La gioia di esser genitori e l’abuso del concetto di naturalità

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madre maternita

Il senso vero dell’esser immersi in un mondo naturale è dare aiuto a chi sta male, è soccorrere chi chiede una mano, è riportare sorrisi dove altrimenti ci sarebbe sofferenza, è consentire di avere un figlio a chi vive una condizione sfortunata di impossibilità o di difficoltà

La decisione della Corte Costituzionale di eliminare il divieto di impianto di gameti eterologhi ha aperto le porte ad una diversa gestione, nel nostro Paese, della problematica della fecondazione artificiale, riportando i termini della questione ad una sostanziale parità rispetto a quanto avviene nella stragrande maggioranza dei Paesi del mondo e di quelli europei in particolare.
Com’è noto la Legge 40 del 19 febbraio del 2004, regolando le disposizioni relative alla procreazione assistita, insieme ad una numerosa serie di altre prescrizioni impediva la possibilità di utilizzo di gameti estranei alla coppia nel caso in cui uno dei due coniugi fosse impossibilitato ad utilizzarne di propri. La legge è stata in questi anni sottoposta a numerose modifiche a colpi di sentenze che, sulla spinta delle richieste di moltissime coppie e numerosi esperti di diritto, ne hanno man mano stravolto l’ordinamento originario andando nella direzione richiesta da chi rilevava, in essa, la presenza di una visione oscurantista e fortemente supina alle richieste del Vaticano e del mondo cattolico più chiuso e conservatore.
In questi anni avevamo assistito man mano allo smantellamento del divieto di produrre più di tre embrioni e dell’obbligo di impiantarli tutti e tre ed era altresì stato ridimensionato il divieto di crioconservazione degli stessi: le donne che si sono dovute sottoporre a fecondazione assistita e le coppie desiderose di avere un figlio in tal modo hanno purtroppo in questi anni imparato a proprie spese cosa significassero le disposizioni cancellate, al punto che l’ipotesi di spostarsi fuori nazione per avviare la pratica di fecondazione assistita si è pian piano trasformata in una inderogabile necessità, pena, di fatto, l’impossibilità stessa a raggiungere lo scopo di essere genitori. Si pensi solo al fatto che ben il 63% delle fecondazioni eterologhe che si svolgono ad esempio in Spagna avviene su coppie italiane costrette a lasciare il nostro Paese per il riconoscimento di quello che altrove è stato, in questi dieci anni, un diritto acquisito (ma con la spesa media di circa ottomila euro a tentativo anche per via delle ovvie problematiche logistiche oltre che a quelle relative alla indispensabilità di rivolgersi a centri necessariamente privati).
Questi dieci anni di Legge 40 hanno significato difficoltà enormi per le coppie, sofferenze silenziose da parte delle donne, costi psicologici, umani ed economici per cittadini desiderosi solo di diventare padri e madri ed hanno collocato l’Italia in una condizione periferica rispetto alla parte più avanzata del mondo civile contribuendo inoltre non poco allo smantellamento progressivo dei laboratori e dei centri di eccellenza che, nel nostro Paese, si dedicavano in modo encomiabile alla soluzione del difficile problema della maternità e della paternità assistita.
La sentenza della Corte Costituzionale ha riaperto le porte della speranza e della gioia a quelle coppie che non possono avere un figlio perché uno dei due non è nelle condizioni di produrre il gamete da impiantare e che quindi desiderano e scelgono di ricorrere ad un donatore esterno alla coppia il quale si fa carico di un vero e proprio regalo a due persone che altrimenti perderebbero per sempre la possibilità di avere un figlio.
Un ritorno al sorriso che viene visto con favore da quanti hanno denunciato l’anacronismo di leggi concepite sull’onda di un moralismo immotivato ma che in questi giorni successivi alla sentenza viene ancora una volta criticato da quanti fanno appello ad una presunta innaturalità della metodologia nascondendo sotto il termine di «natura» la propria visione ristretta e retrograda del problema.
Chiedere ad un donatore esterno alla coppia di donare il proprio seme o il proprio ovulo per una coppia sterile sarebbe «contro natura», come, chiediamo noi, potrebbe quindi esserlo il divenire genitori adottivi di un bimbo privo di genitori o come dovrebbe esserlo il rinunciare a lottare contro una malattia o l’accettare supinamente l’evoluzione di una patologia per la quale invece ci potrebbero essere terapie e rimedi.
Secondo chi afferma queste posizioni la natura sarebbe una sorta di matrigna insensibile ed a volte capricciosa, contro le cui decisioni nulla si deve o si dovrebbe fare per non incorrere in chissà quale stravolgimento del cosiddetto ordine naturale delle cose. Non dovremmo curare bambini piccoli ammalati o anziani bisognosi di assistenza, non dovremmo utilizzare antibiotici per non disturbare gli eventi decisi chissà da chi e dove, non dovremmo facilitare il parto di donne che senza aiuto morirebbero (come accade purtroppo in tanta parte del mondo).
Dovremmo attendere. E sperare. E basta.
Non è così. E non è questo il senso di quello che noi intendiamo per natura e per naturalità. Perché il senso vero dell’esser immersi in un mondo naturale è dare aiuto a chi sta male, è soccorrere chi chiede una mano, è riportare sorrisi dove altrimenti ci sarebbe sofferenza, è consentire di avere un figlio a chi vive una condizione sfortunata di impossibilità o di difficoltà.
Proviamo a ragionare con pacatezza. Non sfruttiamo insomma ed ancora una volta la natura per scopi diversi da quelli che hanno un senso vero per il bene di tutti.

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