La comunicazione sulle possibili interruzioni dei flussi di idrocarburi verso il nostro Paese

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Che l’Italia dipenda dall’importazione di idrocarburi troppo più degli altri Paesi nostri concorrenti lo sanno tutti. E poiché, come abbiamo visto nel capitolo II, i nostri concorrenti beneficiano delle nostre delocalizzazioni tanto più quanto più cresce il prezzo che le nostre imprese debbono pagare per l’energia, è comprensibile che si diano da fare per farcelo crescere.

L’attacco della Francia, dell’Inghilterra e degli Usa alla Libia di Gheddafi viene oggi considerato da tutti come un errore. Ma non lo è stato affatto per il loro punto di vista, essendo riuscito a far scappare i nostri tecnici dell’Eni da quel Paese, che grazie proprio a Gheddafi era disponibile a fornirci un quarto del nostro fabbisogno. Ed abbiamo visto che quei tre Paesi (Francia, Usa, Inghilterra) sono in testa alla graduatoria dei beneficiari delle nostre delocalizzazioni.
Qui in Italia ci si chiede anche come mai a trattare con Putin non sia andata la Mogherini, quanto meno insieme a Merkel ed Hollande. La Mogherini avrebbe volentieri assunto un atteggiamento meno ostile, come risulta anche per iscritto, dalla bozza che aveva fatto circolare sul tema, che però è stata cestinata dagli altri. Infatti noi ci siamo lasciati dipendere dalla Russia per le importazioni di idrocarburi sino alla metà del nostro fabbisogno.
La gravità della situazione italiana è mascherata oggi dall’impressionante calo del prezzo del greggio. Ma dovremmo dedicare un po’ d’attenzione alla sua causa. Tutti sanno che è l’Arabia Saudita ad aver deciso questo spropositato aumento delle svendite di greggio, ben oltre la domanda attuale dei mercati. È ragionevole per noi italiani contarci per la nostra crescita economica? Non può essere, semplicemente, l’estrazione disperata di tutto quel che è ancora estraibile, la svendita disperata di tutto il vendibile, fin che lo è, prima che non lo sia più? Cioè prima di una interruzione incombente, che farà schizzare il prezzo degli idrocarburi alle stelle, e la nostra economia nelle stalle?
È meglio che andiamo a vedere meglio la situazione in questa zona, geografica e religiosa. Sinora l’Occidente l’ha presidiata con enormi spese militari. Non vi abbiamo soldati amici nostri che non siano da noi prezzolati, come ha notato recentemente Luttwak, aggiungendo che invece i volontari affluiscono abbondanti, nonostante tutti i nostri divieti, nelle file del neonato Stato Islamico. Sedicente? Autoproclamato? Certo: è il primo che non lo abbiamo proclamato noi con l’evidente scopo di sfruttarne il sottosuolo, scopo mascherato dai più vari pretesti.
I nostri media notano con stupore che lo Stato Islamico dedica una certa cura alla comunicazione. Sinora della comunicazione erano stati gelosissimi solo i governi locali amici nostri. Ci scandalizziamo dell’attacco islamico a Charlie Hebdo, in quanto repressivo della libertà di comunicazione. Ma quale libertà di comunicare abbiamo concesso sinora, noi ed i nostri Quisling, agli islamici?
Un articolo su l’«Economist» del 13 dicembre 2014 (pag. 38) quindi precedente all’imponente mobilitazione internazionale a difesa della libertà d’opinione di Charlie, elenca i precedenti fiotti di comunicazione dai nostri Quisling agli islamici, specialmente diretti a convertire i loro predicatori: «Converting the preachers» s’intitola. Chi rifiuta questa paradossale conversione, dice l’Economist passando in rassegna quegli Stati, viene o licenziato come predicatore, o imprigionato. Non cita quelli ammazzati, ma sono molti: ad esempio Al-Sisi, l’ennesimo nostro Quisling che ha militarmente spazzato via il governo egiziano eletto, ha ammazzato una mezza dozzina abbondante di giornalisti già nei primi mesi.
Il petrolio non ama la libertà di comunicazione, da nessuna parte. La comunicazione condizionata dagli interessi petroliferi non risparmia i Paesi che ne sono dipendenti, come l’Italia.
Anche al terzo gradino l’Italia arriva, con una lunga serie di morti ammazzati: Mattei ucciso nei giorni in cui si istituiva l’Enel; Pasolini che nel suo libro «Petrolio» aveva inserito il capitolo «Lampi sull’Eni», stracciato via dopo il suo assassinio; Mauro De Mauro che indagò sulla morte di Mattei; il giudice Scaglione cui De Mauro aveva riferito le sue scoperte, e saltò in aria il giorno prima di depositare tale testimonianza; Toni Bisaglia, affogato in poche spanne d’acqua; suo fratello prete che non si rassegnava alla tesi dell’annegamento casuale, e finì altrettanto casualmente in un laghetto di montagna, però senz’acqua nei polmoni, quindi ucciso prima, non annegato; Donat Cattin morto di setticemia per un bisturi sporco in sala operatoria; l’ing. Fornaciari morto per un virus incurabile, contratto in un Congresso in Giappone dove nessun altro vi è stato infettato; e varie altre morti sospette sebbene non sospettate dalla nostra magistratura, tutte preziose alla causa anti-nucleare e pro-petrolifera.
Scendendo al secondo livello, dei vivi intrappolati da inchieste giudiziarie, la storia italiana è anche ricchissima: Ippolito, presidente del Cnen, accusato di colpe ridicole in tandem da Saragat e Leone, premiati poi con due presidenze della Repubblica e cioè anche del Csm, Consiglio superiore della nostra magistratura; il giudice Almerighi, scopritore dello «scandalo dei petroli» e quindi punito dallo stesso Csm per assenteismo quando lui neppure fruiva di tutte le sue ferie; Pelosi, incarcerato per l’assassinio di Pasolini e terrorizzato perché non se ne potessero discutere le modalità in tempo utile; Craxi, che era «fuori della grazia di Dio» racconta compiaciuto Martelli quando (incassati 50 milioni di dollari dall’Eni, solo come prima di molte tranche) decise di favorire il referendum antinucleare: Craxi voleva discutere del testo referendario e dell’Euratom prima di chiudere le centrali proprio mentre Di Pietro prometteva al Console americano di farlo fuori con le sue future Mani Pulite; Scajola, di tutta la storia italiana e mondiale delle tangenti, unico destinatario di assegni circolari nominativi, poco dopo aver dichiarato in TV tutto il suo entusiasmo per la ripresa nucleare e quindi economica dell’Italia, e disponibile a discutere con Veronesi i reali rischi del nucleare rispetto alle sue reali alternative; Clini, che alla radio aveva chiesto di discutere di nucleare in quanto tecnologia, unico indagato per il cattivo uso delle nostre multe climatiche italiane destinate alla Cina, dove Report è andato a vedere se le biciclette ivi acquistate col contributo del ministero di Clini erano state tenute bene o mal conciate; e così via.
Scendendo ancora al livello musulmano più basso, quello del licenziamento, vediamo molti petrolieri arrogarsi direttamente il ruolo di datore di lavoro dei nostri giornalisti, come proprietari di vari media, senza che mai nessuno obietti su un conflitto d’interesse fra le due qualifiche. L’unica obiezione che ho colto, in tanti anni, è un breve commento di Dagospia alle posizioni anti-nucleari del gruppo Repubblica-L’Espresso, posseduto dallo stesso proprietario di Sorgenia. Che adesso vanta i benèfici ammonimenti da essa erogati alle nostre imprese, insegnando a risparmiare sugli idrocarburi che riesce a vender loro sin che non delocalizzano.
Resta da vedere dove porta i musulmani e gli italiani questa repressione della libertà di discussione sui propri media, e viceversa la ripresa di discussione libera offerta da Internet.
Nello stesso numero dell’«Economist», una sola pagina prima di quella citata, si esamina come proprio Internet costituisca per quegli stessi islamici l’alternativa alla comunicazione vincolata dai petrolieri, ed un accesso alla discussione da essi proibita. Per combattere quella loro comunicazione, ci stiamo alleando con gli hacker di Anonimous: ma abbiamo valutato quali conseguenze potrebbero derivare alla sicurezza dei nostri apparati elettronici?
La Francia si lagna oggi del suo primo assaggio degli attacchi che i due citati articoli dell’«Economist» prevedevano. La Francia ha difeso Saddam perché favorevole alla Total, e massacrato Gheddafi, il suo Governo, l’intero Stato libico perché favorevoli all’Eni: l’emorragia di nostre imprese verso la Francia, che abbiamo numerato sopra, è stata causata anche da fiumi di sangue non metaforico. Dovremo cercare di disinnescare la violenza dei volontari Isis, ma non ci riusciremo se non ripensando prima alle tante guerre che abbiamo inflitto a quelle popolazioni solo perché hanno petrolio sotto i loro piedi, come diceva Mattei: lui non voleva trasformare quella loro fortuna in disgrazia. Come non lo voleva Eisenhower, quando lanciava «Atoms for peace», precursore di Euratom, ed ammoniva, nel suo ultimo «Discorso alla Nazione», che l’apparato militar-petrolifero intendeva minare le nostre democrazie, la nostra capacità di discutere e di decidere liberamente. Quella simbiosi fra petrolieri e grandi eserciti ha bisogno che si inferociscano i rapporti fra Paesi egualmente dipendenti dall’esportazione e dall’importazione degli idrocarburi. Per questo l’Italia è forse davvero il prossimo target degli attacchi dello Stato Islamico. Solo che ormai i nostri eserciti hanno paura, persino a bombardarli, dopo la fine che hanno inflitto al pilota giordano. Non è escluso che fra un po’ si abbia paura a bombardarli pure con i droni, che non rischiano il pilota sul campo, ma attirano ritorsioni sul Paese che li telecomanda.
È improbabile che noi italiani diventeremo tanto feroci quanto questi musulmani, e sarebbe anche sproporzionato, rispetto ai danni che hanno subito quelle popolazioni.
Però anche a noi lo stesso divieto di discussione sulle sorgenti energetiche è costato molto caro: ci ha derubati e ci sta ancora derubando sostanziosamente della nostra capacità di creare del Made in Italy, cioè prodotti che il mondo desidera quanto pochi altri, forse quanto nessun altro insieme nazionale di produzioni.
Noi italiani, brava gente, non creeremo nulla di simile allo Stato Islamico, e pure dopo gli attentati che subiremo forse resisteremo alla tentazione di dare l’ennesimo calcio a quel vespaio sempre più esasperato.
Comunque, se questo divieto di discuterne continuerà per troppo tempo, ci diventerà difficile non vendicarci contro la parte di Europa che il nostro prezioso lavoro ce lo ha rubato, tradendo il Trattato Euratom che insieme avevamo sottoscritto proprio per evitare questo furto.