E in farmacia compreremo i corni…

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È quello che sembrerebbe emergere dalla modalità e dal senso complessivo con cui è stato comunicato al grande pubblico il risultato della ricerca effettuata dal genetista Bert Vogelstein e dal matematico Cristian Tomasetti della Johns Hopkins School of Medicine del Maryland. Ma il cancro o un’altra malattia non sono questione di sfiga…

Non dobbiamo chiederci perché i cittadini diventano sempre più creduloni, perché la disinformazione dilaga, perché sui social si passano per vere delle autentiche bufale se l’Informazione, quella dei giornali blasonati, riccamente finanziati da pubblicità e Stato preferiscono fare cassetta alimentando la credulità e la disinformazione, preferiscono sparare i titoli e pagare giornalisti che starnazzano come oche pur di attirare l’attenzione come terroristi ignorati che sperano di essere notati con botti sempre più fragorosi. La verità non si cambia, si aumentano solo i danni. E purtroppo poi le conseguenze sono per tutti, soprattutto per gli innocenti.
Per questo pubblichiamo volentieri l’articolo di Carlo Casamassima che commenta una notizia pubblicata con fin troppa furba disinvoltura.

 

Ci toccherà quindi, forse, far scrivere sul pacchetto delle sigarette una cosa del tipo «Non fumare se sei sfortunato», oppure indirizzare le Asl ad indicare limiti massimi di presenza di cancerogeni negli alimenti «ma solo se un po’ te la sei cercata», o infine individuare per le industrie nocive livelli di emissioni in atmosfera «compatibili con la sfiga di coloro che ci abitano attorno»?
O, ancora, dovremo considerare, nella valutazione delle dinamiche che hanno potuto determinare un incidente sul lavoro non tanto il rispetto delle prescrizioni sulla sicurezza ma piuttosto se colui che è stato coinvolto nell’infortunio era uno che, tutto sommato, giocava al lotto ma non ci pigliava mai?
Fa ridere, capisco. È un po’ un giocare con l’assurdo ed il paradosso, certo. Ma è quello che sembrerebbe emergere dalla modalità e dal senso complessivo con cui è stato comunicato al grande pubblico il risultato (peraltro ancora ampiamente parziale nelle sue implicazioni) della ricerca effettuata dal genetista Bert Vogelstein e dal matematico Cristian Tomasetti della Johns Hopkins School of Medicine del Maryland ed appena pubblicata su «Science»: «lo stile di vita non c’entra (quasi) nulla con i tumori: la causa risiede nel caso e nella sfortuna».
È stato questo lo strillone dilagante sui giornali e nei siti dei più importanti organi di informazione che è sembrato asfaltare decenni di convincimenti (più che mai consolidati da migliaia di ricerche) che vanno in un’altra direzione e cioè quella secondo cui stile di vita, alimentazione, qualità dell’aria, abitudine al tabagismo ed al consumo di alcool (oltre che naturalmente caratteristiche genetiche) determinano in buona parte le condizioni che porteranno o no alla comparsa di neoplasie benigne o maligne.
Cosa succede, si è capovolto il mondo? Non ha colpa più né il fumo né l’amianto per il tumore al polmone né i pesticidi o l’arsenico o l’amianto per tutto il resto? Sono due matti che mandano all’aria il tavolo delle certezze scientifiche su cui si è basata la medicina preventiva degli ultimi decenni e la legislazione di tutte le nazioni del mondo oppure c’è qualcosa che non torna? Chi si sbaglia e chi racconta frottole?
In realtà in questo come in molti altri casi in qualche modo analoghi scontiamo due limiti con i quali bisognerebbe cominciare a fare seriamente i conti: la ormai pestifera voglia di sintetizzare all’estremo il senso delle notizie scientifiche e la incapacità di leggere «dentro» gli studi, specie in quelli che si occupano di tematiche così complesse come quelle relative al cancro che è «per definizione» un fenomeno complesso e polifattoriale.
Proviamo a mettere ordine. Innanzitutto lo studio di «Science». La conclusione di Vogelstein e Tomasetti (a nostro modesto parere un po’ troppo alla ricerca della logica sensazionalistica che poi induce al titolo sparato) è che nella stragrande maggioranza dei tipi di tumori sottoposti ad osservazione (31 in totale) solo una parte (9) ha evidenziato una correlazione con le abitudini di vita del portatore o con i fattori ambientali. La restante parte sarebbe in relazione a casuali processi di modificazione cellulare in senso canceroso nel corso delle ripetute moltiplicazioni cellulari. Il cancro, pertanto, riconoscerebbe fra le proprie cause principali innanzitutto la moltiplicazione cellulare (più le cellule si dividono più corrono il rischio di andare incontro ad errori che indirizzino la neo cellula verso una progressione anomala e quindi anche tumorale).
Nell’ambito della generazione di cellule anomale e/o tumorali sarebbe il caso (e quindi «la cattiva sorte») e non il patrimonio genetico di partenza a costituire il maggiore fattore di rischio. I fattori legati ai cancerogeni ambientali e/o alle cattive abitudini sarebbero in gioco solo in un terzo dei casi di tutti i tumori e quindi sarebbero meno «pesanti» della sfortuna. Infine: se le cose stessero così (sembrerebbero suggerire gli autori) bisognerebbe impegnare più risorse nella diagnosi precoce e nell’analisi delle modificazioni genetiche appena insorte piuttosto che nella prevenzione e nel cambiamento degli stili di vita. In realtà quest’ultimo punto è posto in maniera leggermente diversa dai due articolisti (limitandosi loro a proporre più attenzione e quindi più risorse alla diagnosi precoce di quanto non si faccia attualmente) mentre è stato enfatizzato molto pesantemente sui mezzi di comunicazione con una congiunzione logica molto scorretta.
Ma veniamo ai punti emersi dal lavoro di Tomasetti e Vogelstein. Il primo: solo in 9 tipi di tumore su 31 ci sono correlazioni individuabili fra abitudini personali e fattori ambientali da una parte ed insorgenza di cancro dall’altra. E cosa significa questo? Che non ci sono correlazioni? Che non potrebbero essercene al di fuori della nostra capacità di analisi? Non potrebbe, banalmente, significare che non siamo ancora capaci di individuare quei meccanismi che collegano l’esterno dell’organismo con la sua dinamica biologica e cellulare sino a determinare alterazioni cancerose? Quanto tempo abbiamo fatto passare prima di correlare amianto e tumore polmonare? Quanto fra consumo di sigarette e neoplasie? Quanto fra l’uso di pesticidi ed insetticidi e la catena alimentare?
Non riuscire (ancora) a trovare correlazioni non significa che sia corretto affermare la mancanza di correlazione, specie in una dinamica come quella della cancerogenesi che, come dicevamo, è multifattoriale per definizione. Maggiore attenzione, specie da parte di chi ha il compito di informare e divulgare non sarebbe assolutamente sbagliata ed anzi assolutamente auspicabile.
Il secondo punto: il tumore riconosce come primum movens innanzitutto la replicazione cellulare e quindi i rischi che continue replicazioni diano luogo a cellule alterate e quindi (anche) tumorali. Nulla di nuovo. Lo sapevamo e lo sappiamo. Non a caso la stragrande maggioranza delle neoplasie insorge quando si invecchia, le moltiplicazioni cellulari si accumulano e, di conseguenza, possono accumularsi errori nella formazione delle cellule neoformate. Non a caso, inoltre, verifichiamo un aumento di neoplasie con l’aumento della vita media delle persone e, in una società che consente un maggiore invecchiamento, si ha un maggior numero di cancri. Lo sappiamo e proprio per questo i programmi di screening e di diagnosi precoce si fanno più stringenti all’affacciarsi della terza età (come per le strategie di individuazione dei tumori del colon retto).
Infine, il terzo punto: il caso, la sorte o la sfortuna. Conta più del resto? Annulla tutto il resto? Proviamo a fare un parallelismo che renda più comprensibile la cosa. Andare in auto a 80 all’ora espone a meno rischi che andarci a 200. Ciò non significa che a 80 km orari non possano intervenire incidenti o che tutti coloro che corrono a 200 siano coinvolti in disgrazie. Diciamo semplicemente che andare a 200 all’ora aumenta probabilisticamente la possibilità di incidenti. Esattamente come succede guidando in stato di ebbrezza (ma ciò non significa che tutti coloro che sono in stato di ebbrezza facciano incidenti o che tutti gli incidenti provengano da condizioni di guida in ebbrezza).
Lo stesso vale per il fumo (non tutti i fumatori fanno cancro né tutti i cancri vengono su una base di abitudine tabagica). E quindi? Quindi dobbiamo capire che la questione, in un contesto di multifattorialità come quello del cancro, deve necessariamente tenere conto delle differenze biologiche individuali e delle peculiarità di ciascuno (quindi anche del caso o della sfortuna, sui quali ovviamente non è possibile agire) e provare a definire strategie che possano intervenire sull’unico terreno che è soggetto a cambiamento cioè quelle condizioni individuali ed ambientali rimovibili che, aggiunte a quegli elementi di imponderabilità o casualità che rimangono tali solo sino a che non vengono meglio definiti dalla ricerca finiscono per far scoccare la scintilla del cancro o di altre malattie.
Se fra due fumatori uno si ammala e l’altro no non è perché uno è più sfortunato dell’altro ma perché il fumo crea condizioni di rischio che, in uno dei due, non procede verso il tumore. E, del resto, presi mille fumatori e confrontati con mille non fumatori, è del tutto evidente che il tumore al polmone interessa in modo statisticamente chiaro la popolazione dei fumatori rispetto a quella dei non fumatori.
Il tumore ha cause genetiche, moltiplicative cellulari, legate allo stile di vita, all’alimentazione, alla qualità dell’aria ed al contatto cronico con agenti oncogeni: questo è chiaro e tutte le ricerche portano in questa direzione. Che poi alcuni di quelli che sono esposti (o si espongono) ai cancerogeni non si ammalino non significa che gli altri siano sfortunati bensì che questi sono in qualche modo protetti, nella loro vita biologica, da fattori che in parte conosciamo ed in parte no. Non è la sfortuna a far nascere il cancro. Semmai è il nostro assetto biologico a trovare le risorse per reagire nel momento in cui il nostro organismo pur imbattendosi in elementi scientificamente correlati all’insorgenza del cancro riesce a non cedere alla malattia. Ciò non significa, appunto, che il cancro sia questione di sfortuna. O, meglio, non lo è in misura diversa rispetto a tutto quanto possa succederci nella nostra esistenza.
Ma il nostro approccio non può partire dal gioco delle probabilità (sulle quali nulla si può) bensì dallo studio e dalla rimozione dei fattori di rischio (sui quali tanto, tantissimo, si può e si deve).
La ricerca di Vogelstein e Tomasetti non può servire a ridurre il nostro senso di responsabilità verso di noi e verso la nostra salute riducendo i livelli di attenzione per comportamenti errati o per pratiche inquinanti e nocive. Può e deve solo ribadire l’idea che, nella complessità biologica di organismi articolati ai quali appartiene l’uomo, è necessario eliminare tutto ciò che può indurre la formazione di cancro in una consistente parte della popolazione esposta. Che poi non tutti gli esposti formino malattia non significa e non deve significare fare i conti con la fortuna o con la sfortuna. Quelle lasciamole ai praticanti di tarocchi ed ai cialtroni da fondi di caffè.