Il Parco dello Stelvio diventi internazionale…

160
La cascata Saent nel Parco dello Stelvio

Solo così si può superare l’attuale impasse che rischia di distruggere, smembrandolo, un bene ambientale di grande bellezza ed importanza. È la proposta di Franco Tassi. La lunga storia dello Stelvio. Paolo Maddalena: «La Provincia Trentino Alto Adige non ha alcun titolo per chiedere questo smembramento. Essa è tenuta a rispettare le norme della legge quadro n. 394 del 1991 (vedi art. 1, commi 1 e 2), secondo le quali le aree protette, da qualunque Ente gestite, sono “patrimonio naturale del Paese”»

Si potrebbe, parafrasando un noto detto, che l’«assenza della politica genera mostri», dove per politica s’intende la gestione della cosa pubblica. È quanto sta accadendo per il tentativo di dividere in tre il parco nazionale dello Stelvio, che già ha avuto una storia tribolata.

Come è possibile solo pensare di dividere un territorio dalle caratteristiche geomorfologiche unitarie dell’intera zona?
«Intanto è del tutto inammissibile parlare – sostiene Paolo Maddalena, vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e coautore della Legge Galasso – all’opposto, di uno smembramento dello Stelvio, Parco Nazionale, costituito da un territorio dalle caratteristiche omogenee. La Provincia Trentino Alto Adige non ha alcun titolo per chiedere questo smembramento. Essa è tenuta a rispettare le norme della legge quadro n. 394 del 1991 (vedi art. 1, commi 1 e 2), secondo le quali le aree protette, da qualunque Ente gestite, sono “patrimonio naturale del Paese”, cioè del popolo italiano, più precisamente sono oggetto di una “proprietà” (o “superproprietà”, se si tratta di beni ceduti in proprietà privata) collettiva degli Italiani”, e non degli abitanti di una sola Provincia. Comunque, è da tener presente che le aree protette, e in specie i Parchi nazionali, “sono costituiti” da “formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche e biologiche, o gruppi di esse, che hanno rilevante valore naturalistico e ambientale” e che, pertanto, non possono essere spezzettate, sia pure ai soli fini della gestione. Le Province, invece, ai sensi dell’art. 1, comma 5, della stessa legge quadro debbono attuare forme di cooperazione e di intesa con lo Stato ai fini della migliore gestione di queste aree.
«E si ricordi – sottolinea Paolo Maddalena – che la legge quadro definisce i Parchi nazionali come aree “di rilievo nazionale o internazionale” (art. 2, comma 1), per cui è radicalmente esclusa la possibilità di affidare alle Province Autonome la gestione di queste aree. La divisione del Parco nazionale dello Stelvio è impossibile anche alla luce dell’art. 15 della legge quadro, il quale concede all’Ente Parco un diritto di prelazione sui beni messi in vendita da proprietari privati, per acquisire una piena proprietà collettiva sugli stessi. Un principio completamento opposto a quello che vorrebbe perseguire la Provincia Trentino Alto Adige. Infine è da notare che spetta alle Province di istituire Parchi provinciali (in analogia ai Parchi regionali di cui alla legge quadro), su altri territori e non su quelli già oggetto di tutela da parte dello Stato nell’interesse di tutto il popolo italiano. E non è superfluo richiamare a questo proposito l’art. 5 della Costituzione, secondo il quale la Repubblica Italiana è “una e indivisibile”».

Un patrimonio naturale in abbandono

La realtà dei Parchi italiani, sta vivendo un lungo periodo di impressionanti trascuratezze che cozza con tutti i proclami e i twitter lanciati a favore delle bellezze italiane. L’impressione è che si stia andando velocemente indietro, nel periodo ottocentesco in cui per bellezze italiane s’intendevano il paesaggio, le bellezze artistiche e i grandi palazzi con giardino all’italiana annesso.
Non che queste non siano bellezze da valorizzare, anzi, ma il concetto è stato successivamente superato perché allargato alla natura, comprendendo che è questa l’origine di tali bellezze e senza salvaguardarla tutto il resto diventa un controsenso e una testimonianza dell’idiozia umana.

Eppure, nell’indifferenza dei fruitori del bene comune, c’è chi pensa di costruire un futuro migliore di quello che siamo riusciti a fare fino ad ora. L’idea che si sta facendo strada è la creazione di un Parco internazionale. L’idea è alimentata da quell’ambientalista di razza che è Franco Tassi.
«In questi ultimi tempi – dice Tassi – ho seguito con preoccupazione le vicende del Parco Nazionale dello Stelvio, che considero un paradigma dei nodi irrisolti dei nostri Parchi e un esempio lampante della inettitudine politica a risolvere problemi che in un Paese civile meriterebbero davvero ben altra attenzione. Perciò ho apprezzato particolarmente il tentativo di Paolo Maddalena, Franca Penasa e altri ambientalisti di rilanciare il “caso Stelvio”, per porre il Paese di fronte alle sue responsabilità. Perché è chiaro che dalle decisioni attuali scaturirà il futuro destino del Parco: agonia, morte o resurrezione?».

Una resistenza che viene da lontano

Tassi non è un ambientalista di maniera che fa collezione di cariche, è un ricercatore, uno studioso che opera sul campo e possiede un patrimonio, nel suo vissuto, che pochi possono vantare.
«Mi sono tornati alla memoria i passati Direttori del Parco, Vittorio Agnelli e Walter Frigo, con i quali avevo avuto grande amicizia e ottimi rapporti di collaborazione. Ricorderò soltanto che al principio degli anni Settanta, quando iniziava la mia avventura nel Parco d’Abruzzo, lo Stato aveva capitolato sullo Stelvio, inchinandosi di fronte alle proteste dell’Alto Adige, e facendo rimuovere le tabelle di confine del Parco: perché altrimenti cacciatori, bracconieri, promotori di impianti sciistici e costruttori di seconde case in montagna non avrebbero gradito.
«La situazione – continua – sembrò riprendersi successivamente, allorché grazie al compianto ministro Giovanni Marcora i Parchi ottennero ampliamenti e consolidamenti, cosicché negli anni Ottanta portammo le loro istanze in sede internazionale, a nome di tutti i Parchi nazionali italiani (in realtà erano solo cinque!). Ma la situazione non era ancora risolta, e i tentativi di mettere “le mani sul Parco” si moltiplicavano, finché non chiamarono a soccorso le truppe teutoniche. Nella diatriba venne infatti coinvolto anche il Direttore del Parco nazionale della Foresta Bavarese, Hans Biebelriether, mio carissimo amico, perché a Bolzano puntavano a una indipendenza simile a quella della Baviera. La quale però rappresenta un caso del tutto speciale, dato che ha statuto, bandiera e ministro dell’ambiente suoi propri. Ricordo bene che la nostra discussione si concluse con me che ripetevo ad Hans, di fronte a gente sbigottita: “Sudtirol ist nicht Freistaat, ist Italien!”.
«Dopo una cascata di cedimenti del governo italiano – ricorda ancora Tassi – venne poi negli anni Novanta la legge quadro sulle aree protette, che con una serie di concessioni e acrobazie all’italiana sembrava aver risolto il problema. Ma oggi, a distanza di decenni, malgrado la crescita di un’Europa trasformatasi da Comunità in Unione sempre più esigente, la situazione non sembra affatto cambiata, e la spinta autonomistica riprende a farsi sentire. Non sarà allora giunto il momento di affrontare il toro per le corna, mostrando finalmente volontà politica e capacità organizzativa?».

 

Il Simposio del Consiglio d’Europa a Salonicco (Grecia), 18-21 aprile 1978

Simposio1

 

Simposio2

 

Perché non un parco internazionale?

La soluzione di questo antico problema era stata già prefigurata da Tassi e l’aveva scritto nel 1982: «grazie all’importante “ampliamento del Parco dai 96.000 ettari originari a circa 137.000, realizzato nel 1976 dal governo attraverso un decreto presidenziale … si realizza finalmente l’auspicato collegamento con il Parco Nazionale Svizzero dell’Engadina, con il quale lo Stelvio forma in pratica un solo enorme complesso naturale, di oltre 150.000 ettari … uno tra gli esempi più notevoli di parco internazionale. E aggiungevamo nel 1985 che, se non si fosse superata la logica localistica e settoriale, “un comprensorio protetto d’interesse e valore europeo rischia di decadere ad area gestita con i più discutibili criteri”. Perché era chiaro che alla deriva autonomistica “non era certo estranea la spinta di interessi venatori, edilizi e d’altro genere”».
Un’idea che è ancora in piedi e che ora prende forza perché, come dice Franco tassi «Il dilemma è sempre quello, ben tratteggiato nell’opera “Vivere basso, pensare alto”, che prefigura la via da seguire per sfuggire alla morsa della crisi da noi stessi provocata. C’è chi vorrebbe “vivere alto” rincorrendo soltanto il proprio interesse, con strategie di corto periodo, e sembra “pensare basso”, ammesso che pensi davvero … E c’è invece chi aspira al “bene comune”, preoccupandosi degli altri e di ogni creatura figlia di madre terra: inseguendo sempre una missione alta, anche se ciò costerà qualche sacrificio. Il futuro è nelle nostre mani, e sta a noi scegliere la strada maestra».