Ruolo attivo della politica energetica italiana nel fallimento della costruzione europea

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L’Italia viene ritenuta dagli italiani poco attiva rispetto alla costruzione europea. In realtà, come siamo stati determinanti nella distruzione della Società delle Nazioni, così lo siamo adesso nella distruzione dell’Unione europea, che ormai molti considerano in corso.

Come la Società delle Nazioni fu minata dalla illusione di Mussolini di poter cedere i concreti diritti petroliferi dell’Agip in Irak agli inglesi in cambio del loro illusorio permesso alle nostre navi di passare per Suez andando a conquistare l’Etiopia, così oggi l’Italia sta rovinando, con la propria peculiare psicopatologia ortoressica in materia energetica, non solo se stessa ma anche l’Unione europea.
E, come allora, la segue oggi la Germania, che ha sprecato 500 miliardi di Euro nelle sue rinnovabili, al ritmo di cento l’anno secondo l’«Economist», o almeno dal 2000 secondo calcoli più benevoli; comunque un bel quarto del debito pubblico italiano, il tutto senza avere affatto diminuito le emissioni da fonti fossili (soprattutto quelle micidiali del carbone), anzi, le ha aumentate, insieme alle connesse morti, come le ha calcolate «The Lancet». Forse anche l’orrore folle dei nazi-fascisti per gli ebrei potrebbe trovare una spiegazione psicologica nella ortoressia energetica che già allora spinse questi due Paesi a rinunziare a Fermi ed Einstein, rinunziando così all’energia loro necessaria, che poi tentarono invano di riconquistare nelle fonti fossili del Caspio e del Medio Oriente, fermati però rispettivamente al fiume Don e nelle sabbie di El Alamein.

O più banalmente, l’orrore italo-tedesco odierno per il nucleare può essere fomentato dalla industria tedesca dei macchinari, con abbondante componentistica italiana, industria che è diventata preminente nell’estrazione degli idrocarburi; ormai il 90% dei giacimenti facilmente sfruttabili sono stati nazionalizzati, e le Majors hanno esternalizzato le difficili procedure estrattive necessarie per i giacimenti scomodi. Questo outsourcing sta svuotando le tradizionali sette sorelle e gli altri petrolieri che siamo abituati a conoscere1: al loro posto ha chiamato in campo molte imprese tedesche (integrate dalla componentistica italiana) di dimensioni medio-piccole, molto diversificate per adattarsi alle singole e differenziate difficoltà estrattive, e poco note al grande pubblico, rispetto al quale non hanno affatto interesse a reclamizzarsi, per timore dei boicottaggi, e spesso anche dei rapimenti e delle uccisioni dei loro tecnici sul terreno che sfruttano ed inquinano. Ma l’interesse dei nuovi petrolieri ad influenzare le rispettive opinioni pubbliche è ancora maggiore di prima, perché le Majors dalla concorrenza del nucleare temevano solo di guadagnare meno, mentre ora, se i prezzi dell’energia scendono al di sotto della soglia imposta dai loro costi della estrazione, questa semplicemente chiude e fallisce.
Che la rimozione collettiva derivi da un meccanismo psicologico endogeno, o sia indotta da campagne di disinformazione interessate, comunque gli psicologi vi hanno competenza.
Per evitare che il nostro Paese naufraghi trascinando con sé la costruzione europea, è necessario che gli psicologi avviino una consapevolezza di questi dati che all’estero vengono ormai considerati macroscopici, ma qui in Italia e negli altri Pigs sono oggetto di una rimozione collettiva. Cambiare le sorgenti dell’energia italiana sarebbe possibile solo se la nostra popolazione fosse informata su questi dati, come lo sono regolarmente le popolazioni che dalla loro conoscenza traggono le decisioni più convenienti delle nostre, che così ci derubano delle nostre imprese.

Il paradosso è che questa divaricazione delle conoscenze e delle conseguenti decisioni nei due opposti gruppi di Paesi europei è anche finanziata sistematicamente, senza eccezioni, con i fondi dell’Euratom, che invece erano istituzionalmente destinati all’esatto opposto. Questo doppiopesismo è diventato eclatante dopo la soppressione dell’art. 3 del testo del 1957 ed il conseguente assorbimento delle rispettive competenze dell’Euratom in Consiglio, Parlamento, e soprattutto nella Commissione, dell’Ue.
Varie azioni finanziate da questa Ue sono state dedicate a migliorare l’interazione fra gli sviluppi nucleari e le popolazioni che stanno loro attorno, ad es. Platenso, Cowam2, Argona, Ippa, Pipna ecc., normalmente coinvolgendo un ampio numero di parti, più o meno organizzate, di tali società civili, partendo dalla loro vicinanza geografica alle infrastrutture nucleari, ed arrivando sino al livello nazionale. Alcuni hanno pure tentato di coinvolgere organizzazioni internazionali3, sulla base dell’assunto che una pratica che ha avuto successo in un Paese possa diventare un modello per altri Paesi.
Ma, nonostante il meritevole tentativo di raggiungere questo terzo livello, internazionale, nessuno di questi progetti è stato in grado di contrastare la cortina di fumo che separa i due gruppi di Paesi, quelli dotati di nucleare e quelli che ne sono privi. Le due loro divergenti tendenze sono state ben rilevate da Eurobarometer: «I cittadini nei Paesi che hanno centrali nucleari sono considerevolmente più propensi a sostenere l’energia nucleare che non i cittadini negli altri Paesi4. Che esiste un forte legame fra queste due variabili – sostegno all’energia nucleare e presenza di centrali di energia nucleare nel Paese di appartenenza – è chiaramente enfatizzato dal fatto che tutti i Paesi che dimostrano un forte sostegno, sopra la media, per l’energia nucleare hanno in effetti centrali nucleari. Il sostegno più forte viene trovato nella Repubblica Ceca ed in Lituania, ma anche in Ungheria, Bulgaria, Svezia, Finlandia e Slovacchia sei, o più, su dieci intervistati rispondenti sono in favore della produzione di energia da centrali nucleari. (…) Il sostegno più basso per l’energia nucleare, d’altra parte, viene chiaramente trovato nei Paesi che non hanno centrali nucleari. La percentuale minima di sostegno viene trovata in Austria, Cipro e Grecia, con circa otto su dieci rispondenti che confermano che sono contrari a questo tipo di energia»5.
Col passare degli anni, le società civili dei Paesi che hanno centrali nucleari aumentano il loro favore verso il nucleare, mentre quelle che non hanno il nucleare aumentano la propria opposizione sia alle centrali nucleari sia ai depositi di scorie radioattive.
Gli obiettivi prospettati nei progetti finanziati dall’Ue non sembrano essere raggiungibili con il tipo di metodologia adottata in quei progetti: essa può andare facilmente dalla vicinanza di cose nucleari sino ai confini dello stesso Paese e degli altri già filo-nucleari, mentre i Paesi già anti-nucleari vengono lasciati alla propaganda sedicente verde.
Come è noto, anzi, come non è affatto noto agli italiani, i petrolieri finanziano le organizzazioni sedicenti verdi sin dai loro inizi, e non si preoccupano delle critiche di Naomi Klein e di vari altri autori al fatto che le stesse organizzazioni poi reinvestano senza il minimo pudore nelle Majors petrolifere i propri fondi: un recente sondaggio operato da RAI 3 attribuisce al 75% degli italiani la convinzione che i petrolieri siano ostili alle rinnovabili, anziché al nucleare. Nonostante che contro questo, e solo contro questo, non contro alcunché di altro, siano stati scoperti a finanziare tutti i nostri partiti, dall’unica inchiesta in materia che sia stata effettuata da un nostro magistrato, il giudice Alderighi.
Nel gruppo anti-nucleare l’Italia ha un ruolo centrale, e non solo per i due referendum che tutti ritengono antinucleari mentre non lo sono: il combinato disposto dell’art. 75 della nostra Costituzione, che vieta di abrogare Trattati internazionali con referendum, e l’obbligo assunto dai contraenti del Trattato Euratom di «sviluppare una potente industria nucleare», hanno prodotto formulazioni referendarie che non contemplavano affatto lo smantellamento delle nostre centrali nucleari.
L’Italia si è anche distinta per il lancio del progetto di fusione nucleare, come alternativa alla fissione. Lanciata dai politici (nella sede milanese della Dc) col progetto Ignitor, e proseguita con i cospicui finanziamenti del progetto Iter, questa iniziativa posticipa di decenni ogni provento per la nostra bolletta energetica, anche se soddisfa immediatamente molti nostri fisici nucleari, che non esitano così a dichiararsi contrari alla fissione.
Quest’anno il nostro Enea, d’intesa con il nostro ministero dell’Ambiente, invece di presentarsi ai bandi Euratom come i soliti cani ghiotti del boccone Iter che li addormenti beatamente in quel sogno, o come tacchini alla festa del ringraziamento nei bandi sull’energia efficiente, ha provato a presentare un atteggiamento diverso con un progetto in risposta ad un bando Euratom sulla storia, sul presente e sulle prospettive future degli atteggiamenti sociali verso il nucleare da fissione.
Ma la Commissione ne ha prevenuto la presentazione stessa, rispondendo negativamente, con un solo giorno di anticipo sulla dead-line (otto ore e tre quarti di orario lavorativo), ad un quesito che era stato avanzato nel tempo dovuto.
Secondo tale risposta, Enea può essere solo partner di tale progetto, ma non il capofila, come nel frattempo si era organizzato per essere, interpretando il silenzio della Commissione sugli argomenti da Enea avanzati come assenso verso gli stessi. Si tratta dunque adesso di ripresentare il progetto con un nuovo capofila. La topica in questione dispone di un finanziamento sufficiente per più bandi, e lo stanziamento per questo bando è stato dichiaratamente previsto come inferiore al totale complessivo: poco più di un terzo, tre milioni su otto.
Ma le premesse non ci consentono di prendere nulla «for granted», come si dice in questo ambientino. Il nostro capofila deve essere ancora più autorevole di Enea.
Dobbiamo rivedere il rovesciamento economico apertosi con la chiusura delle centrali nucleari italiane, agli inizi degli anni Novanta, che colpì al cuore la nostra formidabile competitività produttiva.
Prima di allora la nostra produttività era pari e a tratti anche superiore a quelle tedesca, secondo questo diagramma elaborato da L’Espresso:

 

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Il crollo della crescita della produttività italiana fu immediato; non fu subito massiccio solo perché in quegli anni il petrolio (per un ordine degli Usa all’Arabia Saudita) costava appena una dozzina di dollari al barile: ovviamente gli effetti sono stati molto più micidiali quando nuove guerre petrolifere lo hanno fatto schizzare a 50, 100, 150 dollari ed oltre. Quelle quotazioni sono bastate ad azzerare la nostra crescita.
Che aveva già avuto un rallentamento negli anni ottanta, quando l’Italia ha evitato di seguire gli altri Paesi nella costruzione di nuove centrali nucleari. Ben diversamente, negli anni Settanta il nostro prodotto per ora lavorata era cresciuto non solo più di quello tedesco, ma anche dell’allora rampante Giappone, più di tutti quelli confrontati in questa tabella elaborata da Ref per Cnel:

 

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Nessun economista italiano s’ingegna a studiare la causa per cui, negli anni Duemila, dei 180 Paesi studiati dall’Fmi, solo Haiti devastata dal terremoto ed il caotico Zimbabwe sono cresciuti meno di noi. Ma il crollo della produttività era già stato preceduto da qualcosa di molto doloroso.
Il crollo del numero degli addetti nelle nostre imprese, evidentemente nel disperato tentativo di mantenere competitività mediante i licenziamenti del proprio personale, aveva già seguito immediatamente la chiusura delle centrali nucleari italiane, a partire dal 1991, come si vede da questo grafico elaborato dal prof. Traù del Centro Studi di Confindustria, presentato al Think Tank Trinità dei Monti:

 

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Poco dopo, è iniziata la grande fuga delle nostre imprese all’estero, o comunque il loro calo di numero per il loro fallimento in Italia. Sono sparite soprattutto quelle più energivore, mentre hanno tenuto abbastanza quelle del lusso, per le quali la costrizione ad aumentare i prezzi di vendita è diventata quasi una promozione sui mercati più doviziosi. In questo modo la nostra economia ha sì ristagnato, ma non è entrata in una vera recessione sino al secondo referendum antinucleare, a metà del 2011.

Solo da quel momento il nostro debito pubblico è diventato davvero insostenibile, non prima. Per vedere come non solo il rapporto debito/Pil, ma anche gli altri indicatori della affidabilità del debito erano grandemente migliorati nel 2010, ad un anno dal rilancio ufficiale del nucleare italiano, basta osservare una graduatoria stilata insieme da Bloomberg, Eiu, Oecd e l’«Economist»: una scala che va dai più pericolanti (shakiest) ai più sicuri (safest). Non solo il rapporto debito-Pil viene considerato, ma anche tutti gli altri indicatori importanti della rispettiva sostenibilità della loro posizione debitoria, in questa Tabella ripresa da un numero dell’«Economist», che presentai appunto nel 2010 in un convegno al Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro):

 

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Come vi si vede, il debito pubblico italiano risultava allora affidabilissimo, non solo meglio di quello di tutti gli altri Pigs, ma anche più di quello di Inghilterra, Giappone, Francia, Stati Uniti, Polonia. Chi crederebbe questo in Italia? Ma possiamo continuare a permetterci di ignorare queste nostre concrete risorse, e le ragioni meramente psicologiche della loro masochistica dissipazione?
Comunque, sempre diversamente dall’opinione corrente in Italia, l’eccesso del nostro debito pubblico non è stato causato dalla nostra spesa pubblica che, in apporto al Pil, è la più bassa d’Europa, dopo la sola Lituania. Sino alla chiusura delle nostre centrali nucleari il nostro debito pubblico cresceva meno che il nostro Pil. Solo dal momento di quella rinunzia è esploso, per due ragioni convergenti: il crollo della nostra produttività che abbiamo visto sopra, e l’aumento della diffidenza degli investitori internazionali, che hanno cominciato a pretendere interessi molto accresciuti sui rinnovi del nostro debito:

 

 

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Lo stesso criterio fu applicato dagli investitori anche alle nostre imprese private, ed anche negli anni più recenti.
Riesaminiamo, da «L’Espresso» dell’11 luglio 2013, pag. 109, questi tre diagrammi, ricavati da Istat e Unicredit Research; essi riportano i tassi d’interesse che, negli ultimi dieci anni, le banche hanno richiesto alle imprese italiane (in rosso) tedesche (in nero) e spagnole (in azzurro).
Com’è ovvio, quanto più bassi sono i tassi richiesti, tanto migliore è la stima di queste ottime valutatrici sul futuro delle rispettive economie nazionali. Con la crescita del rischio stimato, vengono viceversa richiesti tassi più alti.

 

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La prima cosa che balza agli occhi, ben diversa dall’opinione corrente in Italia, è che alle imprese italiane veniva concessa più stima che a quelle tedesche, sino al referendum di metà giugno 2011, che ha chiuso i rubinetti del nostro credito. In effetti, il clamoroso rilancio italiano del nucleare, legiferato nella prima metà del 2009, ha migliorato in quel periodo sia le prospettive dell’economia sia la facilità di credito per le imprese italiane, e trainato a miglioramento questi due fattori anche negli altri Paesi, con un rapidissimo allentamento dei tassi.
Lo stesso effetto, anche se più blando e più lento, lo vediamo dal 2003 per l’intento del ministro Marzano di autorizzare le imprese nazionali a costruire centrali nucleari all’estero, già pensando all’Italia, processo prima dichiarato e poi attuato, che trainò una ripresa di fiducia e di credito agevole sino al 2006. Esattamente l’opposto causò appunto nel 2006 (dunque prima della crisi aperta dalla Lehman Brothers) l’ipoteca antinucleare dei Verdi sul governo Prodi, che fece crollare la fiducia delle banche sino alla suddetta, formidabile ripresa del 2009.
Prima del referendum del 2011, dal sostanziale parallelismo con il miglioramento degli andamenti altrui, si può dedurre che se quei due nuovi inizi di miracolo economico italiano avessero potuto svilupparsi dal rilancio italiano del nucleare, gli altri governi avrebbero seguito la stessa scelta, con analogo beneficio delle rispettive economie nazionali.
Dunque la prospettiva della costruzione europea ne sarebbe stata rafforzata, nello spirito del Trattato Euratom del 1957, tuttora vigente, che dimostra tutta la sua validità: l’accesso equiparato e facilitato a fonti energetiche non aleatorie né intermittenti rilancia l’economia comunitaria e disinnesca i contenziosi fra gli Stati europei.
Non si tratta di aizzare gli italiani contro la costruzione europea. È sufficiente svelare e disinnescare la rimozione sulla truffa che i Paesi dotati di nucleare stanno effettuando ai danni dei Paesi che ne sono privi. Questo nell’interesse di tutti, anche del primo gruppo di Paesi.
I diagrammi sopra riportati dimostrano che non è necessaria nessun’altra azione concreta oltre al semplice coraggio di conoscere queste realtà e deliberare di conseguenza.

 

1 The Economist ha descritto questo passaggio dalle Majors agli estrattori autonomi a più riprese, ad es. in http://www.economist.com/news/briefing/21582522-day-huge-integrated-international-oil-company-drawing

 

2 Finanziati in varie fasi: Cowam, Cowam 2 e Cowam in Practice; tutti i report sono disponibili sul sito Cowam http://www.cowam.com

 

3 Fra le varie parti menzionate come adatte ad essere coinvolte in queste iniziative, esemplificate nell’ultimo citato progetto Pipna: «Ensreg, Eesc, Foratom, Etson, Eurocli, e le maggiori Ngo o federazioni coinvolgenti attori della società civile a livelli Ue come Anccli o Gmf insieme ad iniziative come Aarhus Convention and Nuclear (Acn ed Enef). Il coinvolgimento di altre parti interessate come Iaea o Unece Secretariat of the Aarhus Convention, dovrebbero anche essere prese in considerazione».

4 In grassetto nel testo di Eurobarometer

5 Citato da pagina 6 del Rapporto Eurobarometer http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_297_en.pdf