceto, poter giorno dopo giorno compiere quelle piccole azioni che davvero fanno la differenza e rappresentano la reale solidarietà. Sembra troppo complicato impegnarsi nel quotidiano. In fondo, una bella donazione a Natale rinfranca la coscienza di un anno di disattenzioni. D’altra parte è proprio la religione, che ha istituito e sancito la nascita in Terra del suo dio, ad aver rassicurato tutti che nonostante una vita peccaminosa, se anche solo qualche secondo prima dell’ultimo respiro ci si pente di tutto, un po’ come la solidarietà prestabilita alla fine di un anno di solidale indifferenza, si è ancora legittimati ad entrare nel Regno dei Cieli. Ed allora anche la solidarietà last-minute ha preso il sopravvento sulle coscienze del Primo Mondo, affinché quel Terzo, Quarto o Quinto, che per tutto il resto dell’anno si è sovrasfruttato per garantire il proprio benessere, la propria ricchezza e alimentare la propria società ipertecnologica, possano essere ricompensati di una parte, minima, di quel disagio. Un modo in somma per dire: “scusateci, non l’abbiamo fatto a posta a distruggere le vostre vite. Va beh è Natale, eccovi una caramella…”.
«Inquino il fiume dal quale bevi per ricavarne l’oro degli anelli nuziali, ammazzo i pesci del tuo lago per estrarre petrolio, sfrutto i bambini per cucire le mie belle scarpe, cospargo le donne di pesticidi per coltivare le mie amate banane, invio le bombe per disporre del tuo gas e i finti medici in camice bianco per convincerti a comprare il mio latte, affamando i tuoi figli e rendendoli dipendenti dagli aiuti alimentari che ti manderò.
«Però, a Natale… ti chiedo scusa e ti regalo, grazie al prezioso intervento umanitario, un’oleosa e sudicia, come la coscienza che mi appartiene, pappina da spremere in quella piccola bocca prosciugata dalla fame e ricoperta di mosche, che tutti i giorni durante il mese di dicembre mi sbattono in faccia all’ora di pranzo così che mi vada di traverso il pasto e firmi quel maledetto bollettino postale da cinquanta euro. Buon Natale».

Consigli per le letture prima di Natale

– L’ industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra, Linda Polman, Mondadori, 2009
– L’industria della carità. Da storie e testimonianze inedite il volto nascosto della beneficenza, Valentina Furlanetto, Chiarelettere, 2013
– Il paradosso della civiltà, Roberto Cazzolla Gatti, Adda Editore, 2013