L’orso fra false informazioni e danni alla salvaguardia

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Presso il Centro Visite Mario Pastore del Centro Habitat Mediterraneo Lipu Ostia, si è tenuta una giornata di studio e aggiornamento sul tema dei Grandi Predatori presenti nel territorio nazionale. Occhi puntati sull’orso che sta subendo da anni una serie di false informazioni non certamente in favore della sua salute

Nell’Incontro, che ha messo a fuoco la situazione dei grandi predatori in Italia, Missione Orso 2015 ha affrontato il problema della sopravvivenza del plantigrado nel nostro Paese, riunendo gli esperti della capitale con quelli di Trentino, Abruzzo e altre regioni e rivelando «I sette peccati capitali». Essi sono le cause del fatale declino dell’animale più importante e amato della nostra fauna: una miscela di conflitti di interessi, imperdonabili errori umani, invadenze politiche e accademiche, gelosie di buro-tecnocrati, trame inconfessabili e croniche incapacità, frutto di continue menzogne, manipolazioni e rimozioni…

Una vergogna nazionale che sta finalmente venendo alla luce, grazie alla collaborazione di validi corrispondenti italiani e stranieri, i quali oggi consentono di recuperare molti documenti e risultati delle ricerche scientifiche e sperimentazioni avanzate già condotte vent’anni fa.

La verità che ne emerge è sconvolgente: fino al principio dell’anno 2002 l’Orso marsicano era ancora in ottima salute, in graduale aumento e perfino troppo abbondante, come dimostrato inconfutabilmente dalle ricerche più avanzate. Ma poi questi studi vennero interrotti e insabbiati, e gli importanti tentativi di riproduzione in cattività furono bruscamente soppressi.

Incominciò allora un catastrofico declino, che non si è più arrestato. E che oggi torna alla ribalta, con l’allarme sui focolai di tubercolosi causati dall’invadente pascolo abusivo, anche nelle zone di riserva, da parte di enormi mandrie di vacche non locali. Un pericolo gravissimo, che il Gruppo Orso denuncia inascoltato da anni, ma che non è stato mai risolto.

Molte le richieste di informazioni emerse durante l’incontro. La prima domanda riguarda l’assurdità delle cifre discordanti sul numero di orsi, la genericità dei dati che non si sa a quale ambito territoriale si riferiscano, la rimozione e cancellazione dell’ottimo lavoro d’avanguardia fatto durante il ben noto «periodo d’oro» del Parco, il tentativo di manipolare e distorcere la verità, la mancata considerazione degli orsi dispersi tra Abruzzo, Marche, Molise e Lazio, e il fatto che in molti casi di orsi morti ritrovati non sia chiaro se fossero individui già censiti e monitorati, o di nuovi rinvenimenti sfuggiti alla cosiddetta ricerca.

Ma soprattutto suscitano impressione la costante reticenza sui numerosi orsi morti, il tentativo di confondere le idee sulle cause, e la totale impunità di avvelenatori e bracconieri. Non per nulla un quotidiano locale si chiedeva perché i dati della tragedia fossero tenuti nascosti, e uno studioso canadese, il professor Alistair Bath, di fronte al ricorso a interminabili e costose indagini, commentava sconfortato: «Ma mi pongo una domanda: tutto ciò è davvero utile per la specie che studiamo? Temo che corriamo il rischio di ritrovarci con molte ricerche assai interessanti, e con parecchi orsi morti…».
A distanza di quasi un decennio, non si può dargli torto: molte grandi indagini rivelano «flop» colossali, comode soprattutto per il «benessere del ricercatore». E la ridotta popolazione del povero plantigrado continua a calare vertiginosamente. La soluzione di questo «giallo all’italiana» verrà presto, dall’attenta analisi della storia del Parco, e di fatti più o meno recenti, di cui sarà bene ravvivare la memoria.