La gestione del recupero delle risorse

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La trasformazione delle biomasse in fonti di energia è un processo complesso anche per la necessità di gestire la formazione di eventuali prodotti secondari tossici e nocivi. Le conoscenze e le tecnologie, già oggi disponibili per questi prodotti di origine naturale, rendono però sicure ed affidabili molte di questa trasformazione. Possiamo, così, non sprecare le risorse che sono ancora contenute nelle biomasse che, in gran parte, ancora oggi, non vengono recuperate. Queste trasformazioni sono vantaggiose, ma non sono la soluzione universale e definitiva del problema «rifiuti». Infatti, non solo non è sempre possibile estendere questa pratica di recupero a ogni tipo di residuo di lavorazione, ma è necessario, poi, anche continuare a ricercare nuovi processi specifici, efficaci, sostenibili e flessibili per rispondere ai cambiamenti, sempre in atto, nella realtà fisica degli ambienti non solo di quelli ricostruiti dall’uomo, ma anche di quelli naturali.

Una lettura deterministica delle cose di questo mondo, implica una riduzione della complessità dei fenomeni. È, questa, una lettura che, pur se non accede a verità e soluzioni assolute, può offrire, nei limiti di una sua applicazione (come già avviene nella ricerca scientifica sperimentale), soluzioni efficaci per la migliore gestione possibile dei problemi ad essa connessi. Vi sono, infatti, situazioni che non possiamo non prendere in carico, pur nella loro incompiutezza, perché, se lasciate a se stesse, invaderebbero prepotentemente i nostri luoghi, fisici e mentali, e paralizzerebbero ogni nostra attività. Le letture deterministiche non contengono e non possono offrire soluzioni assolute e tantomeno possono diventare elementi fondanti di teorie capaci di prevedere o decidere l’andamento articolato di fenomeni complessi (come sono gli equilibri naturali). Sono, però, finestre che permettono di formulare ipotesi per iniziare un dialogo che può aiutarci, pur con approssimazioni, a valutare dati di fatto essenziali per porre rimedio, in quei momenti nei quali è urgente dare risposte anche se non sono disponibili, contemporaneamente, esperienze pregresse, da mettere in cantiere, che possano offrire immediate e provate soluzioni.
Una lettura deterministica è, quindi, solo un primo approccio a una realtà che deve essere, poi, arricchita di riflessioni, confronti, condivisioni di valutazioni, rielaborazioni, prove e di cambiamenti che vengono sviluppati e insieme, fanno progredire le nostre capacità di autonomia, le relazioni, le consapevolezze e quel senso di responsabilità e discernimento, essenziale per dare buone qualità alle nostre scelte e decisioni. Senza velleitarismi e rivendicazioni sul meglio che si può sempre fare, potremmo, allora, cominciare, già, con l’eliminare dai cicli produttivi, tutti i materiali che, a valle della loro produzione e della loro vita merceologica, non sono riciclabili (almeno sospendendo quei consumi superflui, se non proprio distruttivi, che incidono pesantemente sugli equilibri naturali, fino a diventare insostenibili per le nostre condizioni di vita).
Dovremmo, ancora, seguendo un percorso consapevole (di condivisione delle diversità), partire dai bisogni, dalla gestione delle emergenze (quelle dovute a calamità naturali, ma con tutta l’attenzione a non confondere, con queste, quelle inventate, per l’occasione, per qualche lucroso business). Dovremmo, poi, definire e facilitare la produzione di beni e servizi riciclabili (aggiornando percorsi e strategie di massimo recupero dei materiali usati).
Dovremmo, infine, prendere anche atto che i consumi superflui, sono una complicata e deviante anomalia, nel divenire delle cose, perché non rispondono, come avviene nella complessità dei fenomeni naturali, a finalità di tenuta di equilibri vitali. I consumi superflui, infatti, agiscono come colpi di ariete che deformano relazioni e condivisioni naturali, fino ad aprire devastanti brecce di spreco di risorse a favore di vantaggi esclusivi, individuali o di gruppo, finalizzati a favorire chi li sostiene e a danno di tutti gli altri: una pratica, quindi, che nega quelle diversità spontanee, essenziali anche per garantire condizioni di equilibrio sociale.
In questo tipo di impegni abbiamo molto (della nostra creatività, delle nostre capacità operative e sinergiche) da spendere per superare ostacoli e insidie e conseguire risultati efficaci di migliore qualità del sistema vitale che ci accoglie. L’uso delle risorse senza limiti non è solo un inutile spreco, ma è anche un’ingiustificabile violenza contro quegli stessi equilibri che danno continuità ai nostri fenomeni vitali. C’è da chiedersi cosa mai possa immaginare di realizzare chi impone quelle distruttive gare, senza senso, che sanno solo produrre vittorie individuali e sconfitte globali (in natura il successo di un elemento di una specie non comporta la sconfitta di tutti gli altri elementi della stessa specie e neanche il successo di una specie comporta la sconfitta di tutte le altre specie). Senza il contributo costante di tutti, ogni successo non potrebbe avvenire mai e, comunque, non avrebbe un futuro: pur se qualcuno è vincente oggi, non lo potrà essere per sempre e soprattutto, se lo dovesse essere, impedirà, con la sua sterile e imbalsamata presenza di vincitore, l’espressione di tutte le altre opportunità che, nel divenire della realtà, sono risorse e opportunità vitali uniche.
Oggi, proprio sul possesso e sull’ostentazione del superfluo è stato costruito, invece, tutto un modello di economia globale del mercato libero dei consumi. Tutta una struttura socio-economica che propone mistificanti richiami rituali alla democrazia, ai diritti umani, alle pari opportunità, fino, addirittura, a rivendicare, con ipocriti appelli, la libertà per i popoli (in realtà, quelli ancora da inglobare nel mercato libero dei consumi e che offrono anche buone opportunità per fare profitti sul basso costo del lavoro e sulle risorse, del loro territorio, da sfruttare). Dunque, una struttura economico-finanziaria, di tipo neoliberista (che priva le comunità umane dell’accesso alle alternative di una propria evoluzione socio-culturale), nella quale lavoro, relazioni, tempo libero, sono bloccati dall’alienazione di un vivere preordinato e senza senso, che viene pagato, dai cittadini, con l’obbligo sacrificale della propria vita (per lasciarsi consumare come se fossero una merce a totale disposizione del sistema).
Una sottomissione, questa, che oggi rende lenta e faticosa ogni nostra volontà di affrancamento dai vincoli, senza senso, di una competizione che richiama impropri valori morali, per premiare economie vincenti, prive di riferimenti etici, ma campioni nella produzione o consumo di beni. Sono, queste, le stesse economie che, con prepotenze finanziarie, impongono, poi, un simmetrico insuccesso ad altri, preordinando, così, inventate colpe per un’economia perdente, e condannando moralmente, come fosse un peccato, questa sua condizione, proprio da loro artificiosamente procurata. Una condanna che facilmente, domani, potrà essere estesa, se funzionale ad interessi particolari, anche a chi si veste in modo irrituale, a chi non ha il fisico per vivere una vita di successo, o a chi appartiene ad una razza (oggi non più nazionale, ma globalmente trasversale) di esseri inferiori perché manifestamente incapaci di brigare per un profitto (questo, invece, legittimato dal poterlo fare, dall’averlo fatto e dal venerato principio del «pecunia non olet»).
Le consapevolezze critiche, le sinergie e le capacità di assumere e condividere le responsabilità delle scelte, pur se toccano solo a noi e non ad altri, sembrano non esercitabili in un mondo che, una volta per tutte le altre e unilateralmente, ci ha «sollevato» dal loro peso e dalla libertà di poter assumere decisioni autonome o condivise. Le nostre risorse personali, pur se in questa situazione vengono abbondantemente neutralizzate, continuano, però, ad essere a nostra disposizione e in particolar modo lo sono, in modo potenzialmente elevato, se potessimo solo scoprire il piacere e il benessere procurato da un cambiamento generato dalla condivisione della diversità costruita sui nostri patrimoni di esperienze, conoscenze e senso delle cose.
Una condizione che libera dalle oppressioni dell’attuale realtà interpretata dal pensiero unico imposto da un geometrico, perbenistico e umiliante senso comune delle cose (privo di relazioni e creatività da condividere), incapace di comprendere il senso umano del progresso. Un progresso che non può essere confuso con lo sviluppo delle tecnologie, dei loro mercati e dei poteri che ne vengono alimentati, ma che si esprime creando relazioni fra le aspirazioni umane più diverse e più profonde. Un progresso senza idealismi e ideologie, ma che apre la nostra mente alla comprensione e alla capacità di affrontare le difficoltà, al sapersi «incontrare»: un’arte, questa, che dà senso e piacere al vivere, con consapevolezza, la nostra condizione umana.