Siti inquinati e bonifiche lumaca

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È necessario risanare l’ambiente, tutelare la salute, riconvertire l’industria alla green economy. Nel 1998 furono identificati i primi 15 Siti di interesse nazionale (Sin) da bonificare, poi divenuti 57 e nel 2013 ridotti a 39 perché 18 sono stati derubricati a Siti di interesse regionale (Sir). 100.000 ettari di superfici contaminate in 39 siti di interesse nazionale e 6.000 aree di interesse regionale (Sir) in attesa di bonifica

Legambiente ha presentato il dossier sulle bonifiche in Italia «Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?». Preoccupante il risultato: il risanamento ambientale appare fermo a 15 anni fa, quando nel 1998 furono identificati i primi 15 Siti di interesse nazionale (Sin) da bonificare, poi divenuti 57 e nel 2013 ridotti a 39 perché 18 sono stati derubricati a Siti di interesse regionale (Sir).
100.000 ettari di superfici contaminate in 39 siti di interesse nazionale e 6.000 aree di interesse regionale (Sir) in attesa di bonifica.

Inquinamento e salute

Legambiente torna a denunciare, dopo circa 9 anni dal precedente dossier del 2002 «La chimera delle bonifiche», una situazione di stallo nel risanamento del territorio italiano nonostante i drammatici effetti sulla salute.
La forte concentrazione di inquinanti nell’ambiente ed i ritardi degli interventi di risanamento causano anche evidenti danni alla salute. Il progetto Sentieri (acronimo di Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), coordinato dall’Istituto superiore di sanità a cui ha partecipato anche Arpat si è concluso nel 2011 ed è in corso di aggiornamento. Lo studio ha definito il profilo sanitario delle popolazioni residenti in 44 Sin rilevando:
– eccesso di tumori della pleura nei Sin con l’amianto (Balangero, Casale Monferrato, Broni, Bari-Fibronit e Biancavilla) o dove l’amianto è uno degli inquinanti presenti (Pitelli, Massa Carrara, Priolo e Litorale Vesuviano);
– incrementi di mortalità per tumore o per malattie legate all’apparato respiratorio per le emissioni in atmosfera degli impianti petroliferi, petrolchimici, siderurgici e metallurgici (Gela, Porto Torres, Taranto e nel Sulcis in Sardegna);
– eccessi di mortalità per malformazioni congenite (Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres) e patologie del sistema urinario per l’esposizione a metalli pesanti e composti alogenati (Piombino, Massa Carrara, Orbetello, nel basso bacino del fiume Chienti e nel Sulcis);
– eccessi di malattie neurologiche da esposizione a metalli pesanti, come piombo e mercurio, e solventi organo alogenati (Trento nord, Grado e Marano e nel basso bacino del fiume Chienti), ma anche dei linfomi non Hodgkin da contaminazione da Policlorobifenili (Pcb) (Brescia).

Va comunque osservato che nella stragrande maggioranza dei casi presi in esame, gli eccessi di patologia (o morti) e la estesa contaminazione ambientale sono l’effetto della stessa causa: cioè le attività industriali (legittime o abusive, corrette o scorrette) che si sono svolte per decenni in quelle aree, rappresentando quindi l’impatto valutato dal punto di vista ambientale e da quello sanitario.
Il dossier di Legambiente contiene anche uno studio focalizzato sulle due aree industriali siciliane di Gela e Priolo dal quale emerge che, con la riduzione dell’inquinamento prodotto e le bonifiche, si potrebbero in media evitare ogni anno 47 morti premature, 281 ricoveri ospedalieri per tumori e 2.702 ricoveri per altre cause. Bonificando, oltre ai benefici sulla salute (osservabili dopo 20 anni dal risanamento) si avrebbe un beneficio economico potenziale pari a 3,6 miliardi di euro per Priolo e 6,7 miliardi di euro per Gela.

Lumache le bonifiche ma grande il giro d’affari

Le bonifiche in Italia non sono arrivate a compimento fermandosi, spesso, alle attività di caratterizzazione o messa in sicurezza dei siti. Secondo Legambiente il ritardo del pubblico è in particolare dovuto al ruolo inadeguato del ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (Mattm) su un processo così complesso ed articolato.
Un business da 30 miliardi di euro è la cifra stimata per il risanamento ambientale in Italia corrispondente al costo di una grande opera.
Quasi impercettibili i risultati concreti derivanti dai 3,6 miliardi euro investiti dal 2001 al 2012, tra soldi pubblici (1,9 miliardi di euro, pari al 52,5% del totale) e progetti approvati di iniziativa privata (1,7 miliardi di euro, pari al 47,5% del totale).
Rilevante è il problema del reperimento delle risorse finanziarie ancora necessarie per le bonifiche delle aree pubbliche e per recuperarle, il principale strumento a disposizione dello Stato nonostante i limiti della normativa italiana, sembra essere il risarcimento del danno ambientale.

Sin di Piombino

In sintesi le principali criticità del Sin di Piombino indicate nel rapporto di Legambiente:
– la bonifica è lontana e sono solo 6 i progetti di bonifica approvati dal Ministero (Mattm);
sembra sfocata la visione di un progetto di riqualificazione e riassetto del territorio per la realizzazione di infrastrutture portuali, viarie e ferroviarie che rilancino l’economia e la produttività del luogo;
– ampie perplessità sugli accordi di programma sottoscritti nel tempo e sul fatto che probabilmente neppure la cabina di regia del Ministero abbia un quadro d’insieme chiaro e preciso;
– permangono dubbi sul progetto di messa in sicurezza della falda che appare faraonico;
– non si riesce a realizzare la nuova discarica comprensoriale in quanto ricompresa nell’area del Sin e per l’onerosità della sua messa in sicurezza l’Azienda di servizi per l’igiene urbana di Piombino (Asiu) sta pensando a una soluzione fuori dall’area Sin.

Legambiente chiede un cambio di passo

Per sbloccare la situazione ingessata del risanamento ambientale in Italia ed avviarne concretamente i processi, Legambiente propone 10 azioni:
1. Garantire maggiore trasparenza sul Programma nazionale di bonifica, permettendo a tutti di accedere alle informazioni sull’aggiornamento del risanamento di ciascun sito di interesse nazionale da bonificare e più in generale di tutto il programma nazionale di bonifica curato del ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare (Mattm) su cui attivare un sito internet dedicato.
2. Stabilizzare la normativa italiana e approvare una direttiva europea sul suolo a seguito definizione della strategia europea su questo tema (difesa del suolo da fenomeni di erosione, diminuzione di sostanza organica e rischio idrogeologico, ecc.).
3. Rendere più conveniente l’applicazione delle tecnologie di bonifica in situ, passando dalla stagione delle caratterizzazioni a quella dell’approvazione dei progetti di bonifica e delle esecuzioni dei lavori, per realizzare veri risanamenti e non le solite messe in sicurezza o i soliti tombamenti. Le bonifiche ex situ realizzate portando i rifiuti lontano dal sito inquinato rischiano di alimentare ulteriormente i già imponenti traffici illeciti che coinvolgono tutto il Paese.
4. Istituire un fondo nazionale per le bonifiche dei siti «orfani»: uno strumento attivo negli Stati Uniti dal 1980 (quando fu approvata la legge federale sul Superfund) e previsto anche nella proposta di direttiva europea sul suolo presentata nel 2006. Da creare con il contributo economico dei produttori di rifiuti speciali e pericolosi.
5. Sostenere l’epidemiologia ambientale per praticare una reale prevenzione, assicurando risorse economiche a consolidare studi già realizzati come Sentieri.
6. Fermare i commissariamenti che, come sulle altre emergenze ambientali tipo quelle relative alla gestione dei rifiuti, si sono dimostrati un fallimento.
7. Potenziare il sistema dei controlli ambientali pubblici rafforzando la rete nazionale di controllo e monitoraggio.
8. Introdurre i delitti ambientale nel codice penale, come previsto anche dalla direttiva europea, per contrastare il traffico o smaltimento illegale dei rifiuti speciali prodotti anche nel settore delle bonifiche.
9. Applicare il principio chi inquina paga anche all’interno del mondo industriale, promuovendo all’interno delle associazioni di categoria iniziative tese a escludere i soci che ricorrono a pratiche illecite nello smaltimento dei rifiuti.
10. Ridimensionare il ruolo della Sogesid (società pubblica attiva sulla gran parte dei Sin e al centro di recenti indagini giudiziarie), affinché il Ministero e gli altri enti di supporto riprendano appieno le loro competenze ed affidino eventualmente specifiche attività a soggetti individuati sulla base di gare pubbliche o comunque di valutazioni comparative.

– Il testo del dossier di Legambiente